EDITORIALE - STORIA OGGI
UN GOVERNATORE, UNA BANCA,
UN'IMMAGINE. E LA POLITICA
di PAOLO M. DI STEFANO*
Settembre: il vento s'è riempito di parole che, come proiettili, hanno colpito foglie forse già precarie. Qualcuna è caduta prima ancora d'ingiallire, secondo consuetudine. E tutti abbiamo scoperto d'esser di nuovo in autunno. Felicità dei poeti, forse. Preoccupazione dei più per l'inverno vicino ormai. Fibrillazione tra gli uccelli e qualche migrazione precoce, inizio della grande fuga. Torneranno, forse, a primavera.
Un buon inizio, mi pare, per un pezzo sulla politica italiana, sopra tutto per quel "vento colmo di parole" che, ora, ha pieno significato. La politica da noi "è" parole prima ancora che fatti, dal momento che le parole possono divenire una cortina quasi impenetrabile a sguardi indiscreti. E dunque, protezione, alibi, incantamento. La tattica di uno che conosco è proprio quella di sommergere di parole l'interlocutore fino a provocarne il collasso. Non importa né cosa dice e neppure come lo dice. L'importante è dirlo senza riprendere fiato, finché l'altro sceglie la fuga. E il personaggio preso ad esempio ha questo in più: tartaglia, balbetta, cacaglia. Un vantaggio non di poco conto, poiché nell'onda degli echi sillabici, nei baratri che feriscono ogni parola, nella pause casuali si spegne e muore ogni necessità di trovare idee convincenti e fondate.
E si badi. Non occorre "ripe..ripe.ripetere oooogni inizio di pa.di pa.di parola" per godere dei vantaggi del cacagliare: spesso è già sufficiente reiterare il lemma, avendo cura di evitare l'addentrarsi nel concetto che la parola stessa dovrebbe esprimere.
Naturalmente, un risvolto più razionale esiste: i pubblicitari affermano che la ripetizione dell'appello (della argomentazione) aiuta la memorizzazione del messaggio.

E' così che la politica parla di immagine: da ogni parte si continua a battere sul tasto, si pizzica la corda, si soffia sull'ancia. "Immagine" riempie di sé gli spazi della politica e le bocche dei politici e trova echi sulla stampa e nelle televisioni, così rotolando sulle teste e negli orecchi del popolo bue che ascolta e annuisce.
Pare che il governatore della banca d'Italia abbia commesso reato di "lesa immagine" a danno del Paese. Il problema, almeno in parte, non è tanto se sia o meno vero (che ovviamente è estremamente importante, ma la verità, oltre ad essere di difficilissimo accertamento, segue itinerari ai più sconosciuti); il problema, dicevo, non è tanto se sia vero o meno che l'immagine del nostro disgraziato Paese sia uscita malconcia da certi accadimenti, bensì in base a che cosa, con quale diritto e credibilità e su quali parametri ci si erge a giudici dell'effetto dei comportamenti sull'immagine.
A me pare che si possa anche sostenere che in un mondo, in un'epoca e in una civiltà che si dannano l'anima per insegnare che quello che conta è fare profitto, fare carriera, cogliere le opportunità, conquistare il potere, mantenerlo ad ogni costo; in un mondo che mette alla cima della scala dei valori il successo economico; in un mondo che consente che si giochi in borsa e si scommetta sulla forza di un uragano per guadagnare con le azioni del petrolio; in un mondo che sembra giustificare qualsiasi cosa abbia come fine l'arricchirsi e che del danaro ha fatto il proprio credo; in questo tipo di mondo che noi abbiamo voluto, costruito e che manteniamo a oltranza, io credo nessuno possa legittimamente assumersi la funzione di giudice dei comportamenti e di tutore dell'immagine. Meglio: credo che i comportamenti coerenti a quanto esposto siano quelli che la nostra civiltà vuole e che di essa formano l'immagine. E sarebbe dunque almeno incoerente giudicare negativamente chi al sistema si adegua, di esso fa parte e lo tutela con i mezzi a disposizione.
Sempre, naturalmente, salvaguardando anzitutto se stesso ed i propri interessi.
Ma per tutto settembre si è recriminato sul danno d'immagine subito dall'Italia e sulla opportunità che il colpevole espii la propria colpa. E probabilmente questo colpire chi in fondo ha tutelato il sistema con i mezzi propri di esso ha una sua ragione, più o meno precisa e, soprattutto, più o meno palese.
Ma non sarà, forse, che è ora che qualcun altro benefici dei vantaggi che il disporre del potere assoluto in Banca d'Italia comporta? Non è pensabile che il potere, utilizzato finora a vantaggio di una parte, sia oggetto di scalata perché gli stessi vantaggi vadano in altra direzione?
E non sarà, forse, perché per qualche verso l'attuale governatore è ritenuto sulla via del tramonto, forse della sconfitta, ed è noto che i perdenti hanno sempre torto?
Spero che nessuno mi attribuisca una difesa d'ufficio della quale non solo non sarei capace ma che, anche se lo fossi, sarebbe assolutamente lontana dalla mia opinione in proposito.

Solo due cose mi sembrano certe, in questa tragica questione che, mi sembra, scivola e neppure tanto lentamente nel ridicolo. E sono due cose che nascono direttamente dal sistema cui abbiamo dato vita.
La prima: il governatore fa bene a non dimettersi. Andarsene significa lasciare che altri, in genere meno preparati, prendano il posto ormai vacante e mettano mano ad una migliore tutela dei propri interessi o di quelli del gruppo al quale appartengono. Corollario: dimettersi vuol dire essere complici. Almeno, questa è la mia opinione, maturata in anni di esperienze da dirigente d'azienda, prima, e da consulente, poi. Io ne ho sempre fatto una questione di dignità e di prestigio personale e della struttura ma, dimettendomi, ho sempre, senza alcuna eccezione, concesso ad altri di occupare il posto vacante (e sarebbe stato male minore!) e, sopra tutto, di piegare la struttura ad interessi biecamente personali, sacrificando quelli della organizzazione e della comunità. E' vero che il tempo mi ha dato ragione, sempre, ma si tratta di un consolazione della cui validità ho qualche dubbio.
La seconda: l'immagine della Nazione (o del Paese) non dipende dal comportamento di uno soltanto. Non in questo caso, almeno. E' il "sistema Paese" che costruisce e comunica la propria immagine, e a me sembra che se la vicenda Banca d'Italia è negativa per l'immagine dell'Italia, lo è anche e sopra tutto per quanto gira attorno alla cosa e, in particolare, per il senso di gazzarra da pollaio, di indecisione, di incapacità e di opportunismo (e di quanto ho dimenticato di dire) che, in gran parte grazie alla politica ed ai politici, viene comunicato al mondo intero.
Che è lo stesso che - credo in nome della creatività e dell'interesse della collettività a che la cosa pubblica sia amministrata nell'interesse di tutti a soddisfazione dei bisogni sociali- ha portato nel Lazio alla "nomina di 475 (quattrocentosettantacinque) dirigenti, molti senza laurea o con titoli autocertificati" (l'Espresso del 29 settembre 2005); in Umbria alla creazione di cinque "monogruppi" (gruppi formati da una sola persona!) il cui obiettivo, pare, sia il beneficiare dei rimborsi sostenuti per le campagne elettorali; in altre parti d'Italia, alla assegnazione di posti di responsabilità in strutture pubbliche (senza differenze di dimensioni o di compiti) a persone non solo non dotate dei titoli richiesti dalle norme sul pubblico impiego, ma spesso assolutamente incapaci. Oppure anche, a sostenere la rappresentatività di organismi e di cariche per le quali, a fronte di quindicimila aventi diritto al voto, si recano alle urne circa mille e cento persone e si elegge un presidente che ha avuto meno di seicento voti. Il tutto, al ballottaggio. Si tratta, evidentemente, di fatti assolutamente sostanziali, che imporrebbero da parte delle istituzioni un'attenzione molto maggiore di quanto attualmente non accada e che richiederebbero interventi radicali e, nel caso se ne ravvisasse l'opportunità, punizioni esemplari. Ma che, comunque, pongono un problema di immagine o, quanto meno, di credibilità.

E siamo di nuovo all'immagine. Il dubbio fondamentalmente è che buona parte di chi attorno alla immagine consuma le corde vocali di cui il buon Dio l'ha dotato oppure o anche i polpastrelli delle dita con i quali preme sui tasti del computer parli e scriva di qualcosa che non conosce. L'immagine, appunto. Provate a chiedere a questi signori che cosa l'immagine sia e vi accorgerete che, aldilà delle definizioni date da un qualsiasi vocabolario della lingua italiana (e non sembra siano molti quelli che vi fanno ricorso!) regnano l'indeterminatezza e il vuoto più assoluto. I più, tendono a pensare che l'immagine coincida con il proprio personale parere circa il comportamento altrui, per cui godere di una buona immagine oppure l'avere una immagine pessima dipendono rispettivamente dal coincidere con ciò che io reputo positivo oppure con quanto io valuto negativamente. E, detto per inciso, gli individui giudicano positivamente quanto non danneggia i propri personali interessi o li valorizza, e negativamente quanto, invece, li mette in discussione o li sacrifica.
Esattamente quanto accade per la morale e l'etica, e un po' meno per il diritto. Etica e morale tendono sempre di più ad essere frutto di creatività personale, tanto che più di un tutore dell'etica giudica in base alle proprie infondate opinioni. E nessuno se ne preoccupa, perché pochi sono in grado di opporre un modello etico a far da parametro di giudizio. Per quanto riguarda il diritto, la situazione potrebbe apparire - e forse lo è - un po' migliore: esiste un "corpus" di leggi e di regolamenti (anche troppo esteso, almeno da noi) e dunque un riferimento quasi certo. E sottolineo il "quasi", perché sovente in Italia si lascia che l'interpretazione del diritto venga elaborata da personaggi che con gli studi giuridici nulla hanno a che vedere e la cui consuetudine con la legge è, al massimo (e va già di lusso) costituita da un passato di cronista giudiziario. E attenzione: non di rado da questi "interpreti" e "tutori" dipende la vita professionale e sociale di molte persone.
E' almeno in parte l'ignoranza dei principi della morale, dell'etica, del diritto a consentire lo sproloquio su temi delicatissimi, per trattare i quali occorrerebbe profonda cultura e profondissimo senso dei valori. Quando un qualsiasi studente della università di Siena si mette a strillare "libero amore in libero Stato"; quando si tenta di negare ad un Cardinale il diritto di esprimere la propria opinione sulle unioni di fatto e su quelle omosessuali; quando si utilizzano a fini puramente elettorali le pulsioni di coloro che dal sistema vorrebbero solo i vantaggi, rifiutandone gli oneri; quando si chiede a gran voce che i principi di una religione vengano ignorati o almeno cambiati perché scomodi; quando si smentiscono decisioni di un precedente governo per umiliare pubblicamente e in sede internazionale un importante servitore dello Stato; quando questo accade, allora sì che si comunica una visione dell'Italia quanto meno discutibile.
Significa: l'immagine è il risultato del comportamento del "sistema" nel suo complesso. Una immagine riferita ad una persona singola dipende da cosa e come la persona opera. Una immagine riferita ad un gruppo sociale, quale ne sia la rilevanza, dipende dal comportamento del gruppo nel suo insieme e da quello delle persone che al gruppo fanno riferimento. L'immagine riferita allo Stato (o alla Nazione, o all'insieme di Stati) dipende dal comportamento tenuto dallo Stato nella sua interezza, dai gruppi che dello Stato fanno parte, dalle persone che a questi gruppi appartengono.
A me tutto questo sembra assolutamente certo. E mi sento autorizzato a segnalare possibili considerazioni. Queste.

L'immagine è un prodotto, ed è un prodotto che deve essere oggetto di uno scambio profittevole. I fatti produttivi di immagine sono da un lato i nostri comportamenti; dall'altro, la cultura e quindi la capacità di lettura degli interlocutori. Tra le caratteristiche assolutamente rilevanti dell'immagine c'è quella che comunque essa si crea, che noi lo si voglia o meno. E tutto, ma proprio tutto, concorre a formare la nostra immagine, quella della nostra famiglia, quella della nostra categoria professionale, quella del gruppo al quale la famiglia appartiene, quella della città, quella della razza, quella della religione.l'immagine di tutto, e ciascuna di queste "immagini" diventa a sua volta fattore di produzione dell'immagine complessiva.
E di qui un'altra caratteristica tipica dell'immagine: con l'allargarsi dell'ambito cui si riferisce, la tendenza alla generalizzazione si moltiplica, per cui noi italiani diveniamo tutti pizzaioli e mandolinisti, mafiosi e disordinati e improvvisatori e navigatori e poeti ed eroi. Non c'è nulla di meno vero, ma così è.
E tanto lo è, che anche in settori assolutamente diversi da quelli cui ho fatto cenno il fenomeno si verifica. Si pensi al "made in Italy".

La produzione dell'immagine è pianificabile e il suo scambio è gestibile. E così come il "made in Italy" è o dovrebbe essere il risultato - e quindi il prodotto - di una attenta attività di gestione della immagine dell'Italia riferita alla produzione di beni e di servizi (e non, quindi, la mera attestazione che il prodotto di cui trattasi è fatto in Italia); così come accade o dovrebbe accadere per la politica ed i prodotti della politica, i quali dovrebbero rispondere ad una completa e attenta pianificazione di gestione; così come accade per ogni e qualsiasi prodotto (non da noi, perché siamo in gran parte improvvisatori, ma in qualsiasi impresa seria e seriamente decisa a conquistare ed a mantenere un mercato), il prodotto chiamato immagine dovrebbe essere oggetto di una accuratissima pianificazione che preveda nei minimi dettagli "quale immagine" produrre, "quali mezzi" devono essere usati per comunicarla, "quali strumenti" sono i più idonei per la sua apprensione da parte del pubblico di riferimento.
E qui, forse, vale la pena di ricordare che nella produzione dell'immagine i particolari assumono rilevanza assoluta. Sono le piccole cose che riescono, come un tornado, a distruggere una immagine faticosamente conquistata, per la stessa ragione per la quale sono le piccole cose che fanno la differenza e concorrono a fare ed a rafforzare ed a mantenere questa araba fenice che si chiama immagine.

Il controllo dell'immagine è un corollario di quanto detto (e di quanto in questa sede non è stato possibile esporre). Non soltanto un controllo successivo, e dunque le operazioni dirette ad accertare se quanto viene fatto, da parte di chiunque, sia o meno in linea con l'immagine programmata, ma anche un "controllo preventivo", diretto ad indicare quale sia l'archetipo di immagine al quale vogliamo fare riferimento e quali ne siano le componenti.
Ma non mi risulta che, pur disponendo dei mezzi necessari e sufficienti, sia mai stata condotta una serie ricerca di mercato per individuare quale immagine sia quella di cui siamo accreditati nel mondo e per quali ragione si tratta di "quella" immagine, e non di altra.

A proposito: l'immagine è il modo con il quale "gli altri" ci vivono e con il quale noi "viviamo gli altri".

*Docente di marketing presso
l'Università per Stranieri di Perugia