LA RIVOLUZIONE DEL PORTOGALLO – Un paese poverissimo, caduto sotto
la dittatura (1932) instaurata da Salazar. Il quale soppresse tutti i partiti
LISBONA CONTRO LA TIRANNIA
ARMATA DI GAROFANI ROSSI
(Seconda Parte)
di GOFFREDO ADINOLFI
Nonostante i tanti fermenti che scuotevano la società, il regime deteneva ancora saldamente il monopolio dell’uso della forza e fino a che poteva disporre di un esercito fedele difficilmente sarebbe stato possibile in Portogallo un cambio della guardia.
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Caserma della Gnr
Già, ma tredici anni di guerra non sono pochi e anche all’interno dell’esercito i malumori divenivano sempre più espliciti. Certo tra il 1960 e il 1961 Salazar era riuscito abilmente a tirare le fila e a espellere i generali non conformisti, però lì si era all’inizio della battaglia.
In Africa ci volevano molti soldati e soprattutto ci volevano molti ufficiali, più di quanti non ce ne fossero stati fino ad allora. Il governo pensò, non riuscendo ad allargare più di tanto il quadro permanente, di incentivare la ferma degli allievi ufficiali di complemento, cioè di quei militari che svolgevano un servizio temporaneo, non di carriera.
Questi figli della borghesia non erano molto amati dagli ufficiali di carriera, più che altro non si riteneva avesse senso che persone appena entrate nell’esercito acquistassero gli stessi statuti di chi nell’esercito ci lavorava da decenni.
Il 18 agosto del 1973 una ventina di capitani del quadro permanente si riunì in Guinea per decidere cosa fare di fronte alla «invasione» degli ufficiali di complemento. Erano tutti degli sconosciuti, o quasi, capitani qualsiasi, persone normali, Salgueiro Maia, Otelo de Carvalho e altri.
Ma da tempo ormai quegli ufficiali non erano più persone normali, perché loro in Africa ci stavano combattendo da anni e sapevano bene cosa fosse quella guerra. Si erano arruolati ed erano partiti verso i campi di battaglia convinti di dovere difendere la propria nazione. Il binomio censura e propaganda impediva loro di sapere cosa succedesse veramente lì nei territori d’oltremare. Non avevano idea di quale fosse il rapporto tra coloni e colonizzati. Il regime faceva loro sapere che quelli erano territori portoghesi, che i portoghesi non erano razzisti e che quella guerra si doveva combattere per difendere l’impero dalle infiltrazioni comuniste.
Ma in Africa censura e propaganda non funzionavano più. Chi viveva lì poteva vedere che il nero era discriminato, che non aveva nessun diritto di decidere sul proprio futuro. Così, a contatto diretto con la guerra, molti ufficiali capirono che quello che il loro paese stava facendo era sbagliato, alcuni di loro addirittura passarono a combattere nelle fila degli indipendentisti.

Il 9 settembre del 1973 a Evora le due vertenti, quella più propriamente sindacale di protesta contro il governo, e quella politica contro la guerra, si riunirono in un unico movimento: nasceva il Movimento das forças armadas. In quel nove di settembre iniziava per l’Estado Novo il suo count down finale. Nel dicembre successivo i capitani optarono per la strategia rivoluzionaria, capirono cioè che dovevano essere loro, in quanto forza armata organizzata, a portare la responsabilità di democratizzare il paese. Nel marzo del 1974 i capitani stilarono un documento programmatico nel quale ribadivano la volontà, una volta abbattuto il regime, di abbandonare la piazza e di tornare nelle caserme, sempre vigili però sul processo di ritorno alla democrazia del paese.
Il giorno stabilito per la rivoluzione sarebbe stato il 25 di aprile… il 24 di aprile era ancora un giorno normale per il regime… ma era anche l’ultimo.

Il giorno più lungo
Il 25 aprile del 1974 fu per il Portogallo il giorno più aspettato e, allo stesso tempo, il più inaspettato. Democrazia, fine della guerra, politiche sociali tutto dipendeva dalla fine dell’Estado Novo. Ma Marcelo Caetano il 24 aprile - alla vigilia della rivoluzione - sembrava detenere stabilmente il suo potere. Che nell’aria ci fosse un clima rivoluzionario questo lo si sapeva, certo, era impossibile fare finta di niente. Alle lotte studentesche, agli scioperi sempre più frequenti degli operai e alle continue riunioni dei capitani si aggiungeva una nuova componente: la crisi economica del 1973.
La crisi petrolifera che colpiva quasi mortalmente le economie occidentali, cambiando definitivamente gli equilibri stabiliti dopo la fine del secondo conflitto mondiale non potevano non colpire anche il Portogallo.
L’operazione «fim de regime», era stata progettata da Otelo de Carvalho in tutti i suoi minimi particolari. Troppi erano stati i fallimenti per rischiare che anche questa volta l’Estado Novo potesse rafforzarsi con gli errori altrui. Dopo l’occupazione di Radio Renascência i militari presero possesso di tutti i network della capitale, era infatti assolutamente indispensabile impadronirsi di tutti i mezzi di comunicazione. Tutta la popolazione doveva essere informata che il 25 aprile era l’ultimo giorno di vita dell’Estado Novo. Soprattutto bisognava impedire che gli uomini fedeli al governo potessero organizzare la controffessiva.
Il secondo obiettivo degli uomini del Movimento das forças armadas fu l’imponente Praça do Commercio. La Praça do Commercio non era un luogo come tutti gli altri. Non era solo quella bellissima e infinita piazza che affaccia sul fiume Tago, Praça do Commercio era da secoli il centro del potere politico portoghese. Sotto quelle arcate che circondavano su tre lati la piazza c’erano le sedi dei più importanti ministeri del paese. Questa la ragione per la quale era assolutamente fondamentale per le colonne comandate dal capitano Salgueiro Maia di prendere possesso di quella piazza. Occorreva essere rapidi perché l’intera operazione dipendeva dal controllo dei ministeri e il battaglione Cavalleria sette, uno dei più fedeli al regime, era già stato allertato.

Alle 3 del mattino colonne militari della regione di Lisbona e della regione di Oporto
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Praça do Commercio
occuparono le radio e gli aeroporti, alle 3,30 fu occupato il quartiere generale militare di Lisbona, alle 4,30 è letto il primo comunicato del Movimento das Forças Armadas al paese: «Le forze armate portoghesi chiedono a tutti gli abitanti della città di Lisbona di rimanere in casa e di mantenere la massima calma». Il più importante ed esplicito comunicato arrivò però alle 7,30:
«Le forze armate hanno lanciato nella notte una serie di azioni volte a liberare il paese dal regime che da lungo tempo lo domina […] cosciente di interpretare la volontà della nazione, il Movimento das Forças Armadas continuerà nella sua azione di liberazione e chiede alla popolazione di mantenersi calma e che resti in casa. Viva il Portogallo»
Già dalle prime ore della mattina la Praça do Commercio era stabilmente sotto il controllo dell’MFA, anche se, a preoccupare gli uomini di Maia incombeva minacciosa una nave della marina militare proprio di fronte alla piazza dei ministeri. Sono sicuramente momenti drammatici, perché dal Tago la nave avrebbe potuto tranquillamente sparare sui blindati dei rivoltosi, fortunatamente la nave non sparò e Maia poté continuare a prendere possesso di tutti i punti strategici della città.
Intanto il presidente del consiglio Marcelo Caetano si era asserragliato nella caserma della Guarda Nacional Republicana (GNR) che si trovava sulle alture del convento del Carmo. Alle 12,30 iniziava lo scontro finale tra il regime e l’MFA. Le truppe rivoluzionarie, senza quasi incontrare opposizioni, si attestò di fronte alla caserma del Carmo in attesa che Caetano si arrendesse.
Fu uno dei molti momenti difficili quello, perché sul largo del Carmo era nata una imponente manifestazione spontanea. Sparare avrebbe significato mettere a repentaglio la vita di molte persone. Maia entrò nella caserma per parlare con il dittatore. Caetano pose le condizioni per una sua resa: chiese l’intervento di un generale al quale avrebbe consegnato simbolicamente l’eredità del suo potere. Alle 20, 00 fu letto l’ultimo comunicato dell’MFA alla popolazione:

«Il Movimento das Forças Armadas, che completa con successo la più importante delle missioni civiche degli ultimi anni della nostra storia, proclama alla nazione la sua intenzione di portare avanti un programma di salvezza del paese e di restituzione al popola portoghese delle libertà civiche del quale era stato privato»
A conferma dell’obiettivo esplicitamente democratico l’MFA proclamò anche la consegna del potere alla Junta de Salvação Nacional. La Junta, con a capo il generale Spinola, agì su due piani principali. Da un lato vi erano i provvedimenti di urgenza: furono dichiarati decaduti dalle loro cariche il presidente della repubblica Amerigo Tomas, il presidente del consiglio Marcelo Caetano, tutti i ministri e i sottosegretari e tutte le cariche di nomina politica. Dall’altro lato la Junta fu investita di ben più alti compiti, ovvero garantire la stabilità alla rivoluzione e preparare le elezioni per l’assemblea costituente che avrebbero dovuto tenersi simbolicamente il 25 aprile del 1975.
Venivano chiarite in poche ore quelle che erano le finalità del colpo di stato dell’MFA. Tante volte si era parlato della fine dell’Estado Novo e molti erano sospettosi della sincerità dei capitani. Soprattutto stupiva il fatto che fosse proprio l’esercito, uno dei pilastri dell’Estado Novo, a mobilitarsi per portare libertà e giustizia. Occorre pensare che l’11 settembre del 1973, quando Pinochet destituì Salvador Allende in seguito a un colpo di stato, non era poi così lontano.

L’eredità
Se il regime si era liquefatto come un ghiacciolo al sole cinquant’anni di oppressione non potevano essere cancellati in un solo momento. Il Portogallo presentava gli indici di sviluppo più bassi di tutta l’Europa in un momento in cui l’Europa non era più in grado di ricevere i lavoratori portoghesi. Il 26 aprile la Junta de Salvação Nacional ottenne rapidamente il riconoscimento della maggior parte delle potenze, privando di legittimità chiunque avesse voluto ribaltare il nuovo status quo. Ma i problemi più profondi da
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Salazar de Oliveira
affrontare erano di origine interna e non internazionale: decolonizzazione, ricostruzione democratica ed uguaglianza sociale erano i tre fronti su cui si spostava la battaglia.
Riguardo al problema della decolonizzazione la questione non si presentava tanto semplice. L’impero era effettivamente il grande orgoglio nazionale nel quale quasi tutti i portoghesi si riconoscevano. Da sempre il regime insisteva sul diritto naturale dei portoghesi a colonizzare, anzi, proprio questo diritto era fondamento dell’esistenza del regime salazarista. Dopo la seconda guerra, quando il colonialismo era sempre più stigmatizzato, la costituzione venne in parte riscritta e i possedimenti coloniali divennero province portoghesi d’oltremare tout court così come era l’Algeria per la Francia.
Anche le relazioni tra bianchi e neri erano teoricamente accettate, salvo poi tenere i neri su di una posizione di quasi totale sudditanza e inferiorità.
Se gli storici portoghesi faticano ancora oggi a confrontarsi su un tema tanto delicato e doloroso, molto meno delicati sono gli scrittori che proprio su questo tema hanno dedicato diversi romanzi, come, ad esempio António Lobo Antunes e Eduardo Lourenço. Nelle loro opere si descrivono le difficoltà delle ottocento mila persone che fecero le valige per tornare in patria. Persone che sfuggivano da un paradiso che non li voleva più per approdare in una patria che non li voleva accogliere perché ricordava loro la fine di un passato tanto glorioso. Queste persone erano il vero e autentico simbolo di una sconfitta, chiamati con disprezzo i retornados. Ancora una volta c’è assonanza con la questione algerina e i rimpatriati francesi chiamati anche loro con disprezzo pieds noir.
I portoghesi non volevano vedere e non volevano credere di essersi potuti comportare barbaramente con le popolazioni africane, così come qualche anno prima i francesi si erano comportati in Algeria. Si scopriva, ad esempio, che nel dicembre del 1972, un commando della polizia politica aveva raso al suolo per rappresaglia un villaggio in Mozambico uccidendo circa quattrocento persone inermi. Già, è dura dovere ammettere le torture, le stragi e le violenze perpetrate contro popolazioni che si dice volere civilizzare. Anche gli italiani ne sanno qualcosa, visto che tanto tempo occorse per ammettere di avere usato gas nervino per piegare la resistenza etiope.

Il cammino era oramai imboccato e non si poteva più tornare indietro. La decolonizzazione era uno dei punti principali del programma politico dell’MFA. L’Organizzazione delle Nazioni Unite faceva immense pressioni affinché si concedesse rapidamente l’autodeterminazione alle popolazioni africane. Era evidente che non si poteva continuare indefinitamente in una guerra che solo nell’esercito portoghese aveva fatto più di ottomila morti, trenta mila feriti, una media di centoventi mila soldati mobilitati ogni anno. Sono cifre enormi per un paese di meno di dieci milioni di abitanti.
Ancora una analogia con il caso francese, dove la questione coloniale fu risolta da un generale dal grande prestigio, il Charles De Gaulle portoghese era Spinola, che qualche mese prima della rivoluzione aveva preconizzato uno statuto federale per l’impero portoghese, ora, si era andati ben oltre e i paesi africani non avrebbero più accettato nessun legame che la vecchia madrepatria.
Tra la primavera e l’estate del 1975 il Portogallo chiudeva definitivamente una storia che era iniziata nel 1600 con le prime navigazioni oceaniche. Adesso il nuovo governo girava le spalle all’oceano per riportare il paese in Europa. Ci troviamo di fronte così a uno dei tanti paradossi che caratterizzano la storia portoghese, quella della trasformazione dell’esercito da forza militare di guerra in forza militare di pace.

Società e economia dopo il 25 aprile
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Alvaro Cunhal
Lasciate le colonie il Portogallo doveva ritrovare una sua identità nazionale il paese sembrava essere un immenso campo di battaglia. La popolazione civile giocò un ruolo importantissimo nei mesi successivi alla rivoluzione, dimostrando coraggio e entusiasmo nonostante i cinquant’anni di terrore. Ora, dopo che si era lottato per la democrazia occorreva lottare per i diritti. Sì perché non esiste nessuna democrazia stabile senza l’appoggio di tutta la società civile. Il partito comunista e la Confederação Geral dos Trabalhadores ritornarono a essere legali e il 1º maggio successivo al 25 aprile fu l’occasione per una grande manifestazione. Tra i primi provvedimenti che il movimento operaio riuscì ad ottenere dobbiamo annoverare il salario minimo garantito e il ripristino della festività del primo maggio. Oltre a questo il diritto allo sciopero, ferie pagate, riduzione dell’orario di lavoro e diritto di accesso alla sanità.
Gli anni 1974-1976 furono sicuramente caratterizzati da un grande cambiamento all’interno della società. Le due misure fondamentali in materia di politica economica furono la nazionalizzazione delle imprese e la riforma agraria che mirava a colpire i grandi latifondi del sud del paese e a ridistribuire le terre.
Il governo si trovava ad affrontare una situazione davvero complessa, perché è difficile raddrizzare la situazione economico-sociale di un paese quanto l’economia del mondo intero attraversa la sua più grave crisi da almeno trent’anni. I dati erano preoccupanti, il prodotto interno lordo nel 1974 aumentò solo dell’ 1,1% a fronte di un aumento nell’anno precedente dell’11%, nel 1975 il PIL diminuisce del 4,3%. Oltre alla crisi economica internazionale era indubbio che il periodo di transizione rivoluzionaria rendesse il clima interno decisamente instabile. Vi erano enormi carenze strutturali che non favorivano lo sviluppo armonioso di un’economia che si basava in buona parte sul suo rapporto privilegiato con le colonie e che, come si è già analizzato, aveva un bassissimo livello tecnologico non poteva in alcun modo essere competitiva.
Si doveva necessariamente ripartire dalla scuola, trasformandola da officina di creazione delle élite a strumento di emancipazione di massa così come era già avvenuto in altre parti dell’Europa. Ancora una volta giocò un ruolo di rilievo il Movimento das Forças Armadas che organizzò una campagna di dinamização cultural volta a portare cultura e alfabetizzazione in tutto il paese.

La transizione democratica
Tra il 1974 e il 1982 il Portogallo visse un periodo piuttosto lungo dentro il quale cittadini, partiti, movimenti sociali dovettero decidere quale avrebbe dovuto essere il nuovo equilibrio tra le forze. Un processo questo assai complesso che visse continui ribaltamenti di fronte e, si può dire, ricalcò in modo abbastanza classico il canovaccio delle rivoluzioni precedenti.
Da un lato abbiamo l’abolizione di tutte le strutture che avevano caratterizzato l’Estado Novo - la milizia volontaria, la polizia politica, le formazioni di inquadramento dei giovani, gli istituti corporativi. Il 25 aprile del 1974 fu l’anno zero dei portoghesi. Un primo tentativo controrivoluzionario lo portò avanti il generale Spinola, colui che aveva ricevuto le redini del potere da parte di Caetano. Sebbene più moderato di Caetano, Spinola era un uomo che si era formato all’interno della dittatura, ed aveva chiare inclinazioni conservatrici. E proprio intorno a Spinola che si concentrarono le speranze di chi guardava con orrore agli avvenimenti che in poco tempo stavano stravolgendo il paese.
L’11 di marzo del 1975 aerei bombardieri e paracadutisti sferrarono il loro attacco, era la disfatta, il Portogallo si rifiutò di tornare indietro, parte dei rivoltosi si schierarono con la democrazia, Spinola oramai solo dovette ripiegare in Spagna per sfuggire all’arresto.
Quello dell’11 marzo fu il più pericoloso di tre tentativi di rovesciare il governo di Vasco Gonçalves che intanto aveva sostituito Spinola alla testa della Junta. Fu anche l’occasione per procedere a più profonde epurazioni degli uomini della dittatura e per istituire un organo, il Conselho da Revolução, il cui compito era quello di evitare che fosse possibile un ritorno a una situazione analoga a quella precedente il 25 aprile. Spinola, così come era successo a De Gaulle, aveva perso la sua battaglia quando aveva cercato di attuare un progetto autoritario cancellando in un sol momento il prestigio che gli era valso in tanti mesi di guida della rivoluzione.

Le sezioni del Partito comunista furono oggetto continuo di attacchi da parte di
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José Afonso
militanti dell’estrema destra, non era raro durante l’estate calda del 1975 di imbattersi in sparatorie.
Dopo l’11 di marzo il pendolo della rivoluzione pendeva dal lato opposto e il 25 novembre del 1975 un nuovo tentativo di golpe, portato avanti da elementi dell’estrema sinistra, tentò di destabilizzare il cammino verso la democrazia. Il Presidente della Repubblica Costa Gomes dichiarò lo stato d’assedio della città e in poco tempo riuscì a scongiurare anche questo tentativo di golpe. All’origine del tentativo del colpo di stato la considerazione che il processo rivoluzionario stesse avanzando senza troppo coraggio e con troppi tentennamenti.
Così nel mezzo di una instabilità molto forte il cammino verso la democrazia continuava. Il 25 aprile del 1975, a un anno dalla rivoluzione, si tennero le prime elezioni democratiche dopo più di mezzo secolo. Era questo il grande banco di prova, nessuno fino alle elezioni sapeva qual era la vera forza dei partiti. I due veri protagonisti furono sicuramente il Partito comunista e il Partito socialista. Entrambi erano guidati da grandi leader: Alvaro Cunhal e Mario Soares, protagonisti dell’opposizione clandestina durante il regime e protagonisti durante il processo di democratizzazione del paese. Per favorire il più possibile una rappresentanza delle varie anime che sarebbero dovute nascere, il governo provvisorio decise per un sistema elettorale proporzionale, se pur corretto in modo da evitare una eccessiva dispersione delle forze politiche.
A vincere le elezioni per la formazione di una assemblea costituente furono i socialisti con il 37% dei voti seguiti, a una certa distanza, dal Partito Social democratico, che in Portogallo è di centro destra. Terzo partito è il comunista con il 16,6% e, infine il CDS, formazione di destra, con il 7,6%.
In particolare si può dire che proprio il Partito comunista era il grande sconfitto di queste elezioni. Senza dubbio il PCP era stata l’unica formazione politica a mantenere una sua organizzazione ramificata all’interno della società durante gli anni della dittatura. I suoi militanti avevano dovuto pagare il prezzo più caro della repressione. Alvaro Cunhal, rinunciò a una tranquilla e ben remunerata carriera di avvocato per guidare il partito e passò grande parte della sua vita nelle carceri politiche. Era del tutto evidente quindi che moralmente Cunhal e il Partito comunista fossero identificati come la forza che maggiormente aveva inciso per il mantenimento di uno spirito democratico e l’esito delle elezioni lasciò non poche amarezze in, chi per tanto tempo, si era battuto per la fine della dittatura.

L’assemblea costituente lavorò un anno per licenziare la nuova costituzione che fu approvata il 2 aprile del 1976. Il 25 aprile i portoghesi tornavano ancora una volta alle urne, per eleggere questa volta i deputati della risorta Assemblea della Repubblica.
Il Portogallo diventava una repubblica semipresidenziale alla francese, con un presidente della repubblica eletto direttamente dai cittadini. Prassi costituzionale però vede il ruolo del Capo dello stato decisamente più ridotto rispetto al suo omologo francese, l’Assemblea della Repubblica avoca a se il compito di scegliere il Capo dl governo, avvicinando così la democrazia portoghese al modello parlamentare puro all’italiana.

La fine della rivoluzione
Con il 1976 si può considerare definitivamente concluso il periodo rivoluzionario. Compito di Mario Soares trasformare il Portogallo in un paese normale. Non pochi furono però coloro che in tutto il mondo si lasciarono infiammare dagli avvenimenti della Rivoluzione dei garofani.
A livello interno invece la rivoluzione dei garofani rappresentò il tentativo più profondo mai avvenuto in Portogallo di cambiare le oligarchie che da sempre governavano il paese. Fernando Rosas, storico, lo definisce «il grande spavento» sofferto da chi era abituato ad avere privilegi enormi.
La rivoluzione non riuscì a spingersi a tanto, dopo il 1976 le classi dirigenti portoghesi si sarebbero riorganizzate, guidate da Mario Soares. Il partito comunista sarebbe sempre più stato marginalizzato in una sorta di conventio ad excludendum. A governare il Portogallo due forze: il Partito socialista e il Partito Socialdemocratico. Anche il cammino della nazionalizzazione delle banche e la redistribuzione delle terre sarebbe presto stato abbandonato dai nuovi dirigenti che puntavano a una normalizzazione del paese.
Nonostante tutto però, occorre dire che la rivoluzione dei garofani ha rappresentato, e rappresenta tuttora, il nuovo contratto sociale stipulato tra i cittadini e lo stato. È stato, in sostanza, un passaggio fondamentale della storia portoghese che ha visto, dopo più di cinquant’anni, per protagonisti la quasi totalità della sua cittadinanza.
(2 - Fine)
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BIBLIOGRAFIA
  • La transizione portoghese, di Medeiros Ferreira - Editorial Estampa, Lisbona, 1993
  • Storia dell’Estado Novo, di Fernando Rosas - Editorial Estampa, Lisbona, 1997
  • La fine dell’impero portoghese, di Antonio Costa Pinto - Livros Horizonte, Lisbona, 2001
  • The making of portugues democracy, di Kenneth Maxwell, - ed. Cambrige, 1995
  • Portogallo: dall’autoritarismo alla democrazia, di Shmitter C. Philippe – ICS, Lisbona 1999
  • La primavera di Lisbona, Bruno Crimi - Vallecchi, Firenze 1974.