1848
Posto proprio nel mezzo di questo secolo caserma,
il 1848 è stato un evento lampo così intenso e
accompagnato da un rumore di tuono tanto fragoroso
da rimanere impresso nella memoria storica sino
a penetrare nel lessico del quotidiano come una
metafora di tutto quanto è «inatteso», «confuso»,
«incerto» e dall'esito imprevedibile. 1848 appare
oggi come la prova generale di uno spettacolo
sulla rivoluzione che non può essere messo in
scena: un colossal naufragato per effetto delle
sue stesse ambizioni. Spento ogni rumore (e ogni
speranza), le «quarantottate» sono entrate nel
linguaggio politico per designare esplosioni di
protesta velleitarie degne di severa repressione.
Tuttavia dobbiamo alle emozioni di questo evento
l’insorgere di una passione vera e profonda per
la rivoluzione come strumento necessario per dar
corso al mutamento storico da un lato e dall'altro
l'emergere della figura del rivoluzionario come
nuovo attore (o semplice comparsa) dello spettacolo
della modernità. In termini simbolici e narrativi
Carlo Marx e il
Manifesto del partito comunista
(sovente ci si dimentica che l’opera è il frutto
della stretta collaborazione con Engels), hanno
rappresentato per più di un secolo questo punto
di svolta, il '48, e persino hanno soverchiato
l'evento. Dei nostri antenati ottocenteschi che
ci guardano, ieratici e severi, dal fondo cupo
delle loro oleografie Marx è sicuramente uno dei
meno rassicuranti. Il ritratto più noto lo mostra,
senza mediazioni, in veste di profeta, la sua
vita beatifica è raccontata come quella di un
patriarca che guida la tribù dell'umanità attraverso
l'incendio di un tempo fatto di drammatiche tensioni.
Per molti aspetti quella tracciata nel
Manifesto
è anche l'ultima Storia universale, il grande
metaracconto con il quale si superano i confini
del tempo e del potere della modernità. L'Europa
stessa e persino l'idea di Occidente si dissolve
di fronte al cosmopolitismo dell'internazionale
proletaria.
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Un testo messianico
Nel Manifesto del partito comunista di
rivoluzione non si parla; o meglio si annuncia
una rivoluzione che c'è sempre stata, che non
ci sarà mai, che è sempre incompiuta, che è sempre
promessa, che appartiene alla storia e che non
è nella storia. Ma, al pari di Che cosa è il
terzo stato?, il documento è incendiario e
accostarvisi suscita ancor oggi profonde emozioni;
più ancora del testo di Sieyès e dell'opera di
Machiavelli, il Manifesto è stato parte
integrante del sentire politico della modernità
e forse le ha consentito di perseguire il suo
livello più alto, esaltante e generoso. E non
tanto per il fascino della sua esemplare architettura
concettuale, il limpidissimo incalzare di una
scrittura più ardente che appassionata o il tono
retorico e perentorio che trasmette convinzioni
irriducibili, quanto piuttosto perché il breve
libello offre un contatto con il marxismo (non
la dottrina filosofica di Marx), i marxismi e
la vulgata stessa del marxismo che, nell'insieme
e separatamente, hanno scosso fin nelle radici
la cultura politica dell'Occidente. Il Manifesto
è considerato, nella vulgata di più di un secolo,
l'epicentro di un vasto sisma politico-culturale
della modernità. Per molti fu anzi il suo compimento
e il suo punto di arrivo. A partire dal 1848,
prima per rivoli sottili ma capaci di profonda
erosione, poi in virtù di una possente deriva,
le correnti di pensiero marxiste e l'utopia comunista
che da queste veniva fatta derivare, hanno investito
la società industriale dell'Europa per insediarsi
stabilmente nel vasto continente dei paesi a socialismo
reale. Utopia di benessere e giustizia sociale
finalmente realizzata, speranza appagata di indefinito
progresso, di automatica e «scientifica» emancipazione
sociale? Il paradosso fatto realtà dall'immaginario
(e dalla propaganda) doveva seguire il naturale
destino di tutti i paradossi, spaccarsi all'interno
stesso del discorso, dissolversi nel rigore dell'analisi
logica. Per tutti coloro che hanno letto il Manifesto
a partire dagli anni '80 del XIX secolo (Marx
muore nel 1883, la Seconda internazionale è del
1885), dopo quasi quarant'anni di lotte politiche
e dottrinarie tra i socialismi e le esplosioni
sociali di una Europa messa a ferro e fuoco dalla
rivoluzione industriale, il marxismo (meglio i
marxismi) probabilmente è già una galassia o piuttosto
un buco nero onnivoro del dibattito politico.
In buona misura questo si deve anche alla struttura
del fulmineo documento che, a giusto titolo, è
indicato tra le grandi opere del pensiero politico.
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San Marx e marxismo
Scritto sulla spinta delle circostanze che fanno
del '48 un crogiolo rivoluzionario, il Manifesto
non è un documento di circostanza e neppure si
può ridurre a un programma politico o di lotta
politica. Ancor oggi ha l'accattivante sapore
di un testo messianico, di un pensiero che è già
ideologia, immaginario e mentalità diffusa. Marx
è San Marx; la dottrina del filosofo tedesco è
marxismo, cioè un composto filosofico-dottrinario
definitivamente legato al mito della persona e
tuttavia a più volti o che almeno offre letture
e percorsi di approfondimento e di immedesimazione
molteplici (di qui tra l'altro uno sforzo esegetico
inesauribile e, sul piano politico, destinato
all'autodissoluzione). Così, ad esempio, il marxismo
può essere, ed è stato, inteso come una filosofia
nel senso proprio del termine e cioè come una
teoria generale della conoscenza, del divenire,
dell'essere; un sistema di spiegazioni delle leggi
generarli della natura e della società (materialismo
dialettico), un sistema di spiegazioni del divenire
storico (la lotta di classe come perno del mutamento
evolutivo), una filosofia politica (il comunismo
come dispositivo del potere), una antropologia
(l'uomo socialista), e così via. Il marxismo però
può anche trovare il suo fuoco nella teoria dell'economia
o come dottrina economica: in questo caso ci si
trova di fronte non più a un sistema filosofico
ma a una teoria generale dell'economia nell'alveo
della scienza economica. E poi, ancora, il marxismo
è stato percepito e praticato come una scienza
della società e delle sue trasformazioni che fonda
la sua scientificità sul materialismo dialettico.
Ancora il marxismo può essere compreso, ed è stato
compreso, come una filosofia della storia (così
sostanzialmente lo ha accolto e praticato la Seconda
internazionale) a matrice materialistica e tesa
a privilegiare la preminenza e permanenza della
determinazione economica nel mutamento storico.
Risulta evidente che la pluralità di questi approcci
e di queste letture, più che porre problemi di
ortodossia, suscita percorsi di revisione.
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L’economico, il sociale,
il mentale
La struttura stessa del Manifesto soddisfa
questa pluralità di approcci inghiottendoli tutti
però nella dimensione del sentire politico. Al
pari del Principe di Machiavelli, il Manifesto
è un testo definitivo: dice tutto, spiega tutto,
risolve le contraddizioni con i paradossi, i dubbi
con le certezze. L'ambizione narrativa va oltre
l'alta temperatura storica del quadro storico
dei progressi dei progressi dello spirito umano,
perché Marx lavora la storia lineare e fragile
di Condorcet col maglio della dialettica come
fosse materia possente e quasi indomabile. Sin
dalle prime battute vi è qualcosa di divinatorio
e di faustiano insieme. La «storia del mondo»
è tutta riassunta, descritta e spiegata: «La storia
di tutta la società, svoltasi fin qui, è storia
delle lotte delle classi». Questa introduzione
di un nuovo collettivo, la classe o le classi
sociali, consente uno smascheramento dei complessi
rapporti che si sono istituiti, e che abbiamo
cercato di leggere, tra il potere e la sua immagine
lungo il percorso della macchina del tempo. L'Umanità
deperisce e si svaluta in una visione ben più
realistica della vicenda e della natura umana.
Il tempo è storia del potere e il potere è movimento
esso stesso. La novità consiste nel fatto che
il potere non si riproduce più semplicemente nel
suo dialogo col tempo addomesticato. Vi è qualcosa
di sorprendente nella quantità di fasci di luce,
di raggi laser che consentono, nel Manifesto,
il percorso dei concetti e le loro relazioni,
il loro intreccio, il continuo scomporsi e riaggregarsi
del discorso sul potere. Anzi vi è una sorta di
«separazione dei poteri» (non nel senso motesquiviano
naturalmente) o delle forze che concorrono a realizzarli.
Nel Manifesto infatti il potere nella sua
materiale corporeità, l'economico, si riflette
nel concreto del potere ordinatore della convivenza,
il sociale e l'insieme delle istituzioni formali
e informali che lo reggono, e questo a sua volta
si specchia nel potere come produttore e custode
di sapere e cultura, il mentale e i suoi apparati
ideologici; cosicché i molteplici riflessi dell'economico,
del sociale e del mentale, che scompongono e assorbono
il potere, si intrecciano e scambiano le loro
proprietà in una nuova immagine virtuale, a più
dimensioni.
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...e la storia universale
«La storia di tutta la società, svoltasi
fin qui, è storia della lotta delle classi», il
soggetto della narrazione è la storia e la descrizione-divinazione
che si può leggere nel primo capitolo del testo
materializza, sotto gli occhi del lettore, un
mito fondativo del potere e delle sue origini.
Pochi documenti politici hanno la forza e il fuoco
narrativo delle prime pagine del Manifesto
del partito comunista. Si tratta di un racconto
del tempo tutto intero, del tempo umano (la storia
appunto) dalle sue origini alla sua fine. Difficile
non essere trascinati dal ritmo della narrazione:
«Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e
servi della gleba, maestri capi delle arti e artigiani
addetti alla compagnia, in una parola, oppressi
e oppressori, stettero continuamente in contrasto
tra loro e sostennero una lotta non mai interrotta,
a volte palese a volte dissimulata; ma che è sempre
finita, o con la trasformazione rivoluzionaria
di tutta la società, o con la totale rovina delle
classi in contesa». Nulla di più perentorio per
dare il via a una narrazione della storia che
celebra il trionfo della borghesia, ne segna il
fatale declino e annuncia l'avvento di un nuovo
mondo. Inutile cercare la ragione della rivoluzione
o del mutamento, perché è la storia ad essere
rivoluzionaria e a trasmettere questa sua qualità
alle classi sociali, la borghesia, ultima in ordine
di tempo, il proletariato in via di affermazione.
Si legge così, tra i nembi di questa eterna vicenda
guerresca che è la «storia universale», il crescere,
l'affermarsi, l'inevitabile vittoria finale del
nuovo attore: «di tutte le classi che presentemente
stan contro la borghesia, il proletariato solo
costituisce una classe rivoluzionaria. Le altre
classi si corrompono e periscono sotto l'azione
della grande industria, mentre il proletariato
è e rimane il più genuino prodotto di essa».
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Il proletariato e la fine
della storia
La cultura della modernità e il pensiero politico
occidentale non potrà mai perdonare a Marx, questo
esemplare catechismo celebrativo del mito delle
origini che esaurisce tutto il tempo storico e
che, liberandolo dalle mitologie dello spirito
e del tempo mistico del progresso, lo fonda su
una nuova misteriosa corporeità: la classe sociale,
la classe proletaria per la precisione e cioè
su quell'«altro» che è l'escluso, tutto quanto
è alternativo al potere: «il proletariato è il
movimento spontaneo della gran maggioranza nell'interesse
della gran maggioranza. Il proletariato infimo
strato della società attuale, non può sollevarsi,
non può levarsi ritto, senza che tutti i sovrapposti
strati della società ufficiale vadano in frantumi».
È la storia che esplode dal suo interno e si fa
guerra da sé. Prodotto della sostanza rivoluzionaria
della storia, la classe proletaria ne conclude
il ciclo dominando definitivamente il tempo: «nella
società borghese il passato domina il presente.
Nella società comunista il presente sarà signore
del passato», dunque della sostanza stessa del
potere. Solo il presente illumina il passato e
la storia comincia dalla sua fine. Tutte le maschere
che ci sono apparse fin qui, suddito, cittadino,
popolo, nazione, persino genere umano e umanità
vengono sepolte e non è più la sovranità, il potere,
a divorare il tempo degli uomini, ma la storia
degli uomini a invadere il potere: l'idea stessa
di sovranità si decompone insieme al suo contenitore,
lo Stato. Il potere insomma collassa sulla storia,
la storia sul tempo. La storia è dunque un prodotto
finito, una semplice creazione non di Dio o della
natura o dell'uomo, ma del potere che ha un termine
con il potere stesso e con esso si esaurisce.
Se misurato sull'uomo «al futuro» (cioè il proletario
che diverrà uomo comunista) il corso degli eventi
sin qui narrati dal potere si confonde con una
semplice preistoria dell'uomo e dell'umanità.
L'uomo dunque non «nasce libero ed è ovunque in
catene», come aveva pensato Rousseau, è vero il
contrario: nasce in catene, prigioniero della
storia del potere e la sua libertà coincide con
l'estinguersi della storia stessa. Ciò che è prevedibile
è solo il futuro della storia, oltre i suoi confini
l'uomo si trova padrone del tempo, una dimensione
nuova della sua creatività, forse quel presente-eternità
che già abbiamo incontrato nella Rivoluzione.
E così il Manifesto annuncia anche la fine
dalla politica: «Quando nel corso degli eventi
le differenze di classe saranno sparite e tutti
i mezzi di produzione saran venuti nelle mani
degli individui associati, il potere pubblico
avrà naturalmente perduto ogni carattere politico.
Il potere politico nel senso vero e proprio della
parola, non è se non il potere organizzato di
una classe per la oppressione di un'altra». La
modernità sembra quasi giunta al suo termine.
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Il fuoco nella mente
Profezia e millenarismo messianico, mito delle
origini e del fine della storia definitivamente
svelato? Questa tensione che trasmette la lettura
del Manifesto mostra almeno un altro volto
del marxismo che propone più continuità che non
fratture con il sentire politico della modernità.
Frutto di circostanze storiche la scienza della
storia che fonda il marxismo è essa stessa prodotto
della manipolazione del tempo, è un sapere del
tempo prodotto e amministrato dal filosofo; in
questo senso si istituisce sicuramente una continuità
tra sovrano, suddito-sovrano, philosophe-citoyen,
professionista della politica, ideologo marxista,
agitatore-propagandista. Chi ha studiato il precorso
dell'idea e dal sentire politico della Rivoluzione
nel corso del XIX secolo, ha potuto leggere l'impresa
di Marx e di Engels come uno dei segni del radicalizzarsi
dell'impegno politico dell'«intellettuale», del
mutarsi di quel sentimento filantropico proprio
del gusto illuministico fino a divenire mistica
dell'impegno sociale e un fuoco interiore, ha
potuto riconoscere infine nell'ardore rivoluzionario
l'imperativo del filosofo settecentesco di essere
sovrano e di celebrare il mito del potere ordinatore
della società. Una interpretazione sicuramente
riduttiva, nel fondo tuttavia non errata. Carlo
Marx è un uomo dell'Ottocento e il Manifesto
più di altri documenti è un trattato militare,
un piano strategico di conquista del passato e
del futuro; la vita intellettuale stessa del sua
autore è stata tutta una battaglia di trincea
in trincea. Profezia e vaticinio in Marx si accompagnano
però a un percorso secolare (1830-1930) nel quale
la «retorica» della classe sociale, contrapposta
a quelle di nazione e kultur, sembra svolgere
il ruolo di progressiva revisione della seicentesca
società di Ordini appena celata dalle mitologie
liberali ottocentesche. E proprio Marx, dal canto
suo, ha cercato di smascherare le ambiguità di
questo progetto fondando una visione della storia
a termine che ha in sé la ragione della sua fine:
la rivoluzione. E questa rivoluzione è anche una
rivolta contro la modernità.
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Rivolta e diserzioni.
Oggi il Manifesto del partito comunista
è, per così dire, passato alla storia; nel 1848
però, e fino a un tempo non molto lontano da noi,
era materia viva dell'agire politico, dottrina
in azione nel cuore e nella mente di forze attive
nell'azione sociale (gruppi, partiti, classi appunto),
per queste rappresentava la quotidiana attesa
di un ordine definitivo e del materiale compiersi
del progresso sulle rovine della storia delle
classi a tutto vantaggio di una vera storia universale;
i narratori di questa storia nuova altro non sono
però che i filosofi che ne hanno fissato il canone.
Lo stesso Marx, proprio nel redigere il Manifesto
non si sottrae a questa obbligazione e l'unione
di tutti i proletari del mondo avviene in virtù
di una macchina del potere (il partito comunista,
appunto) che materializza il sapere del proletariato,
la sua coscienza della storia e di fare storia,
la sua intelligenza. È l'intellighenzia,
inedita maschera del sapere = potere, a dettare,
col fuoco nella mente, le regole del nuovo patto
(tra proletariato e storia), della gerarchia (tra
«intelligenza» o «avanguardia» e classe in formazione
e da formare), dell'ordine fondativo della futura
società comunista, del tempo e dei modi della
rivoluzione per realizzarlo. Il dispositivo ideologico
della modernità è pienamente rispettato. Però
il Manifesto è anche una rivolta della
modernità contro la modernità perché proprio nelle
sue pagine quella fusione totale tra Europa, modernità,
potere e storia che caratterizza l'esperienza
politico spirituale dell'Ottocento assume la massima
trasparenza e viene denunciata. La rivolta contro
l'idealismo è dichiarata e se Marx riduce la politica
a filosofia della storia il suo sistema ha come
obiettivo un'uscita di sicurezza dal vertiginoso
correre del tempo: ne fissa il punto di arrivo.
Liberato dalle nebbie della retorica e della profezia,
il sistema offre una data limite oltre la quale
il corso degli eventi si trasforma in un nuovo
modello di società storica (quella comunista)
nella quale finisce il racconto delle classi e
principia quello di un uomo tutto nuovo, si inaugura
un vero regnum hominis e un potere oltre
i limiti della storia. Un racconto tutto da scrivere
senza i condizionamenti del passato e del futuro.
Vi è insomma una preistoria e una storia dell'uomo:
la prima è una fase di creazione e la seconda
prescinde dal collettivo della prima, e vi è un
umanesimo che non trova le sue radici nel passato
ma in un tempo del potere sotratto all'egemonia
del passato. E vi è, nella scrittura di Marx,
una rivolta contro tutti i racconti del potere
che la modernità ha di volta in volta proposto,
che annuncia un risentimento addirittura verso
il passato. Per questo il pensiero di Marx annuncia
e suscita il grande processo di revisione del
passato che la storiografia marxista realizzerà
contro le mitologie degli storici ottocenteschi.
La rivolta profonda è quella contro una sacralizzazione
del tempo e del potere in vista di una loro rinnovata
umanizzazione. Anche qui però l'esito finale è
un trasferimento del presente nel futuro, la verità
scientifica è in realtà profezia e, anche se questa
profezia annuncia la fine del cammino del potere
nel sua dominio del tempo, il Manifesto
e il pensiero storico di Marx rimane radicalmente
connesso all'esperienza della modernità e ancorato
saldamente al XIX secolo.
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