LA CATTEDRA
d i   S T O R I A   i n   n e t w o r k

Lezione del prof. ROBERTO MORO
docente di storia delle dottrine politiche
nell'Università degli studi di Milano
RIVISITANDO MARX

1. 1848 2. Un testo messianico
3. San Marx e marxismo 4. L’economico, il sociale, il mentale...
5.... e la storia universale 6. Il proletariato e la fine della storia
7. Il fuoco nella mente 8. Rivolta e diserzioni

1848

Posto proprio nel mezzo di questo secolo caserma, il 1848 è stato un evento lampo così intenso e accompagnato da un rumore di tuono tanto fragoroso da rimanere impresso nella memoria storica sino a penetrare nel lessico del quotidiano come una metafora di tutto quanto è «inatteso», «confuso», «incerto» e dall'esito imprevedibile. 1848 appare oggi come la prova generale di uno spettacolo sulla rivoluzione che non può essere messo in scena: un colossal naufragato per effetto delle sue stesse ambizioni. Spento ogni rumore (e ogni speranza), le «quarantottate» sono entrate nel linguaggio politico per designare esplosioni di protesta velleitarie degne di severa repressione. Tuttavia dobbiamo alle emozioni di questo evento l’insorgere di una passione vera e profonda per la rivoluzione come strumento necessario per dar corso al mutamento storico da un lato e dall'altro l'emergere della figura del rivoluzionario come nuovo attore (o semplice comparsa) dello spettacolo della modernità. In termini simbolici e narrativi Carlo Marx e il Manifesto del partito comunista (sovente ci si dimentica che l’opera è il frutto della stretta collaborazione con Engels), hanno rappresentato per più di un secolo questo punto di svolta, il '48, e persino hanno soverchiato l'evento. Dei nostri antenati ottocenteschi che ci guardano, ieratici e severi, dal fondo cupo delle loro oleografie Marx è sicuramente uno dei meno rassicuranti. Il ritratto più noto lo mostra, senza mediazioni, in veste di profeta, la sua vita beatifica è raccontata come quella di un patriarca che guida la tribù dell'umanità attraverso l'incendio di un tempo fatto di drammatiche tensioni. Per molti aspetti quella tracciata nel Manifesto è anche l'ultima Storia universale, il grande metaracconto con il quale si superano i confini del tempo e del potere della modernità. L'Europa stessa e persino l'idea di Occidente si dissolve di fronte al cosmopolitismo dell'internazionale proletaria.

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Un testo messianico
Nel Manifesto del partito comunista di rivoluzione non si parla; o meglio si annuncia una rivoluzione che c'è sempre stata, che non ci sarà mai, che è sempre incompiuta, che è sempre promessa, che appartiene alla storia e che non è nella storia. Ma, al pari di Che cosa è il terzo stato?, il documento è incendiario e accostarvisi suscita ancor oggi profonde emozioni; più ancora del testo di Sieyès e dell'opera di Machiavelli, il Manifesto è stato parte integrante del sentire politico della modernità e forse le ha consentito di perseguire il suo livello più alto, esaltante e generoso. E non tanto per il fascino della sua esemplare architettura concettuale, il limpidissimo incalzare di una scrittura più ardente che appassionata o il tono retorico e perentorio che trasmette convinzioni irriducibili, quanto piuttosto perché il breve libello offre un contatto con il marxismo (non la dottrina filosofica di Marx), i marxismi e la vulgata stessa del marxismo che, nell'insieme e separatamente, hanno scosso fin nelle radici la cultura politica dell'Occidente. Il Manifesto è considerato, nella vulgata di più di un secolo, l'epicentro di un vasto sisma politico-culturale della modernità. Per molti fu anzi il suo compimento e il suo punto di arrivo. A partire dal 1848, prima per rivoli sottili ma capaci di profonda erosione, poi in virtù di una possente deriva, le correnti di pensiero marxiste e l'utopia comunista che da queste veniva fatta derivare, hanno investito la società industriale dell'Europa per insediarsi stabilmente nel vasto continente dei paesi a socialismo reale. Utopia di benessere e giustizia sociale finalmente realizzata, speranza appagata di indefinito progresso, di automatica e «scientifica» emancipazione sociale? Il paradosso fatto realtà dall'immaginario (e dalla propaganda) doveva seguire il naturale destino di tutti i paradossi, spaccarsi all'interno stesso del discorso, dissolversi nel rigore dell'analisi logica. Per tutti coloro che hanno letto il Manifesto a partire dagli anni '80 del XIX secolo (Marx muore nel 1883, la Seconda internazionale è del 1885), dopo quasi quarant'anni di lotte politiche e dottrinarie tra i socialismi e le esplosioni sociali di una Europa messa a ferro e fuoco dalla rivoluzione industriale, il marxismo (meglio i marxismi) probabilmente è già una galassia o piuttosto un buco nero onnivoro del dibattito politico. In buona misura questo si deve anche alla struttura del fulmineo documento che, a giusto titolo, è indicato tra le grandi opere del pensiero politico.

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San Marx e marxismo
Scritto sulla spinta delle circostanze che fanno del '48 un crogiolo rivoluzionario, il Manifesto non è un documento di circostanza e neppure si può ridurre a un programma politico o di lotta politica. Ancor oggi ha l'accattivante sapore di un testo messianico, di un pensiero che è già ideologia, immaginario e mentalità diffusa. Marx è San Marx; la dottrina del filosofo tedesco è marxismo, cioè un composto filosofico-dottrinario definitivamente legato al mito della persona e tuttavia a più volti o che almeno offre letture e percorsi di approfondimento e di immedesimazione molteplici (di qui tra l'altro uno sforzo esegetico inesauribile e, sul piano politico, destinato all'autodissoluzione). Così, ad esempio, il marxismo può essere, ed è stato, inteso come una filosofia nel senso proprio del termine e cioè come una teoria generale della conoscenza, del divenire, dell'essere; un sistema di spiegazioni delle leggi generarli della natura e della società (materialismo dialettico), un sistema di spiegazioni del divenire storico (la lotta di classe come perno del mutamento evolutivo), una filosofia politica (il comunismo come dispositivo del potere), una antropologia (l'uomo socialista), e così via. Il marxismo però può anche trovare il suo fuoco nella teoria dell'economia o come dottrina economica: in questo caso ci si trova di fronte non più a un sistema filosofico ma a una teoria generale dell'economia nell'alveo della scienza economica. E poi, ancora, il marxismo è stato percepito e praticato come una scienza della società e delle sue trasformazioni che fonda la sua scientificità sul materialismo dialettico. Ancora il marxismo può essere compreso, ed è stato compreso, come una filosofia della storia (così sostanzialmente lo ha accolto e praticato la Seconda internazionale) a matrice materialistica e tesa a privilegiare la preminenza e permanenza della determinazione economica nel mutamento storico. Risulta evidente che la pluralità di questi approcci e di queste letture, più che porre problemi di ortodossia, suscita percorsi di revisione.

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L’economico, il sociale, il mentale
La struttura stessa del Manifesto soddisfa questa pluralità di approcci inghiottendoli tutti però nella dimensione del sentire politico. Al pari del Principe di Machiavelli, il Manifesto è un testo definitivo: dice tutto, spiega tutto, risolve le contraddizioni con i paradossi, i dubbi con le certezze. L'ambizione narrativa va oltre l'alta temperatura storica del quadro storico dei progressi dei progressi dello spirito umano, perché Marx lavora la storia lineare e fragile di Condorcet col maglio della dialettica come fosse materia possente e quasi indomabile. Sin dalle prime battute vi è qualcosa di divinatorio e di faustiano insieme. La «storia del mondo» è tutta riassunta, descritta e spiegata: «La storia di tutta la società, svoltasi fin qui, è storia delle lotte delle classi». Questa introduzione di un nuovo collettivo, la classe o le classi sociali, consente uno smascheramento dei complessi rapporti che si sono istituiti, e che abbiamo cercato di leggere, tra il potere e la sua immagine lungo il percorso della macchina del tempo. L'Umanità deperisce e si svaluta in una visione ben più realistica della vicenda e della natura umana. Il tempo è storia del potere e il potere è movimento esso stesso. La novità consiste nel fatto che il potere non si riproduce più semplicemente nel suo dialogo col tempo addomesticato. Vi è qualcosa di sorprendente nella quantità di fasci di luce, di raggi laser che consentono, nel Manifesto, il percorso dei concetti e le loro relazioni, il loro intreccio, il continuo scomporsi e riaggregarsi del discorso sul potere. Anzi vi è una sorta di «separazione dei poteri» (non nel senso motesquiviano naturalmente) o delle forze che concorrono a realizzarli. Nel Manifesto infatti il potere nella sua materiale corporeità, l'economico, si riflette nel concreto del potere ordinatore della convivenza, il sociale e l'insieme delle istituzioni formali e informali che lo reggono, e questo a sua volta si specchia nel potere come produttore e custode di sapere e cultura, il mentale e i suoi apparati ideologici; cosicché i molteplici riflessi dell'economico, del sociale e del mentale, che scompongono e assorbono il potere, si intrecciano e scambiano le loro proprietà in una nuova immagine virtuale, a più dimensioni.

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...e la storia universale
«La storia di tutta la società, svoltasi fin qui, è storia della lotta delle classi», il soggetto della narrazione è la storia e la descrizione-divinazione che si può leggere nel primo capitolo del testo materializza, sotto gli occhi del lettore, un mito fondativo del potere e delle sue origini. Pochi documenti politici hanno la forza e il fuoco narrativo delle prime pagine del Manifesto del partito comunista. Si tratta di un racconto del tempo tutto intero, del tempo umano (la storia appunto) dalle sue origini alla sua fine. Difficile non essere trascinati dal ritmo della narrazione: «Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, maestri capi delle arti e artigiani addetti alla compagnia, in una parola, oppressi e oppressori, stettero continuamente in contrasto tra loro e sostennero una lotta non mai interrotta, a volte palese a volte dissimulata; ma che è sempre finita, o con la trasformazione rivoluzionaria di tutta la società, o con la totale rovina delle classi in contesa». Nulla di più perentorio per dare il via a una narrazione della storia che celebra il trionfo della borghesia, ne segna il fatale declino e annuncia l'avvento di un nuovo mondo. Inutile cercare la ragione della rivoluzione o del mutamento, perché è la storia ad essere rivoluzionaria e a trasmettere questa sua qualità alle classi sociali, la borghesia, ultima in ordine di tempo, il proletariato in via di affermazione. Si legge così, tra i nembi di questa eterna vicenda guerresca che è la «storia universale», il crescere, l'affermarsi, l'inevitabile vittoria finale del nuovo attore: «di tutte le classi che presentemente stan contro la borghesia, il proletariato solo costituisce una classe rivoluzionaria. Le altre classi si corrompono e periscono sotto l'azione della grande industria, mentre il proletariato è e rimane il più genuino prodotto di essa».

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Il proletariato e la fine della storia
La cultura della modernità e il pensiero politico occidentale non potrà mai perdonare a Marx, questo esemplare catechismo celebrativo del mito delle origini che esaurisce tutto il tempo storico e che, liberandolo dalle mitologie dello spirito e del tempo mistico del progresso, lo fonda su una nuova misteriosa corporeità: la classe sociale, la classe proletaria per la precisione e cioè su quell'«altro» che è l'escluso, tutto quanto è alternativo al potere: «il proletariato è il movimento spontaneo della gran maggioranza nell'interesse della gran maggioranza. Il proletariato infimo strato della società attuale, non può sollevarsi, non può levarsi ritto, senza che tutti i sovrapposti strati della società ufficiale vadano in frantumi». È la storia che esplode dal suo interno e si fa guerra da sé. Prodotto della sostanza rivoluzionaria della storia, la classe proletaria ne conclude il ciclo dominando definitivamente il tempo: «nella società borghese il passato domina il presente. Nella società comunista il presente sarà signore del passato», dunque della sostanza stessa del potere. Solo il presente illumina il passato e la storia comincia dalla sua fine. Tutte le maschere che ci sono apparse fin qui, suddito, cittadino, popolo, nazione, persino genere umano e umanità vengono sepolte e non è più la sovranità, il potere, a divorare il tempo degli uomini, ma la storia degli uomini a invadere il potere: l'idea stessa di sovranità si decompone insieme al suo contenitore, lo Stato. Il potere insomma collassa sulla storia, la storia sul tempo. La storia è dunque un prodotto finito, una semplice creazione non di Dio o della natura o dell'uomo, ma del potere che ha un termine con il potere stesso e con esso si esaurisce. Se misurato sull'uomo «al futuro» (cioè il proletario che diverrà uomo comunista) il corso degli eventi sin qui narrati dal potere si confonde con una semplice preistoria dell'uomo e dell'umanità. L'uomo dunque non «nasce libero ed è ovunque in catene», come aveva pensato Rousseau, è vero il contrario: nasce in catene, prigioniero della storia del potere e la sua libertà coincide con l'estinguersi della storia stessa. Ciò che è prevedibile è solo il futuro della storia, oltre i suoi confini l'uomo si trova padrone del tempo, una dimensione nuova della sua creatività, forse quel presente-eternità che già abbiamo incontrato nella Rivoluzione. E così il Manifesto annuncia anche la fine dalla politica: «Quando nel corso degli eventi le differenze di classe saranno sparite e tutti i mezzi di produzione saran venuti nelle mani degli individui associati, il potere pubblico avrà naturalmente perduto ogni carattere politico. Il potere politico nel senso vero e proprio della parola, non è se non il potere organizzato di una classe per la oppressione di un'altra». La modernità sembra quasi giunta al suo termine.

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Il fuoco nella mente
Profezia e millenarismo messianico, mito delle origini e del fine della storia definitivamente svelato? Questa tensione che trasmette la lettura del Manifesto mostra almeno un altro volto del marxismo che propone più continuità che non fratture con il sentire politico della modernità. Frutto di circostanze storiche la scienza della storia che fonda il marxismo è essa stessa prodotto della manipolazione del tempo, è un sapere del tempo prodotto e amministrato dal filosofo; in questo senso si istituisce sicuramente una continuità tra sovrano, suddito-sovrano, philosophe-citoyen, professionista della politica, ideologo marxista, agitatore-propagandista. Chi ha studiato il precorso dell'idea e dal sentire politico della Rivoluzione nel corso del XIX secolo, ha potuto leggere l'impresa di Marx e di Engels come uno dei segni del radicalizzarsi dell'impegno politico dell'«intellettuale», del mutarsi di quel sentimento filantropico proprio del gusto illuministico fino a divenire mistica dell'impegno sociale e un fuoco interiore, ha potuto riconoscere infine nell'ardore rivoluzionario l'imperativo del filosofo settecentesco di essere sovrano e di celebrare il mito del potere ordinatore della società. Una interpretazione sicuramente riduttiva, nel fondo tuttavia non errata. Carlo Marx è un uomo dell'Ottocento e il Manifesto più di altri documenti è un trattato militare, un piano strategico di conquista del passato e del futuro; la vita intellettuale stessa del sua autore è stata tutta una battaglia di trincea in trincea. Profezia e vaticinio in Marx si accompagnano però a un percorso secolare (1830-1930) nel quale la «retorica» della classe sociale, contrapposta a quelle di nazione e kultur, sembra svolgere il ruolo di progressiva revisione della seicentesca società di Ordini appena celata dalle mitologie liberali ottocentesche. E proprio Marx, dal canto suo, ha cercato di smascherare le ambiguità di questo progetto fondando una visione della storia a termine che ha in sé la ragione della sua fine: la rivoluzione. E questa rivoluzione è anche una rivolta contro la modernità.

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Rivolta e diserzioni.
Oggi il Manifesto del partito comunista è, per così dire, passato alla storia; nel 1848 però, e fino a un tempo non molto lontano da noi, era materia viva dell'agire politico, dottrina in azione nel cuore e nella mente di forze attive nell'azione sociale (gruppi, partiti, classi appunto), per queste rappresentava la quotidiana attesa di un ordine definitivo e del materiale compiersi del progresso sulle rovine della storia delle classi a tutto vantaggio di una vera storia universale; i narratori di questa storia nuova altro non sono però che i filosofi che ne hanno fissato il canone. Lo stesso Marx, proprio nel redigere il Manifesto non si sottrae a questa obbligazione e l'unione di tutti i proletari del mondo avviene in virtù di una macchina del potere (il partito comunista, appunto) che materializza il sapere del proletariato, la sua coscienza della storia e di fare storia, la sua intelligenza. È l'intellighenzia, inedita maschera del sapere = potere, a dettare, col fuoco nella mente, le regole del nuovo patto (tra proletariato e storia), della gerarchia (tra «intelligenza» o «avanguardia» e classe in formazione e da formare), dell'ordine fondativo della futura società comunista, del tempo e dei modi della rivoluzione per realizzarlo. Il dispositivo ideologico della modernità è pienamente rispettato. Però il Manifesto è anche una rivolta della modernità contro la modernità perché proprio nelle sue pagine quella fusione totale tra Europa, modernità, potere e storia che caratterizza l'esperienza politico spirituale dell'Ottocento assume la massima trasparenza e viene denunciata. La rivolta contro l'idealismo è dichiarata e se Marx riduce la politica a filosofia della storia il suo sistema ha come obiettivo un'uscita di sicurezza dal vertiginoso correre del tempo: ne fissa il punto di arrivo. Liberato dalle nebbie della retorica e della profezia, il sistema offre una data limite oltre la quale il corso degli eventi si trasforma in un nuovo modello di società storica (quella comunista) nella quale finisce il racconto delle classi e principia quello di un uomo tutto nuovo, si inaugura un vero regnum hominis e un potere oltre i limiti della storia. Un racconto tutto da scrivere senza i condizionamenti del passato e del futuro. Vi è insomma una preistoria e una storia dell'uomo: la prima è una fase di creazione e la seconda prescinde dal collettivo della prima, e vi è un umanesimo che non trova le sue radici nel passato ma in un tempo del potere sotratto all'egemonia del passato. E vi è, nella scrittura di Marx, una rivolta contro tutti i racconti del potere che la modernità ha di volta in volta proposto, che annuncia un risentimento addirittura verso il passato. Per questo il pensiero di Marx annuncia e suscita il grande processo di revisione del passato che la storiografia marxista realizzerà contro le mitologie degli storici ottocenteschi. La rivolta profonda è quella contro una sacralizzazione del tempo e del potere in vista di una loro rinnovata umanizzazione. Anche qui però l'esito finale è un trasferimento del presente nel futuro, la verità scientifica è in realtà profezia e, anche se questa profezia annuncia la fine del cammino del potere nel sua dominio del tempo, il Manifesto e il pensiero storico di Marx rimane radicalmente connesso all'esperienza della modernità e ancorato saldamente al XIX secolo.

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