IL MONDO TURCO E LA SUA CIVILTA' - Realtà spesso ignorata, quando
si studia l'età moderna. Una visione deformata dall'immaginario europeo
SULTANI DISPOTICI MA AL GOVERNO
ACCEDEVANO ANCHE GLI SCHIAVI
(Seconda Parte)
di BIANCA LEOPARDI
Continuiamo a parlare dei Turchi Ottomani, cioè di quella tribù che si era fin da subito imposta sulle altre tribù di nomadi che si erano stanziate in Anatolia.
Si accennerà all'organizzazione sociale, politica e religiosa, con un occhio attento all'evolversi degli eventi storici, dal XVI secolo in avanti.
E' necessario, infatti, considerare che l'aspetto attuale della Turchia è profondamente differente rispetto a quel grande Impero che si era costituito a cavallo tra Europa e Asia. La Turchia rappresenta oggi soltanto la porzione turca dell'Impero Ottomano, smembrato e suddiviso in Stati nazionali con la pace che chiuse il primo conflitto mondiale.

SCHIAVITU' COME ORGOGLIO
Si è detto come il Mediterraneo abbia costituito un grande bacino da cui attingere schiavi. In realtà a questo termine non dobbiamo attribuire un'accezione negativa, considerando piuttosto che si trattava di una forma di schiavitù che costituiva orgoglio: alcuni tra gli schiavi, prelevati in massima parte dai Balcani, allevati nella religione islamica, entravano a far parte del prestigioso corpo dei Giannizzeri, altri, sostanzialmente i migliori, entravano nello stesso palazzo imperiale, costituendo il nerbo dell'amministrazione.
Dal palazzo gli schiavi potevano uscire raggiungendo le più alte cariche dello Stato turco, per avere assegnati i timar, come quelli posseduti dai cavalieri. Non era loro impedita la possibilità di elevarsi al rango di Signore dei Signori (una carica inizialmente conferita a due soli schiavi poi, col tempo, elargita a più soggetti in concomitanza con il moltiplicarsi dei territori da loro amministrati).
Per quello che concerne il sistema di gestione territoriale, esso fu pensato per garantire i sudditi nella sicurezza dei propri diritti contro i soprusi dei potenti.
La gestione amministrativa era tale da non poter permettere il radicamento nel territorio di
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Ritratto di Maometto,
il profeta dell'Islam
poteri locali; esisteva piuttosto un sistema accentrato alla cui testa si trovava il Sultano.
I territori dell'Impero erano suddivisi in Sançak e guidati da un governatore. Ciascun Sançak era suddiviso a sua volta in distretti amministrativi guidati da un funzionario che in caso di guerra aveva il compito di richiamare i cavalieri. La supervisione delle attività amministrative e finanziarie era compito del Kadi, un vero e proprio giudice.
Il sistema di riscossione delle tasse nasceva da un adattamento di istituzioni già presenti presso i Selgiuchidi e i Bizantini. cavalieri avevano un trattamento particolare: potevano riscuotere le tasse direttamente dai contadini, vivevano vicino alla loro concessione (timar). Oltre che riscuotere le tasse ai cavalieri era anche concesso di possedere un appezzamento di terra ridotto, utile a soddisfacimento dei propri bisogni.
Non erano le uniche guarentigie concesse ai cavalieri, ai quali era garantito anche un particolare trattamento che lasciava loro aperta la possibilità di godere in qualunque momento di armi e cavalli e di essere perciò pronti a partire per la guerra.
Un controllo efficiente dell'amministrazione, un esercito a lui ciecamente fedele erano dunque i punti forti del potere del Sultano. Ciò spiega anche come, in un'Europa infestata dalle rivolte contadine, fossero numerosi i cristiani che chiedevano protezione dal Sultano, il quale la concedeva dietro il pagamento di una piccola tassa su tutti i maschi adulti e abili e di una tassa sui terreni.
Nel tentativo di controllare le famiglie ricche e potenti, evitando prevaricazioni, spesso il Sultano poneva ai vertici dello stato i propri schiavi.

REAYA E ASKERI
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Ufficiale dei Giannizzeri
Si tratta delle due classi in cui erano divisi i sudditi dell'Impero. Reaya (gregge), coloro che producevano ricchezza e beni necessari alla sopravvivenza, askeri (militari ma al cui interno troviamo anche gli ulema, i sapienti), i combattenti, coloro che assicuravano la sopravvivenza politica e spirituale dell'Impero. Al vertice di questo sistema il Sultano, una figura simbolicamente espressione dell'unità dello stato, al quale spettava il compito precipuo di diffondere l'Islam nel mondo e di provvedere al benessere dei propri sudditi.
Tra gli elementi più peculiari della religione islamica è la considerazione che tendeva a sminuire la portata della ricchezza. Anche lo spirito cristiano, del resto, prescrive la povertà materiale e la ricchezza d'animo. Ma per gli islamici radicali questo concetto ha importanti riflessi sociali: non si tratta di un'opposizione aprioristica contro ogni bene e piacere terreno ma, piuttosto, dell'inutile accumulazione. Ciò implicava frequenti controlli sui prezzi e contro l'eccessivo arricchimento delle corporazioni di mestiere. Contadini, artigiani o commercianti (i reaya), dovevano guadagnare quanto bastava per loro e per le proprie famiglie.
Al di fuori di questo sistema restavano i mercanti, i grossi mercanti, addetti al commercio internazionale, la cui attività era considerata utile e per questo ben vista dal potere.
Si capisce come, in un sistema sì organizzato, poco importasse dello sviluppo capitalistico che, del resto, conobbe uno sviluppo piuttosto contenuto.
La religione non fu l'unico elemento d'ostacolo a uno sviluppo capitalistico di tipo occidentale: le leggi di successione, per esempio, leggi sacre e inviolabili, stabilivano un eccessivo frazionamento dell'eredità. Un sistema, dunque, più propenso a garantire le importazioni frenando le esportazioni (concessione riconosciuta a partire dal XVI secolo solamente agli ebrei, sfuggiti alle persecuzioni dell'Europa cristiana, molto vicini agli ambienti della corte).

CAUSE DEL CROLLO
Di cause si deve parlare e non di un singolo motivo a spiegare la caduta di un Impero così vasto, e che a metà del '600 era giunto a controllare praticamente l'intero Mediterraneo, in uno strategico territorio posto a cavallo tra Europa e Asia. Un territorio che, non è un caso, faceva gola a molte nazioni che allora si affacciavano sul panorama internazionale: la Russia, prima di tutte, che da tempo aspirava a estendere il proprio controllo sullo stretto dei Dardanelli; l'Austria, in secondo luogo, nel suo tentativo di conquista dei Balcani. Le cause, come la storia spesso ci insegna, furono di ordine economico, sociale, politico.
Le guerre costituirono un primo elemento che contribuì al crollo economico, con l'ininterrotto prelievo fiscale che ne conseguiva, la continua richiesta di tasse e l'aumento di quelle esistenti.
Tasse che, se un tempo erano pagate in natura, a partire dal XVI secolo lo furono in moneta.
Anche le scoperte geografiche avevano avuto la loro parte: i metalli preziosi che giungevano dalle Americhe e lo spostamento delle rotte di navigazione verso l'Atlantico avevano contribuito non poco alla crisi dei commerci nell'area mediterranea.
Alle difficoltà economiche si aggiungono quelle legate alla perdita dei valori tradizionali della società, le sempre più frequenti rivolte, fomentate da gruppi di studenti che, non trovando più lavoro, si unirono a costituire veri e propri eserciti. Ciò che contribuì alla crisi economica fu poi il sistema stesso del timar e in genere la mentalità ottomana, adatta alla conservazione e non interessata al profitto.
Già nel XVI secolo si avvertirono i sintomi del nuovo periodo. E alla fine del secolo gli stessi Ottomani si accorsero che qualcosa non funzionava più nel loro sistema e nell'organizzazione statale. Individuarono le cause del declino nei comportamenti contrari ai loro tradizionali modi di vita: la corruzione (che spesso aveva coinvolto lo stesso Sultano), il mancato rispetto delle norme dei timar, il mutamento delle forme tradizionali di vita.

Uno su tutti: l'evolversi del sistema di reclutamento dei Giannizzeri, divenuto col tempo ereditario, quando pero' solamente una piccola percentuale di chi ne entrava a far parte era in grado di combattere. Nel corso dei secoli il potere del corpo di fanteria si era enormemente accresciuto, finendo col costituire una vera e propria classe sociale in grado di agire come una corporazione. Merita un accenno anche il mutamento nel sistema di appalto per la riscossione delle tasse, diventato un vero e proprio business per mercanti e schiavi. Si moltiplicarono gli abusi connessi con il regime delle capitolazioni: molti sudditi musulmani pagavano ambasciatori e consoli stranieri per farsi assumere al loro servizio come dragomanni o interpreti, per approfittare delle sanzioni fiscali. Le proteste degli Ottomani contro questi e analoghi abusi ebbero scarso effetto.
Il Sultano stesso, poi, non mancava di incamerare per sé proprietà terriere i cui proventi ingrossavano le proprie finanze.
Il banditismo divenne un fenomeno molto diffuso e di conseguenza crebbe l'incapacità dello Stato a difendere i contadini. Lo sviluppo economico dovuto, in Europa, all'introduzione di nuove colture (granturco, patate) faceva intravedere, del resto, possibilità di profitto un tempo snobbate e vietate. L'agricoltura significava adesso arricchimento e sfruttamento.

La crisi dell'Impero turco-ottomano si accentua nel corso del XVII secolo, quando le vicende, interne ed esterne, si legano a doppio filo con il clima internazionale.
Se è vero che l'assedio di Vienna del 1683 segna l'apogeo delle conquiste militari della
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Eugenio di Savoia, il generale
che sconfisse i Turchi a Vienna
Sublime Porta, bisognerà ammettere che almeno sul piano simbolico l'incontro col cuore dell'Europa significava l'entrata in scena di un nuovo elemento di confronto: la civiltà occidentale. Per il Sultano era la rinuncia definitiva al sogno di un Impero universale: adesso egli dovrà riconoscere e ammettere per la prima volta l'esistenza di un proprio alter ego, un imperatore, cristiano sì, ma Imperatore al pari di lui.
Da questo momento in poi la Turchia vedrà progressivamente mutilarsi i propri territori
Con il trattato di Karlowitz (1699) parte dei Balcani (Croazia e Slovenia), oltre che Ungheria e Transilvania, passano agli Asburgo d'Austria (che consolidano il proprio potere nello scacchiere europeo). Successivamente, con quello di Passarowitz (1718) anche la Serbia settentrionale sarà annessa all'Austria.
Già nel corso del '600 i "mescidamenti" etnici e gli spostamenti forzati di interi popoli causati dall'espansione turca avevano contribuito a innescare quei focolai che furono tra le cause del primo conflitto. Questioni che, tra l'altro, rappresentano ferite ancora aperte.
Si era accennato alle conquiste turche nella penisola balcanica nel XIV secolo. L'avanzata dei Turchi nella ex Jugoslavia verso Belgrado aveva comportato lo spostamento dei Serbi verso i territori ungheresi e l'occupazione dei territori lasciati liberi (quelli del Kosovo) da parte degli Albanesi. Macedonia ed Egeo si popolavano invece di Bulgari.

Anche in questo spostamento a ovest degli Ottomani si possono individuare alcuni elementi che misero in seria difficoltà l'Impero; la natura stessa dell'insediamento turco nei Balcani, con la scelta dei fondovalle e delle pianure, che consentiva agli autoctoni di conservare la propria identità culturale costituendo pero' al tempo stesso la causa più duratura del declino islamico. Del resto sarebbe stato difficile islamizzare le regioni di montagna con i loro boschi di querce, basi alimentari di un fiorente allevamento di suini (della cui carne non ci si può cibare come prescrive la religione islamica), senza ridurre drasticamente le possibilità di sopravvivenza della popolazione.Elementi, tutti, che contribuirono in maniera forse decisiva alla conservazione della cultura cristiana e, indirettamente, all'esplosione dei nazionalismi antiottomani nel XIX secolo.
Definitivamente il Congresso di Berlino (1878) sancì l'ingerenza dell'Europa negli affari interni dell'Impero Ottomano.
Con essa il capitolo sulla crisi finanziaria si arricchisce di nuove componenti: l'insufficienza delle entrate, il ridursi della potenza militare e il fallimento dei tentativi dei Sultani di porre un freno al crollo. Su questo ultimo punto si ricordi quello del nizam-i gedid, un sistema attraverso il quale il Sultano Selim III tentò di restaurare l'antico centralismo. Obiettivo primario: tenere a freno gli inquieti Giannizzeri. Il sistema fallì e nel 1826 il Sultano Mahmud II fu costretto a distruggere fisicamente il corpo dei Giannizzeri e ad abolire il sistema del timar.
L'irrompere dell'Occidente nella società ottomana significò anche una progressiva trasformazione dei meccanismi sociali della capitale, al fine di consentire una politica di ordinata e proficua dipendenza economica e culturale. Dal punto di vista economico la Porta contrasse il suo primo prestito estero nel 1854, imboccando la via di un indebitamento crescente.

Durante il XIX secolo il crollo dell'Impero Ottomano fu accelerato dalle tensioni che dilagarono nei Balcani e nelle province arabe. Nella parte europea dell'Impero nascevano società segrete in cui furono particolarmente attivi Bulgari, Greci e Serbi, con l'obiettivo di
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Il riposo di una sultana
conquistare l'indipendenza anche ricorrendo al terrorismo. Una prima rivolta era esplosa nel 1804 tra i Serbi. Lo scopo non era tanto quello di uscire dall'Impero quanto di combattere i soprusi. I Serbi, sconfitti, insorsero nuovamente nel 1815, conquistandosi una certa libertà.
Nel 1821 fu la volta dei Greci che, battuti in un primo momento, conquistarono l'indipendenza nel 1829, grazie al supporto degli intellettuali europei e all'appoggio politico-militare della Russia.
La Romania diveniva indipendente dal 1866, la Bulgaria ottenne l'autonomia (ma non l'indipendenza) nel 1878. La Bosnia e l'Erzegovina passavano all'Impero austro-ungarico, mentre veniva riconosciuta l'indipendenza di Serbia, Romania e Montenegro (1908).
Non meno deleterie furono per l'unità dell'Impero Ottomano le tensioni nelle province arabe.
Verso la metà del XIX secolo uno solo dei Paesi arabi attuali era indipendente, il Marocco. Tutti gli altri, dalla Tunisia all'Iraq, dalla Siria al Sudan, dalle coste nordafricane del Mediterraneo all'estremo sud della Penisola Araba, facevano parte formalmente dell'Impero Ottomano, che non era sempre in grado di esercitare ovunque una reale sovranità.
La guerra con l'Italia del 1912 l'aveva privata della Libia e del Dodecaneso e l'anno seguente la lotta con le giovani nazioni slave dei Balcani aveva limitato la presenza turca in Europa a una regione molto ristretta a difesa di Istanbul e del Bosforo.
La popolazione araba dell'Oriente era continuamente in tumulto, reclamando un'indipendenza che ostinatamente il Sultano rifiutava. Infine, vi era l'eterno nemico: la Russia, che coglieva ogni occasione per mostrarsi aggressiva verso lo Stato vicino che gli precludeva l'ingresso al Mediterraneo.

Alla vigilia della Prima guerra mondiale la Turchia è un Paese troppo distante per mentalità dall'Occidente. L'unica via di scampo che gli restava era quella di affiancare le Potenze centrali. Per fare questo si dovette fare i conti con la resistenza dei Giovani Turchi, un movimento che si era battuto fin dalla sua costituzioni, all'inizio del secolo, per un ammodernamento delle istituzioni ottomane, ottenendo una costituzione di stampo liberale che pero' andava oltre alcune concessioni in campo politico, lasciando immutati i privilegi del clero musulmano. Pur aborrendo per principio i conflitti armati i Giovani Turchi erano pero' pervasi da un vasto senso di nazionalismo che fu la base dell'appoggio fornito al conflitto.
A guerra finita ogni nazione vincitrice, per quanto fosse stato piccolo il suo contributo, si sentì in diritto di reclamare compensazioni a carattere territoriale oltre che pecuniario da parte del Sultanato.
Quest'improvviso ritorno al colonialismo non fu per nulla inaspettato, ma al contrario si basava su precisi impegni, presi addirittura all'inizio della guerra. Francia e Gran Bretagna concessero alla Russia il possesso di Istanbul e dei Dardanelli, cioè di quegli stessi territori per i quali si era giustificata la guerra di Crimea.

La Turchia fu privata anche di alcuni territori orientali, distribuiti tra Francia (Siria) e Gran Bretagna (Iraq). La situazione cambiò quando fece il suo ingresso nella storia della nazione turca Mustafa Kemal, conosciuto come Ataturk (padre dei Turchi): sotto la sua guida la Turchia, infatti, assunse i caratteri propri di uno Stato moderno.
Kemal ingaggiò un vero e proprio contenzioso con il Sultanato, succube delle Potenze occidentali. Per fermare Kemal il Sultano era ricorso a una tattica diplomatica, trasferendo la sede del Parlamento a Istanbul. Per prevenire il rischio di un risvolto democratico del Paese - il Parlamento, infatti, avrebbe voluto proseguire l'opera di ammodernamento legislativo - il Sultano, con l'appoggio degli inglesi, decise di intervenire: nel 1920 truppe inglesi arrestarono tutti i membri del Parlamento. Rimaneva ancora libero Mustafa Kemal che aveva rifiutato di trasferirsi a Istanbul.
Dando vita a un'Assemblea Nazionale, Kemal assunse poteri straordinari. Con le Potenze occidentali si giunse finalmente alla pace di Losanna (1923), nella quale furono indicati i confini occidentali della Turchia, che riguadagnò Istanbul, Adrianopoli, la Tracia Orientale, raggiungendo in tal modo i confini di quello stato-nazione che era nelle intenzioni di Kemal. Fu abolito il sistema delle capitolazioni, un particolare privilegio giudiziario che permetteva agli stati occidentali di far giudicare qualunque controversia che implicasse un proprio cittadino con le leggi valide nella madrepatria.

Cadde poi l'istituto del Califfato: cosa che non comportò solamente una rivoluzione in senso politico, ma anche in campo ecclesiastico, giuridico, economico: la carica del Califfo era infatti divenuta anche l'espressione temporale dell'Islam con la conseguenza di creare un'influenza araba in Turchia. Se davvero Kemal voleva trasformare la propria patria doveva anche separare la legge ecclesiastica da quella civile e ristrutturare l'intero apparato clericale. Dal punto di vista economico, poi, lo Stato incamerò gli ingenti proventi
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Maometto V, l'ultimo capo
dell'impero ottomano
derivanti dalle istituzioni religiose. Si trattò anche di una rivoluzione giudiziaria. Furono infatti emanati tre nuovi codici, tutti ispirati a modelli occidentali: quello civile allo svizzero, quello commerciale al tedesco, infine quello penale all'italiano.
Fu abolito l'obbligo di indossare il fez (il tradizionale copricapo turco), fu introdotto l'uso di cognomi, fu abolito l'obbligo di indossare il velo per le donne e fu introdotto il calendario occidentale in luogo di quello islamico.
Quella di Kemal fu tuttavia una sorta di dittatura: egli non esitò infatti a eliminare i suoi oppositori, sostenitori di un passaggio meno traumatico dal passato. Non esitò neppure a sciogliere tutti partiti di opposizione, avocando a sé ogni potere.
Pesò del resto la tragedia curda, popolazione di etnia affine a quella persiana, abitante nella parte sud dell'Anatolia. I curdi avevano contribuito in maniera determinante al successo della rivoluzione kemalista in cambio della promessa che la loro specificità etnica sarebbe stata salvaguardata. Ma Kemal, salito al potere, rifiutò ciò che era stato promesso promulgando invece una serie di leggi che negarono addirittura l'esistenza stessa dell'etnia curda: fu proibito l'uso della lingua, sia scritta che parlata, e ogni altra manifestazione culturale e folkloristica di quel popolo. Anche oggi il contenzioso si trascina senza che del resto si sia mai giunti a una definitiva soluzione.

Sotto Ataturk, del resto, non si puo' parlare di vera e propria dialettica partitica: per farlo bisognerà attendere gli anni Cinquanta del nostro secolo, sotto il governo Menderes. Periodicamente pero' si assistette in Turchia all'intervento di militari, per sedare disordini e violenze, che si attribuirono un ruolo nella vita politica e democratica del Paese. Tre i colpi di stato dalla fine della Seconda guerra mondiale: nel 1960, nel 1971, nel 1980.
(2 - Fine)
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BIBLIOGRAFIA
  • I Turchi nel Mediterraneo. Dall'ultimo impero islamico alla Nuova Turchia, di G. E. Carretto, Roma, Editori Riuniti, 1989.
  • Storia delle società islamiche, di I. Lapidus, Torino, Einaudi, 1993.
  • Storia dei turchi, di J. P. Roux, Milano, Garzanti, 1988