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LE GUERRE DELL'ITALIA FASCISTA.
DAL 1935 ALLA DISFATTA DEL '43
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Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi 2005, pp. 460, euro 28,00
Otto anni di guerre ininterrotte. In Etiopia, un fragile impero presto perduto. La guerra civile spagnola. Sulle Alpi contro la Francia. Contro la Grecia, un fallimento. Contro gli inglesi nel Mediterraneo e in Africa settentrionale, con alterne vicende. La dura occupazione dei Balcani da Lubiana all'Egeo. Guerra anche in Russia, fino al Don. Tutte guerre di espansione, alla ricerca del principale obiettivo della dittatura di Mussolini. Che tuttavia non seppe condurle con la determinazione necessaria per coinvolgere davvero gli italiani. Fino ad arrivare alla disastrosa sconfitta del conflitto mondiale.
Guerre in buona parte dimenticate, rimosse. Questo volume le racconta, spiegando la tragica superficialità con cui furono affrontate e condotte: l'insufficienza degli alti comandi e degli armamenti, i limiti di addestramento delle truppe, le loro capacità di resistenza e sacrificio in conflitti che non capivano ma che combattevano per obbligo, disciplina, spirito di corpo. Guerre tragiche da restituire alla memoria della nostra nazione.
Dal 3 ottobre 1935, giorno dell'aggressione dell'Etiopia, al 2 maggio 1945, quando ebbero fine i combattimenti del secondo conflitto mondiale nel nostro paese, l'Italia fu in guerra senza interruzioni: in Etiopia nel 1935-41, in Spagna nel 1936-39, nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa settentrionale nel 1940-43, in Russia nel 1941-43. Per due anni, tra il 1943 e il 1945, fu l'Italia a essere teatro di una guerra complessa e brutale. Impressionante la serie di Stati a cui il governo italiano dichiarò guerra o che invase senza una dichiarazione formale: Etiopia, Spagna, Albania, Gran Bretagna, Francia, Grecia, Jugoslavia, Unione Sovietica, Stati Uniti.
Come scrive Rochat nella premessa, «queste guerre sono state in gran parte dimenticate. Per molti decenni dopo il 1945 sono stati rimossi gli aspetti peggiori del regime e quelli più imbarazzanti, come l'Impero e le sconfitte del 1940-1943. Una volta gli agiografi di Mussolini lo esaltavano come un grande statista fino al 1939, oggi il termine è stato riportato alle leggi antisemite del 1938, come se la guerra mondiale fosse una sciagura sostanzialmente estranea alla politica mussoliniana, di cui il regime rimane vittima, tanto che la disastrosa sconfitta militare non sembra infirmare il bilancio positivo dei quasi vent'anni precedenti. Il successivo sviluppo degli studi sul fascismo, di critica articolata come di parziale recupero (fino al superficiale "revisionismo" mediatico degli ultimi anni), non si è esteso alle sue guerre, salvo che per la ricostruzione parziale delle operazioni. Il quadro internazionale è stato studiato adeguatamente, gran parte del resto è stato dimenticato, tra le decisioni di Hitler e Mussolini e la condotta delle operazioni è rimasto da colmare un vuoto».
Il volume è diviso in quattro sezioni. La prima, intitolata Verso l'Impero, tratta gli eventi dalla riconquista della Libia alla guerra d'Etiopia fino all'intervento in Spagna. La seconda, La preparazione alla guerra, analizza la struttura, l'efficienza e la consistenza delle forze armate. La terza (Guerra parallela, guerra subalterna 1940-1943) affronta i primi anni della seconda guerra mondiale. Infine, la quarta sezione, titolata La crisi del 1943, prende in considerazione la crisi e il crollo finale dell'esercito. Conclude l'opera un'appendice dedicata alle perdite e al destino dei prigionieri militari italiani.
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M. Giovana, Giustizia e Libertà in Italia 1929-1937, Bollati Boringhieri, 2005, pp. 560, euro 35,00
Il volume ricostruisce i vari aspetti di Giustizia e Libertà negli anni della cospirazione antifascista: linea politica, approccio culturale, metodi cospirativi, discussioni e lacerazioni interne, arresti e processi, personalità e ruolo dei principali esponenti, controllo poliziesco tramite spie, rapporti con il centro estero di Carlo Rosselli. Il libro si apre con la fuga da Lipari di Lussu e Rosselli, segue la nascita del movimento e i suoi sviluppi, cogliendone l'originalità e lo spessore delle motivazioni morali, senza nasconderne i punti deboli quali il ricorso agli attentati dimostrativi, le propensioni tirannicide di Rosselli, la mancanza di seguito tra gli operai e i contadini. Molti gli elementi di novità: il lavoro clandestino di Leone Ginzburg, Max Salvadori e Nicola Chiaromonte; i cedimenti di alcuni militanti del movimento dopo l'arresto; l'esame dei quadri intermedi di GL; i rapporti difficili con i comunisti. L'autore, dal 1945 amico e collaboratore di alcuni esponenti del movimento, integra con elementi ricavati dalla conoscenza personale la ricca documentazione tratta da archivi pubblici e privati, opuscoli e giornali di GL, memorialistica e storiografia dell'antifascismo.
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G. De Luna-G. D'Autilia-L. Criscenti, L'Italia del Novecento. Le fotografie e la storia. Il potere da Giolitti a Mussolini (1900-1945), Einaudi, 2005, pp. 420, euro 75,00
Una storia fotografica dell'Italia insolita e innovativa: nei tre volumi che costituiranno l'opera, il rapporto testo/immagine è capovolto, con il testo che assume un ruolo ancillare rispetto alle immagini. Le fotografie non illustrano un discorso storico già impostato su documenti scritti, ma diventano uno strumento autonomo del raccontare e una fonte per la conoscenza storica, in grado di mostrare la storia "latente" degli uomini: quello che essi provano senza sapere che i loro dolori, il loro lavoro e il loro riposo è a pieno titolo "storia". Il primo volume è dedicato al potere politico che si autorappresenta; in partticolare, al rapporto tra l'organizzazione dello spazio pubblico e il potere durante il fascismo. Numerose sono le foto dell'Istituto Luce che documentano la rappresentazione di tale rapporto attraverso gli eventi, la monumentalizzazione dei luoghi, la simbologia, ma anche e soprattutto attraverso la "fisicità" della politica, la dimensione che i "corpi" hanno assunto nella politica massificata del Novecento
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R. Rodhes, L'invenzione della bomba atomica, Rizzoli 2005, pp. 992, euro 29,00
Per tutta la seconda metà del Novecento l'incubo della minaccia nucleare ha permesso un fragile equilibrio tra le superpotenze, e ancora oggi la minaccia della bomba atomica è protagonista nei nuovi scenari dominati dalla paura del terrorismo mondiale. Questo libro racconta la storia completa delle ricerche, degli uomini e delle scelte politiche che portarono alla creazione della bom-ba atomica, dalla scoperta dell'energia racchiusa nel nucleo atomico al progetto Manhattan, alla realizzazio-ne concreta di Fat Man e di Little Boy, come vennero battezzate le due prime bombe destinate a concludere la guerra nel Pacifico.
Richard Rhodes racconta le vite e i drammi di quello straordinario gruppo di scienziati che, vincendo la gara alla conquista dell'atomo contro gli scienziati tedeschi e giapponesi, ebbero un peso decisivo sul destino del mondo; tra di loro - con la benedizione di Einstein - i grandi nomi della fisica del nostro secolo, Szilard, Tel-ler, Bohr, Oppenheimer, Fermi, von Neuman. Nell'epica narrazione dell'autore hanno rilievo anche le figure dei grandi protagonisti della storia, come il generale Eisenhower, capo di stato maggiore dell'esercito america-no, contrario all'uso della bomba, o i presidenti Roosevelt, che diede il via al Progetto Manhattan, e Truman, che autorizzò l'utilizzo della nuova micidiale arma. Rhodes va oltre il ruolo scientifico o tecnico dei perso-naggi per esaminare anche il loro aspetto umano e per-sonale: le doti intellettuali e la formazione accademica, le debolezze e le ambizioni, le intuizioni e gli errori, le con-vinzioni politiche e l'atteggiamento di fronte al grande interrogativo etico che la realizzazione della bomba pose al mondo scientifico e politico: può la scienza es-sere messa al servizio della distruzione di vite umane? Un interrogativo drammatico che percorre tutte le pa-gine di questo libro considerato come il migliore contri-buto alla storia del più sconvolgente evento scientifico e politico della nostra epoca.
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G. S. Rossi, Mussolini e il diplomatico. La vita e i diari di Serafino Mazzolini, un monarchico a Salò, Rubbettino, 2005, pp. 566, euro 26,00
Le speranze, le illusioni, le delusioni di un fascista "modello" attraverso la biografia politica e i diari 1939-1945 di Serafino Mazzolini, sottosegretario agli Esteri della Repubblica di Salò. Ex massone, terziario francescano, i suoi appunti quotidiani sono una cronaca appassionante della progressiva crisi del regime e restituiscono l'immagine inedita di un "gentiluomo" a torto annoverato tra i repubblichini "per caso". Dopo l'8 settembre il diplomatico assiste incredulo allo sfaldamento dello Stato e da monarchico si sente tradito dal Re. Testimone impotente dell'"agonia della Patria" percepisce il ritorno di Mussolini come uno strumento per riaffermare la dignità della nazione. All'ombra del Duce, ne registra confidenze e umori e guida il ministero degli Esteri tentando di contrastare l'oppressiva egemonia tedesca. Con la sua morte, disse Mussolini commosso, "gli Esteri perdono un Capo insostituibile e l'Italia un patriota esemplare". Marchigiano di nascita e umbro di adozione, Mazzolini (Arcevia 1890 - San Felice del Benaco 1945) comincia giovanissimo l'attività politica a Macerata. Nazionalista, interventista, avvocato e giornalista, è inviato speciale e combattente nella Grande Guerra. A Fiume con D'Annunzio, nella marcia su Roma guida le "camicie azzurre" di Ancona. Intimo di Federzoni, amico di Grandi e di Balbo, è segretario aggiunto del Pnf con Farinacci e deputato nel 1924. Direttore del "Corriere Adriatico", lascia attività politica e giornalismo per diventare un protagonista della diplomazia fascista, dall'America Latina all'Egitto, al Montenegro.
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M. Cattaruzza (a cura di), La Nazione in rosso. Socialismo, Comunismo e "Questione nazionale": 1889-1953, Rubbettino, 2005, pp. 334, euro 18,00
La "Nazione in Rosso" ricostruisce i modi in cui una delle due maggiori ideologie del secolo XIX e XX, il Socialismo, si è confrontata con l'altra ideologia che ha dato l'impronta all'età contemporanea, il Nazionalismo. I capitoli coprono il periodo che va dalla fondazione della Seconda Internazionale (Parigi, 1889) alla morte di Stalin (Mosca, 1953), affrontando aspetti centrali della problematica, quali le teorie sulla nazione degli austromarxisti, il rapporto della Seconda e della Terza Internazionale con la democrazia, la concezione anti-nazionale di Amadeo Bordiga, le elaborazioni socialiste sulla nazione tra le due guerre mondiali, l'atteggiamento dei comunisti rispetto alle espulsioni dei tedeschi dalla Cecoslovacchia e dalla Polonia, la questione nazionale nel comunismo italiano e in quello francese.
La comparazione tra il modo in cui socialisti e comunisti si posero rispetto alla nazione fornisce utili elementi di analisi e di giudizio storico sui due movimenti politici, evidenziandone, accanto alle comuni radici ideologiche, anche le forti discontinuità. La nascita della Terza Internazionale e la rapida sottomissione dei partiti comunisti agli interessi sovietici porteranno nel corso della Seconda guerra mondiale e nel dopoguerra a politiche di vera e propria negazione dell'"interesse nazionale" o, al contrario, come nel caso del Partito comunista della Cecoslovacchia, di rimessa in discussione del proprio carattere plurinazionale. Tali scelte si rivelarono particolarmente penalizzanti per il Partito comunista francese, mentre il Partito comunista italiano sarà in grado, grazie alle diverse contingenze politiche, di presentarsi all'elettorato come forza politica nazionale, con indubbie ricadute positive in termini di credibilità politica e di influenza all'interno del sistema partitico.
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S. Cosseron, Napoleone, il grande bugiardo, Piemme, 2005, pp. 320, euro 16,90
Da giovane ufficiale, presentò un falso certificato medico per tornare ad Ajaccio. Trasformò la battaglia di Arcole da sconfitta in trionfo. Costruì un castello di bugie per impedire che Joséphine lo raggiungesse a Varsavia. Accusò falsamente i repubblicani dell'attentato di Rue Saint-Nicaise. Si fece immortalare in centinaia di dipinti che mostrano le più varie mistificazioni. Mentì sulle spaventose perdite di Eylau... Se la corona di re dei bugiardi vanta pretendenti numerosi e illustri, certo Napoleone è uno dei più accreditati. Il figlio della rivoluzione che volle farsi raffigurare come un imperatore romano, non esitò a mentire né a riscrivere la sua storia pubblica e privata pur di costruirsi un'immagine immortale. Un talento, quello della menzogna, che Bonaparte dimostrò fin dalla giovinezza.Da lì in poi, non esiterà a trasformare debaclé in vittorie. Ad attuare voltafaccia indecorosi per un paladino della rivoluzione. A far ricadere sulle teste altrui i propri errori. A costruire una fraudolenta iconografia di regime. A mentire non solo a parenti, amici, mogli, amanti, alla Francia intera, ma perfino a se stesso, come testimonia esemplarmente la campagna di Russia. E una volta persa irrimediabilmente la guerra, affrontò con ardore la battaglia della memoria, per un trionfo di cui non fu capace nessun altro sconfitto. A suon di bugie, è vero: ma anche questo è genio.
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S. Bradford, Lucrezia Borgia. La storia vera, Mondadori, 2005, pp. 384, euro 18,50
Sarah Bradford propone un'originale rilettura di Lucrezia Borgia, nell'intento dichiarato di sottrarla alla leggenda e alla condanna morale. La sua narrazione, quanto mai documentata e avvincente, si basa su uno scrupoloso lavoro di confronto e interpretazione delle fonti: le storie e le cronache dell'epoca, i documenti originali conservati negli archivi, fra cui alcune lettere personali a tutt'oggi ignote e le fitte informazioni dei corrispondenti e degli ambasciatori delle corti italiane.
Lucrezia si rivela una donna determinata, partecipe delle vicende politiche del suo tempo e in particolare di quelle, spregiudicate e delittuose, della famiglia Borgia, inscritte in una rete di complessi rapporti fra il corrotto e opulento Vaticano, le fastose corti rinascimentali, la Spagna e le altre potenze straniere.
Pur assecondando le brame di potere e i giochi dinastici del padre e del fratello, seppe sempre destreggiarsi con abilità fra le circostanze di un destino che altri avevano scelto per lei. Con il terzo matrimonio, con l'erede del ducato di Ferrara, Lucrezia assumerà una posizione di assoluta preminenza, amministrando con grazia e fascino una vita cortigiana colta e raffinata, sfarzosa e lasciva, animata da amori, intrighi e sanguinose vendette.
Nel racconto della Bradford questa immagine pubblica di Lucrezia è strettamente intrecciata al suo dramma personale e ai suoi conflitti più profondi. Ne emerge una figura femminile emendata da colpevoli eccessi e condanne, finalmente riconsegnata alla storia nella pienezza del suo ruolo di protagonista del proprio tempo.
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A. Leoni, Storia militare della chiesa, Piemme, pp. 352, euro 17,90
La storia della Chiesa ebbe per protagonisti cristiani combattenti che difesero in battaglia il soglio pontificio e i valori della cristianità. Il racconto delle grandi guerre del passato - dall'impero romano fino ai totalitarismi del XX secolo - ci parla di una Chiesa militante che versò il proprio sangue per la pace e la costruzione di un mondo nuovo, ben lontana da quella immagine di potenza spirituale, disincarnata e moralistica, che prese il sopravvento dopo il 1870, con la scomparsa della Stato pontificio.
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