Dopo la fucilazione dello zar Nicola e della sua famiglia, seguirono decenni
di drammatici avvenimenti. Poi il potere sovietico crollò. Ed ora c'é...
UN TEMPIO NEL LUOGO CHE VIDE
IL MASSACRO DEI ROMANOV
(Seconda Parte)
di MARINA ADRIANOPOLI
Durante i primi anni dell'instaurazione del governo sovietico, quando ancora Lenin era al potere, in Russia una nuova toponomastica sostituì i vecchi nomi. Uno dei cambiamenti più noti fu quello di San Pietroburgo, che diventò Leningrado; i centenari nomi delle strade vennero sostituiti con altri che rievocavano momenti e personaggi "cari" alla Rivoluzione. Così Ekaterinburg, denominazione che la città manteneva fin dal
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Facciata della Chran na Krovi,
la Cattedrale sul sangue.
Diciottesimo secolo, divenne Sverdlovsk, in onore di Sverdlov, figura decisiva all'interno del Comitato Centrale. A Sverdlovsk l'antico nome del corso "Voznesenskij", dove al numero 49 si trovava la casa di Ipatiev, mutò in "Karl Liebknecht".
Prima di addentrarci nell'avvincente susseguirsi di scenari e cambiamenti che investirono Dom Ipatiev nel corso del Ventesimo secolo, è interessante guardare alle origini di questo leggendario edificio e alla vita dei suoi ultimi proprietari, gli Ipatiev.
La casa fu eretta nel Diciannovesimo secolo e appartenne a diversi proprietari, in maggioranza mercanti di Ekaterinburg arricchitisi con l'oro, prima di entrare in possesso di Nikolai Ipatiev. Era un villino elegante costruito accanto alla chiesa dell'Ascensione, chiesa Voznesenskaja, da cui il nome della strada, che risaliva al XVIII secolo. Si configurò così un complesso architettonico in stile classico, dipinto come uno degli angoli più suggestivi dell'antica Ekaterinburg. La casa aveva un aspetto accogliente, un grande giardino, il pozzo, gli annessi depositi e la scuderia; le decorazioni erano realizzate con ornamenti in stucco e raffinati fregi in ferro battuto.
Moscoviti da generazioni, originari di un'antica e nobile stirpe le cui radici si estendono nella profondità della storia russa fin dai tempi di Ivan il Terribile, gli Ipatiev erano provenienti da uno dei quartieri dell'antica Presnja, una zona di Mosca. Nikolai Ipatiev, il futuro acquirente della casa di Ekaterinburg, era cresciuto respirando ideali liberali, dal momento che i genitori appartenevano all'intelligencija moscovita

Il giovane intraprese studi di ingegneria e compiuti i trentadue anni iniziò a svolgere le sue attività nell'Accademia militare. Nel 1894 il suo destino incominciò ad intrecciarsi con quello di Nicola Romanov. In quell'anno infatti, Nicola II divenne Zar; a lui era toccato un impero che grazie agli sforzi del padre e del nonno si presentava come un enorme cantiere. I pozzi petroliferi di Baku e di Usufka ne erano un esempio e la grande ferrovia, che doveva essere prolungata, avrebbe collegato gli Urali alla Siberia, i luoghi di estrazione dell'oro con Mosca. Le sale dei ministeri erano piene di imprenditori che cercavano di ottenere licenze per realizzare progetti. In questo vortice economico le ferrovie si presentavano come la principale via di comunicazione, arteria indispensabile all'economia dell'impero. La zona degli Urali non era un'area facilmente gestibile a causa delle aspre condizioni naturali: bisognava abbattere gli alberi secolari della taiga, bonificare molte superfici paludose in territori sottoposti a climi rigidissimi. Nella regione c'erano pochi luoghi abitati e i villaggi dei cosacchi non erano in grado di reggere la logistica necessaria ai lavori, oltre all'approvvigionamento degli ingegneri e degli operai.
Nikolai Ipatiev si destreggiò egregiamente tra i labirinti burocratici e seppe sfruttare al meglio le proprie competenze: venne incluso per merito nell'albo ufficiale degli ingegneri, acquistando così l'inserimento nel Comitato di Gestione degli Uffici. Il tratto ferroviario che Ipatiev ebbe in appalto era parte della tratta Ekaterinburg-Perm' ed è ancora oggi funzionante.
Nel 1904 sposò Maria Gelsen e insieme decisero di trasferirsi a Ekaterinburg, che in quel periodo era il centro nevralgico degli affari e della vita economica che ruotava intorno alle nuove infrastrutture.
E così Nikolai e Maria Ipatiev scelsero di acquistare quel bel villino sulla prospettiva Voznesenskaja.

Nel 1917, come molti intellettuali liberali dell'epoca, l'ingegner Ipatiev accolse favorevolmente la notizia dell'abdicazione dello Zar e iniziò a collaborare con il nuovo regime sperando di poter continuare a lavorare. Sfortunatamente i suoi entusiasmi non furono condivisi dai bolscevichi che presero a considerarlo, per dirla con Majakovsky, un burzuja, cioè un borghese in senso dispregiativo.
Nel momento in cui Nicola Romanov fu trasferito a Ekaterinburg, Ipatiev fu costretto ad abbandonare la sua casa in pochissime ore. Ciò che avvenne in casa è ormai noto.
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Retro del tempio:in basso a sin.
la scala che porta alla cripta
Quando finalmente le chiavi di Dom Ipatiev gli vennero restituite, la notizia della morte dei Romanov si era già diffusa in tutta la Russia, Ekaterinburg era sconvolta dalle usurpazioni militari e Nikolai decise di lasciare il paese. La casa rimase abbandonata, i Bianchi entrarono in città, furono svolte le istruttorie, l'edificio venne analizzato, occupato dai soldati, danneggiato e infine abbandonato. Il luogo appariva ormai vuoto, come se nessuno vi avesse mai vissuto.
Negli anni Venti Nikolai Nikolaevic Ipatiev emigrò a Praga dove rimase fino alla sua morte avvenuta nel 1938. L'urna con le sue ceneri riposa nel cimitero russo della capitale boema accanto a quelle della moglie morta quindici anni più tardi.
Nei mesi successivi alla morte dei Romanov, la casa di Ipatiev fu vista da alcuni come il simbolo della giustizia compiuta dal popolo sullo Zar oppressore; altri invece provarono inquietudine di fronte al massacro di persone innocenti, uccise senza processo.
Il Soviet regionale degli Urali doveva affrontare seriamente la questione del suo utilizzo. I soldati dell'Armata Rossa, che dal 1919 occupavano l'abitazione, furono così costretti a sgomberare a causa dell'urgentissima necessità di abitazioni in città per far spazio ad alcuni membri del partito. Nel 1924 fu deciso di destinare le stanze vuote ad alloggi per studenti, non senza stravaganti perplessità della cittadinanza circa le notti inquiete che i malcapitati studenti avrebbero trascorso in una casa dai cosi macabri retroscena. Sicuramente le condizioni degli studenti erano molto più disagiate durante il giorno a causa della mancanza di spazio e di comodità.

Ma in quello stesso anno, il 1924, la Russia si trovò dinnanzi ad una questione ben più importante. Dopo quasi un anno di malattia che lo aveva immobilizzato e privato dell'uso della parola, il 21 gennaio del 1924 in seguito ad un peggioramento repentino delle sue condizioni di salute, Lenin morì, lasciando la Russia nelle mani di un apparato direttivo dalla fisionomia cangiante. Il vecchio nucleo bolscevico si era scisso, dando sfogo ad aspre lotte per il potere, dalle quali emergevano le varie alleanze. Tra queste, quella antitrockijsta, formata da Zinov'ev, Kamenev e Stalin, cominciava ad avere notevole peso nella direzione del paese.
In quegli anni la Commissione del Partito Comunista di Sverdlovsk si apprestava a festeggiare il primo decennio della Rivoluzione di Ottobre per cui nel 1926 fu presa la decisione di designare Dom Ipatiev all'accoglienza del Museo Regionale della Rivoluzione. La direzione dei lavori fu affidata all'ISTPART, Istituto per la Raccolta e la divulgazione dei documenti del partito, che impiegò sei mesi per allestire l'esposizione e predisporre la casa a contenere anche alcuni dossier ufficiali dell'Archivio del Partito, considerati parte della collezione del museo. In pochi anni nelle sale di Dom Ipatiev fu trasferita una mole vastissima di materiale. L'esposizione si concentrò su materiale riguardante la storia della Rivoluzione relativa agli Urali, compresa una stanza speciale dedicata ai Romanov nella quale si potevano osservare alcune foto, le armi del plotone di esecuzione e altri pezzi unici. Cominciarono ad essere visitate le stanze dove lo Zar aveva vissuto la sua prigionia e soprattutto il podval, il sotterraneo, che rappresentava il luogo maggiormente visitato anche da delegazioni comuniste provenienti da altri paesi. Ad accompagnare i visitatori era addirittura Ermakov, una delle guardie che partecipò al massacro, compiacendosi soprattutto nel parlare con i giovani.
Venne l'era di Stalin. L'Unione Sovietica tornò ad un regime di idee e indirizzi tipici del "Comunismo di guerra". Il primo piano quinquennale tendeva al massimo accentramento della gestione delle risorse, distribuite secondo ferree priorità e prediligendo il settore militare. Ma le nuove pressioni staliniane si avviavano a creare un clima di terrore diffuso specialmente all'interno dell'apparato statale. Interi comitati di partito e interi esecutivi dei Soviet furono arrestati. Le purghe colpirono anche Sverdlovsk.

Il Museo della Rivoluzione fu smontato e le opere rimosse furono trasferite in cantina, Il governo intendeva smorzare l'interesse del popolo verso la vicenda dei Romanov. Nelle stanze superiori della casa fu allestito il Museo Antireligioso anche se la maggioranza delle opere non fu esposta per motivi ideologici. Nel 1941 il Museo venne chiuso e mai più riaperto. Di li a poco la Seconda Guerra Mondiale avrebbe preteso dall'URSS un immane sforzo bellico.
Già alcuni anni prima il panorama internazionale andava rabbuiandosi. Hitler incombeva minacciosamente sull'Europa, predicando l'annientamento del comunismo e mirando ai paesi dell'est come naturale sfera di espansione tedesca. Per uscire dall'isolamento
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Posa e benedizione della prima
pietra della Chran na Krovi
diplomatico in cui gravava, l'URSS promosse una graduale convergenza delle relazioni tedesco-sovietiche. Nell'agosto del 1939 i rispettivi ministri degli esteri dei due stati firmarono un patto di non aggressione, noto come patto Ribbentropp-Molotov, destinato a scioccare letteralmente tutto il mondo. Solo due anni dopo l'URSS ebbe la totale certezza di non aver affatto evitato la guerra e il 22 giugno 1941 l'esercito tedesco attaccò lungo il grande fronte che si estendeva dal Baltico al Mar Nero.
Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale l'impenetrabile territorio siberiano era diventato zona di sicurezza. Gli stabilimenti industriali e in particolare le industrie belliche, furono rimossi dall'area di Mosca e Leningrado e installati nelle più sicure retrovie come la provincia di Sverdlovsk, Celjabinsk e altri distretti più ad est dove i raid nemici non potevano arrivare. Il trasferimento delle fabbriche permise la ripresa della produzione a pieno ritmo (produzione che aveva subito una drastica frenata a causa dell'invasione tedesca proprio a ridosso delle aree maggiormente industrializzate); fu possibile in tal modo continuare a combattere. Sverdlovsk crebbe demograficamente e dopo la guerra si affermò come potente distretto industriale. Il decentramento verso la Sverdlovskaja Oblasti riguardò non solo officine e fabbriche.

La Russia, da sempre custode di opere d'arte di altissimo valore, si trovò costretta a difendere l'inestimabile patrimonio del grande museo Hermitage di Leningrado per evitare che fosse danneggiato o trafugato dai tedeschi. Le ricchezze dell'Hermitage furono sgomberate da Leningrado il 9 luglio 1941, due settimane dopo l'attacco tedesco. Oltre mezzo milione di opere (se ne arriveranno a contare settecentomila!) furono imballate e spedite a Sverdlovsk dove Dom Ipatiev era l'unico edificio adatto all'accoglienza di merce cosi preziosa. Lo scaricamento del convoglio, che conteneva le oltre mille casse e le numerose teche, durò quasi una settimana.
La ricerca di uno stabile abbastanza grande da contenere la collezione fu problematica per le autorità locali. Inizialmente si pensò alla dislocazione in tre diversi edifici. Ma valutazioni di diverso ordine furono fatte da Levenson-Lessing, responsabile della collezione Hermitage a Sverdlovsk. Era indispensabile che le opere fossero conservate in locali riscaldati e assolutamente privi di umidità. Così tutta la collezione fu trasferita a Dom Ipatiev. I trenta dipendenti che vi lavoravano erano costretti ad alimentare continuamente le stufe per mantenere una temperatura adeguata. Le guardie e i vigili del fuoco si alternavano giorno e notte e i custodi tenevano costantemente d'occhio il termometro al muro. La testimonianza di Varsavskij, storiografo dell'Hermitage, conferma che Levenson-Lessing era praticamente odiato dai dipendenti ma che senza queste ferree misure di protezione, gli inestimabili tesori di Leningrado non avrebbero superato gli inverni siberiani per ben quattro anni.
E lo stesso Varsavskij racconta anche di un'altra collezione, quella del Museo Hersoness di Sebastopoli, trasferita a Dom Ipatiev contemporaneamente alla collezione dell'Hermitage. "Il 18 settembre 1941, quando tutte le strade tra Sebastopoli e la Grande Terra (la Siberia) erano interrotte, la delicata collezione dell'Hersoness intraprese il suo rischioso viaggio sotto i bombardamenti. Da Sebastopoli arrivò a Poti, sulla costa orientale del Mar Nero, si inoltrò nel cuore del Caucaso fino a Tblisi, raggiunse Baku e attraversando il Mar Caspio da occidente ad oriente approdò a Krasnovodsk, in Turkmenistan da dove solo il 24 novembre 1941, ben centocinquanta giorni dopo, arrivò a Sverdlovsk, in cui rimase nel ventre di Dom Ipatiev fino all'estate del 1944".

Questo straordinario viaggio fu intrapreso da un unico responsabile delle opere, Stanislav Franzevic Strzeleskij, considerato un eroe per le paurose condizioni in cui intraprese il viaggio e la cura amorevole con cui sorvegliò migliaia di delicatissimi capolavori.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel podval di Dom Ipatiev fu trasferita la tipografia militare dell'Accademia Aerea Zukovskova evacuata da Mosca, che continuò a svolgere attività militari come la stampa di volantini e manifesti.
Nel 1945, respinta la minaccia nazista, l'URSS si organizzava per riprendere il ritmo di vita prebellico. Il 30 ottobre Dom Ipatiev venne sgombrata, i capolavori che aveva custodito tornarono nei loro musei d'origine. Così la casa rimase disabitata ancora una volta; il periodo artistico-culturale si era concluso e nuovi scenari erano alle porte. Durante gli anni Cinquanta la casa restò semivuota, usata solo come deposito di materiale rimasto in archivio e di qualche pezzo delle collezioni precedenti alla guerra.
Nel 1953 la morte di Stalin generò un clima generale di equilibri instabili; tre anni dopo
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Nikolai Ipatiev, proprietario
della villa-prigione dei Romanov
Nikita Kruscëv avrebbe inaugurato la "destalinizzazione" in seguito al clamoroso rapporto da lui esposto al XX Congresso del PCUS. L'eredità di Stalin incombeva sotto il profilo interno ma soprattutto internazionale. La Guerra Fredda consacrava l'URSS come la superpotenza antagonista degli Stati Uniti. Sverdlovsk era diventata "città chiusa" ad ogni contatto con gli stranieri, vi si conducevano esperimenti militari e per recarsi in città bisognava essere provvisti di permessi speciali. Anche Dom Ipatiev restò chiusa, ma una volta ristabilitosi il potere centrale dopo Stalin, i dirigenti del partito decisero di stabilirvi l'Archivio Regionale del Partito. I dossier conservati nella casa durante il periodo di inattività erano fascicoli personali, cioè documenti riservati che riguardavano bolscevichi perseguitati da Stalin negli anni Cinquanta. La raccolta dei documenti occupava ben nove stanze dell'abitazione. Nel 1969 iniziarono i lavori di costruzione di un nuovo edificio in città che avrebbe dovuto contenere i documenti dell'Archivio Regionale.

Il nuovo edificio fu terminato due anni dopo, nel 1971. In tutti questi anni nel podval furono custoditi i cosiddetti fondi chiusi, file segreti probabilmente riguardanti anche la fucilazione dei Romanov, dei quali era categoricamente vietato parlare. L'accesso a questi documenti era limitato. Ma all'orizzonte iniziavano a emergere campagne politico-culturali di sensibilizzazione sui fatti avvenuti nei sotterranei della casa. Il tema della morte dei Romanov tornava alla ribalta dopo decenni di silenzio. Le delegazioni straniere in visita in città volevano visitare la casa creando così non pochi disagi data la natura chiusa della città.
A metà degli anni Sessanta l'uscita di Kruscëv dalla scena politica diede lo stimolo per una massiccia revisione delle riforme da lui condotte, specialmente quelle economiche e industriali. Si ritenne opportuno rafforzare l'apparato del KGB (Komitet Gosudarstvennoi Bezopastnosti, comitato per la sicurezza dello stato) che negli ultimi tempi aveva perso robustezza. Cessarono le persecuzioni contro la Chiesa Ortodossa per favorire il ripristino di una relativa distensione nel paese. Alla guida dello stato subentrò Leonid Breznev che inaugurò un ambiguo ventennio contrassegnato da un inasprimento politico, burocratico e culturale e un marcato ristagno economico non in grado di sostenere la sfida economico-politica con gli Stati Uniti. A ciò si aggiunse il perseguimento di una politica estera aggressiva con conseguente peggioramento delle relazioni con l'Occidente e la Cina. In concreto, Breznev sostenne regimi antioccidentali in Medio Oriente e nei paesi dell'Est europeo fece fronte a drammatiche alterazioni dell'ordine pubblico.
In questi anni Dom Ipatiev fu svuotata dalla ingente mole di documenti dell'Archivio Regionale e divenne sede della filiale dell'Istituto di cultura di Celjabinsk e di un'agenzia di stampa che lavorava per conto del governo centrale. Contemporaneamente la casa fu occupata dalla Società degli Amatori della Fotografia. Grazie alla diretta testimonianza del responsabile della Società, Vitalij Vasilevic Sitov, siamo ora in grado di fornire dettagli inediti su Dom Ipatiev in quegli ultimi anni. La struttura interna della casa era stata modificata dalle varie organizzazioni che la occuparono e che eseguirono costantemente lavori di manutenzione. Le stanze al secondo piano furono trasformate in un'unica grande sala mentre il salotto al piano di sotto venne suddiviso in tre aule. Il podval fu restaurato nel 1927 e nel 1946; le sue mura, il pavimento e le scale furono ricostruite e rimase sempre perlopiù inaccessibile. Molte modifiche vennero apportate nel corso del Ventesimo secolo, solo la sala da pranzo rimase intatta; in essa c'era il caminetto originale e funzionante, tanto che a molti dava l'impressione della presenza dello Zar.

Nel 1974 l'UNESCO dichiarò Dom Ipatiev appartenente al patrimonio culturale dell'umanità. Questa dichiarazione inaspettata apparve evidentemente provocatoria ai vertici del PCUS. All'epoca dei fatti due figure chiave giocarono un ruolo di primo piano nella vicenda di Dom Ipatiev: Jurij Vladimir Andropov e Boris Nikolaevic Eltsin.
Jurij Andropov era stato ambasciatore sovietico a Budapest durante l'insurrezione ungherese del 1956. Nel 1957 era stato a capo del dipartimento del Comitato Centrale responsabile delle relazioni con i partiti comunisti del blocco sovietico. Nel 1967 la sua nomina a capo del KGB avrebbe dovuto rafforzare il controllo politico dei servizi segreti, come era nelle intenzioni di Breznev. Il KGB era un'evoluzione della Ceca, la polizia segreta nata nel 1917, che anche sotto diversa denominazione mantenne sostanzialmente inalterate le proprie funzioni, tanto che gli ufficiali del KGB si definivano spesso cekisti. Andropov aveva idee forti su sulla politica estera sovietica e tendeva al mantenimento di una linea dura. Questa fu forse una delle cause che lo spinse ad interpretare con estremo sospetto i movimenti europei e statunitensi, profondamente convinto dell'esistenza di una
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Facciata principale
di villa Ipatiev
cospirazione occidentale contro il blocco sovietico che tendesse al boicottaggio. Da una tale interpretazione degli affari internazionali, forse nemmeno troppo opinabile, veniva da sé che l'UNESCO intendeva porre l'attenzione su un argomento delicatissimo quale l'assassinio dei Romanov. Ciò condusse Andropov a presentare la richiesta di demolizione di Dom Ipatiev al Comitato Centrale. In quell'anno, il 1975, ai vertici regionali del distretto di Sverdlovsk si apprestava ad essere eletto un uomo il cui nome segnò marcatamente gli anni di transizione in Unione Sovietica: Boris Eltsin. Nativo degli Urali, da famiglia senza grosse pretese, Boris Nikolaevic intraprese gli studi di universitari alla UPI, università tecnico scientifica di Sverdlovsk. In città iniziò la sua carriera politica e imprenditoriale nelle costruzioni. Nel 1961 si affiliò al partito divenendone funzionario. Un anno prima della sua elezione a segretario del partito nella Sverdlovskaja oblasti, l'UNESCO rese nota la sua dichiarazione su Dom Ipatiev. All'epoca Riabov era il segretario regionale e fu lui a ricevere la disposizione di Andropov che concerneva la demolizione di Dom Ipatiev. Ma presto Riabov fu sostituito da Eltsin e su quest'ultimo ricaddero le responsabilità. La notizia dell'imminente demolizione si diffuse rapidamente creando ondate di forte disapprovazione soprattutto nella sfera intellettuale del paese. Molti cittadini coraggiosi di Sverdlovsk, su tutti i dipendenti del museo Kraevedceskij, cercarono di salvaguardare quanto più materiale possibile da Dom Ipatiev per sottrarlo alla distruzione.

Ma quali furono i reali motivi della demolizione? Verosimilmente i vertici del partito ritennero che l'UNESCO fosse strumentalizzato dagli USA e che la dichiarazione fosse finalizzata a mettere in cattiva luce il sistema sovietico attraverso l'enfatizzazione del massacro dei Romanov. Dopo la dichiarazione infatti molte delegazioni straniere vollero visitare la casa e i suoi sotterranei. Nel 1968 inoltre era ricaduto il cinquantenario della morte dei Romanov, argomento che guadagnava crescente popolarità in Europa. Vi sono alcuni documenti, resi accessibili dopo la glasnost, che rivelano i motivi principali che spinsero i vertici del KGB e del partito alla demolizione della palazzina. Tuttavia, anche se si tratta di documenti ufficiali, sono portata a ritenere che ci siano molti altri documenti ancora oggi top secret, riguardanti l'argomento. La lettera ufficiale redatta da Andropov e spedita a Sverdlovsk, faceva riferimento a "gruppi antisovietici in Occidente che richiamano sistematicamente l'attenzione della gente con il lancio di una campagna di propaganda intorno ai Romanov.
Sulla casa di Ipatiev si manifestano gli interessi principali". Andropov manifestava viva preoccupazione circa la possibilità di un incremento della curiosità, pertanto sollecitava "il Comitato Regionale di Sverdlovsk a prendere misure sulla demolizione della palazzina, in ordine al piano di ristrutturazione della città". Un documento allegato portava la firma di tutti i membri che avevano deliberato a Mosca, mentre un altro allegato specificava la necessità dell'inserimento della demolizione nel piano di ristrutturazione di Sverdlovsk, in virtù del quale si sarebbe potuto giustificare il gesto. Eltsin non ebbe alcuna funzione promotrice nella vicenda; si limitò ad eseguire gli ordini superiori. Tuttavia il suo atteggiamento zelante irritò la cittadinanza, indignata per l'abbattimento di un edificio storico caro alla città. Molti fabbricati nella zona furono demoliti e venne il tempo dei grandi cambiamenti.

Dom Ipatiev subì una serie di modifiche strutturali nel 1976 e molte altre ne seguirono. Una porta che metteva in comunicazione la sala da pranzo al podval fu aperta per consentire l'accesso agevolato ai sotterranei. Questa manifestazione di apertura, che mai sarebbe avvenuta in tempi diversi, costituì la certezza che ora la casa sarebbe stata distrutta. Fu addirittura permessa la messa in scena di una piece teatrale nel podval, tratta dall'opera di Federico Garcia Lorca "La casa di Bernarda Alba", che portava in scena undici attori, lo stesso numero delle persone massacrate nel podval. Verso la fine dell'anno si cominciò a negare l'ingresso nella casa ai giornalisti.
Con ogni probabilità gran parte dei dirigenti del partito era contraria alla demolizione; compreso lo stesso Eltsin, anche se mostrò sempre piena disponibilità all'esecuzione degli ordini di Mosca, date le sue ambizioni in seno al partito. L'intralcio maggiore era tuttavia proprio la dichiarazione dell'UNESCO in virtù della quale era vietata la distruzione di un edificio storico. L'ostacolo venne aggirato nell'estate del 1977, quando il capo del comitato esecutivo di Sverdlovsk telefonò alle autorità moscovite per far pressioni sulla revoca del titolo di monumento storico a Dom Ipatiev. In agosto il titolo era stato annullato;
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Per ordine del governo sovietico
la residenza viene demolita
con una telefonata Dom Ipatiev aveva cessato di esistere. Alla fine di agosto alcune case sulla via Karl Liebknecht furono abbattute per dar l'impressione che tutto stava rientrando in un'apparente normalità. La stampa locale parlò della costruzione di nuove e grandi strade. Dom Ipatiev fu dichiarata inagibile al 78%, dato non probabile visto che la casa era stata ben conservata. E anche sulla curiosità dei turisti si potrebbero avanzare dubbi dal momento che, essendo Sverdlovsk una città chiusa, solo poche delegazioni straniere avevano ottenuto il permesso di entrarvi. Circolavano addirittura voci sulla possibile visita di Elisabetta II, che imparentata con i Romanov, aveva espresso il desiderio di vedere la casa; ma, a quanto pare, la risposta del Comitato Centrale fu negativa (Elisabetta II non andò mai a Sverdlovsk).

Per quanto riguarda poi la presunta indifferenza dei cittadini di Sverdlovsk occorre ricordare che dal 1935 era stata proibita qualunque pubblicazione relativa ai Romanov e la gente era stata "costretta" a dimenticare. Tuttavia molte lettere furono recapitate direttamente a Breznev, lettere che chiedevano di non demolire la casa. Ci fu un risveglio delle coscienze intellettuali e di sensibilizzazione culturale che si opponeva alle volontà governative e che stava per trasformarsi in una sorta di agitazione, secondo la testimonianza del poeta Andrej Voznesenskij.
Nonostante le proteste, il 16 settembre la casa fu circondata da una palizzata, arrivarono i bulldozer e le scavatrici; Dom Ipatiev fu demolita in tre giorni. Non fu usata dinamite per evitare di danneggiare le vicine costruzioni dunque la casa non fu "distrutta per magia in una sola notte", come sostengono alcuni. Un'altra "magia" avvenne la notte del tra il 16 e il 17 settembre del 77. Di nascosto, nel buio della notte, i dipendenti del museo Kraevedceskij di Sverdlovsk estrassero dalle macerie il caminetto del soggiorno, uno dei pochissimi pezzi rimasti originali insieme alle ringhiere in ferro battuto. I dipendenti del museo rischiarono di essere licenziati e di subire ritorsioni considerato che proprio quel caminetto era l'oggetto del contendere di molti noti personaggi. Il direttore del museo fu infatti rimosso dall'incarico.
A posteriori, Eltsin fornisce un'interessante versione della vicenda nel suo libro Against the Grain , dichiarando: «prima o poi ci vergogneremo di questo residuo di barbarie (riferendosi alla strage di Dom Ipatiev) ma non potremo mai porvi rimedio».
Dal 1977 in via Liebknecht rimase un grande vuoto, nulla fu costruito su quel suolo fino al crollo del regime sovietico. La demolizione della casa non ebbe riscontro sulla stampa, la Chiesa non poté occuparsi della commemorazione dei Romanov. Dom Ipatiev lasciò dietro sé un vuoto mediatico, morale e materiale.Gli anni di Breznev si concludevano con un pesante passivo. Il cambiamento era imminente; in pochissimi anni si avvicendarono al governo due anziani dirigenti, Andropov e Cernenko. La crisi sovietica toccò il fondo. Un uomo nuovo era necessario alla guida del paese.

Con la nomina di Michail Gorbacëv si inaugurò una fase di distensione con gli USA e un graduale passaggio verso un'epoca di multipolarismo generato da una timida apertura a favore dei paesi dell'Europa dell'Est. La linea politica avanzata da Gorbacëv in politica interna fu duplice: la perestrojka intendeva ristrutturare il paese economicamente e politicamente, la glasnost, trasparenza, doveva conferire pubblicità ai documenti emessi dal governo. Grazie alla glasnost fu possibile ricominciare a parlare dei Romanov.
Un articolo sensazionale di Gelij Riabov "La terra rivela i suoi segreti" apparso nel 1988, rivelava il ritrovamento dei resti dei Romanov nella foresta dei Koptjaki. I corpi dei Romanov, che in realtà erano stati rinvenuti per la prima volta nel 1976 dallo stesso Riabov, furono dissepolti e su di essi vennero avviate le prime analisi. Nello stesso periodo, gruppi di monarchici e religiosi sostennero celebrazioni commemorative in ricordo della famiglia imperiale. La Chiesa ortodossa godeva ora di nuovo vigore dopo anni di intolleranza subita.
I funzionari incaricati del ritrovamento e analisi delle salme, iniziarono i lavori nel 1989. Le condizioni della fossa comune erano pessime e i cadaveri erano notevolmente danneggiati. I nove scheletri estratti furono portati al Dipartimento di Patologia Criminale di Sverdlovsk. Le analisi per l'identificazione dei corpi erano state fissate per agosto. Ma in quell'agosto nuovi avvenimenti stavano per scuotere la Russia. Il colpo di stato, l'arresto di Gorbacëv, l'ascesa di Eltsin e il disfacimento violento del PCUS riportarono l'attenzione su Mosca. I "putschisti", già titolari del potere, volevano appropriarsene per affermarlo in senso ancora più conservatore. Eltsin "con piglio leninista", per dirla con Riasanovsky, chiuse tutte le sedi del partito sul territorio nazionale. L'URSS cessava di esistere nel 1991, in seguito alle dichiarazioni di Bielorussia, Russia e Ucraina. Nacque la Comunità di Stati indipendenti (CSI). L'URSS si era disintegrata.
A Sverdlovsk, che intanto era tornata a chiamarsi Ekaterinburg, i ricercatori riavviarono le
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Incoronazione di Michele II,
capostipite dei Romanov (1600)
indagini. Gli scheletri appartenevano a quattro uomini e cinque donne, mancavano forse i corpi di Aleksej e Anastasia (?). I resti di Alessandra vennero identificati nel 1992 grazie ad un confronto fatto su un campione di DNA del Duca di Edimburgo, diretto discendente della madre di Alessandra. Tuttavia vi erano aperti contrasti circa la validità delle analisi. Il paese era diviso sull'argomento così come lo erano gli scienziati e la Chiesa. Il patriarca Alessio II si mostrò contrario a dare sepoltura ufficiale ai Romanov dal momento che l'autopsia non dava certezze.

In realtà la Chiesa voleva evitare divisioni all'interno delle varie correnti dell'Ortodossia. Al contrario Eltsin, forse preso da rimorsi di coscienza per aver demolito Dom Ipatiev, insisteva per dare una sepoltura ufficiale ai Romanov. E fu cosi che, nonostante le riluttanze della Chiesa, lo Zar e la sua famiglia furono sepolti nella cappella di Santa Caterina, nella Cattedrale dei SS. Pietro e Paolo, nel 1998, dopo una cerimonia ufficiale, più civile che religiosa, presieduta dallo stesso Eltsin.
Oggi la Russia sta vivendo un revival religioso; la riscoperta di luoghi sacri e di culti richiamano la Russia al suo grande destino, talora in un'ottica ultranazionalista che sembrerebbe essere condivisa dalla gerarchia della Chiesa Ortodossa. In questo filone di rinnovato misticismo si staglia il rilancio del culto dei Romanov. Già nel 1992 sul luogo dove era situata Dom Ipatiev, era stata edificata una piccola cappella accanto alla quale fu deposta la prima pietra della futura cattedrale. Durante i primi anni Novanta molti vescovi disapprovavano la costruzione della cattedrale. Nonostante ciò un vescovo di nome Milkhisedekh si offrì di benedire la prima pietra senza il consenso del vescovo di Ekaterinburg. Fu istituita una società per il recupero di fondi per la cattedrale e si riuscì a raccogliere circa un milione di dollari. Purtroppo i soldi furono rubati e Milkhisedekh venne allontanato dall'incarico in quanto ritenuto responsabile del furto. Una storia che ha dell'incredibile!
Fu necessario attendere il 2000 per iniziare i lavori di costruzione; bisognava cercare nuovi fondi e persone in grado di gestirli. La persona ritenuta adatta a farlo fu Edward Rossil, governatore della regione e soprattutto fidato uomo di Putin.
Quando Putin divenne presidente, molte speranze democratiche erano state riposte in lui. Particolarmente si contava sulle sue capacità di compiere un giro di vite riguardo a criminalità, corruzione, affarismo ed evasione fiscale, contando sulle sue maniere forti acquisite negli anni del KGB. Del partito di Putin, Edinaja Rossja, Russia Unita, Rossil faceva parte già dal 1999, per cui era davvero l'uomo giusto per rastrellare i fondi per la cattedrale.

Edinaja Rossja
ha da sempre cercato punti di contatto con la Chiesa, a sua volta interessata a stringere buoni rapporti con gli organi di potere, le grandi banche, i magnati del petrolio; un rapporto scandito dal sostegno reciproco. Ecco dunque spiegata la velocità con cui i lavori per la cattedrale furono portati a compimento in meno di quattro anni; una manovra di propaganda politica in cui i giochi finanziari occuparono un ruolo di
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Stemma dei Romanov
primo piano, sebbene alcuni abbiano creduto alla devozione religiosa degli amministratori; in ogni modo un parere rispettabile.
L'aspetto politico-economico è tuttavia imprescindibile. I finanziamenti sono stati in gran parte elargiti da holding come Lukoil, Ural Elektromed, Evraz Holding Moskva, insieme ai contributi della Chiesa Ortodossa Serba, la prima ad aver canonizzato i Romanov negli anni Venti. Matrici finanziarie davvero particolari se si considera che la Lukoil, per esempio, aveva stipulato accordi con Saddam Hussein e aveva, con ogni probabilità impartito addestramenti speciali ad i suoi operatori in Iraq, come appunto prevedeva un trattato segreto di collaborazione sui servizi di intelligence sottoscritti tra Mosca e Baghdad nel 1973. Non intendiamo del resto entrare nel merito della questione irakena, in cui diffusi atteggiamenti equivoci provengono certo non solo da parte russa!
Chram na krovi, la Cattedrale sul sangue, oggi domina il panorama di Ekaterinburg. Le sue cupole dorate si riflettono sulle acque dell'Iset, offrendo nuove suggestioni alla città. Costruita in stile bizantino, su un progetto degli architetti Viktor Marosat e Grigorj Masaev, la cattedrale è disposta su due livelli. Il piano superiore accoglie l'altare consacrato dove vengono celebrate le funzioni. Ciò che rapisce letteralmente lo sguardo sono le splendide icone dorate di cui è adorna la facciata principale. Si tratta di icone realizzate con metodi arcaici, negli storici conventi di Verkhaturia, paesino in cui si erge uno dei più antichi complessi monastici di tutta la Russia. Ai lati dell'altare ci sono due grandi candelieri, nei quali si posano le panikadila, sottilissime candeline di profumata cera d'api; in uno, quelle per i vivi, in un altro quelle per i morti. Ampie vetrate si aprono nella parte alta, come finestre che diffondono sorprendente luminosità. E su di esse svettano all'esterno le cupole scintillanti sovrastate delle croci ortodosse.

Sul lato sinistro del piano superiore c'è una scale interna che permette l'accesso al piano inferiore (anche un'ampia scala esterna collega il piazzale con la cripta). I sotterranei della Cattedrale sono pavimentati con la pietra rossa locale simbolo del sangue versato dai Romanov. Qui gli altari non sono consacrati, in attesa che arrivi il Patriarca a riconoscerli solennemente. Anche questo ambiente è ornato da icone e dai ritratti dei Romanov, fregiati con le pietre degli Urali. Al fianco dell'altare vi è una zona dedicata agli avvenimenti del 1918; sui muri sono appese fotografie di Dom Ipatiev, del podval. Come poter dimenticare infatti che la cripta è costruita esattamente sullo stesso suolo occupato un tempo da Dom Ipatiev?! E proprio nell'angolo destro è stata ricostruita la stanza del massacro in perfetta corrispondenza con l'originale. La stanza è stata posta circa quattro gradini più in alto rispetto al livello della cripta, per richiamare simbolicamente il Golgota, il monte dove Cristo fu ucciso, intendendo affiancare il martirio di Cristo a quello dei Romanov. La stanza è spoglia, solo al centro c'è un altare in pietra e le foto dei Romanov alle pareti. La stanza è senza soffitto, direttamente collegata al piano superiore da dove cattura la luce dai lucernari per poter essere illuminata naturalmente.
La cattedrale è molto visitata e ben curata dai fedeli, che sulla santità dei Romanov non hanno dubbi. La Chiesa Russo-Ortodossa basa le sue canonizzazioni su manifestazioni di fede, come ad esempio una morte a causa dell'ortodossia, quale quella vissuta da Nicola II, sovrano di un impero ortodosso. La prima canonizzazione dei Romanov avvenne in Serbia negli anni Venti; negli anni Ottanta furono canonizzati dalla Chiesa Ortodossa Europea, il 1° novembre 1981 a New York e nell'agosto 2000, durante i festeggiamenti per l'anniversario di Mosca, Alessio II santificò la famiglia pur continuando a non riconoscere le salme come appartenenti allo Zar e alla sua famiglia. Quanto alle posizioni di Putin, egli non le ha mai manifestate apertamente, sebbene fornisca continuamente segnali di avvicinamento alla Chiesa. E in un articolo riguardante la fede di Putin, il Russian Religion News conclude:«In quali mani è il cuore del Presidente? La bibbia dice "Il cuore del re è nelle mani di Dio"». La storia di Dom Ipatiev segue un tracciato storico emblematico nella Russia Sovietica e odierna.

E' evidente che in questo filone si intersecano vari elementi sociali e politici, ma anche religiosi ed etico-morali, non privando la vicenda di quel fascino, quel mistero, quel senso di antica superstizione irrazionale che ancora oggi, l'attento osservatore può respirare in Russia. Nella moderna, glaciale, insolita, dura, colta, viva e pulsante Russia.
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BIBLIOGRAFIA
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