LA RIVOLUZIONE DEI GAROFANI - Un paese poverissimo, caduto sotto
il maglio della dittatura nel 1932 ad opera di Salazar, che soppresse tutti i partiti
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LA LUNGA MARCIA DEL PORTOGALLO
VERSO LA DEMOCRAZIA
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| (Prima parte) |
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Il 24 aprile del 1974 Lisbona viveva una giornata tutto sommato tranquilla. Sì per quanto possa essere tranquilla la giornata di un paese che da tredici anni è in guerra. Già, perché il Portogallo rimaneva l'unica nazione europea a mantenere un impero coloniale. I possedimenti del piccolo paese lusitano erano immensi e si distribuivano da Macao alle isole di Capo Verde, passando per l'Angola, il Mozambico e la Guinea Bissau. Ma il Portogallo del 24 aprile 1974 non deteneva solo questo record. Era anche una delle ultime dittature europee nate nel periodo tra le due guerre mondiali, l'unica che ha avuto una successione, dalle mani di António Oliveira Salazar, il fondatore, a quelle di Marcelo Caetano, il delfino.
Quel 24 aprile del 1974 molti giovani si stavano probabilmente imbarcando per raggiungere il fronte africano, tutti i diciottenni erano obbligati a partire, per tre anni. Molti disertavano, ma il 24 aprile del 1974 era diventato più difficile riparare all'estero, fino al 1973, prima della crisi del petrolio, «là fuori» era facile trovare lavoro, ma adesso no, adesso anche in Europa la situazione si era fatta difficile. Fino al settantatre i giovani scappavano, scappavano dalla guerra e scappavano da un paese povero, molto povero, uno tra i paesi più poveri d'Europa. In pochi anni Parigi divenne la seconda città con il più alto numero di portoghesi dopo Lisbona.
Sì, la situazione era tranquilla, tranquilla nel senso che dal luglio del 1932 poco era cambiato. Salazar aveva deciso che il Portogallo non meritava una democrazia e così tutti i partiti furono aboliti, da allora nulla era cambiato e se si era contro due erano le ipotesi: la prigione o l'esilio.
Eppure, nonostante le apparenze, non tutto era poi così statico, quella sera a Lisbona un gruppetto di capitani, verso la mezzanotte, irrompe negli studi di Radio Renascênça, la radio cattolica, occupa gli spazi e obbliga il deejay a mettere una canzone, non una canzone qualsiasi, una marcia. Ovvio si potrebbe pensare, ma tanto ovvio non è perché quella marcia non era una marcia militare, era una canzone di José Afonso, un cantautore, uno chansonnier, chiaramente inviso al governo come tutti gli chansonnier.
Anche quella marcia era stata censurata perché il 24 aprile del 1974 il Secretariado Nacional de Informação aveva il potere di censurare tutto quello che non gli era gradito, e quella marcia che parla di fratellanza e di un popolo al potere proprio non gli piaceva. Il titolo della canzone era Grandola ed era il segnale dell'ultima rivoluzione del secolo XX, era l'inizio della rivoluzione dei garofani: 25 aprile 1974.
Il regime di Salazar
Ma forse siamo andati troppo avanti, meglio fare ora un passo indietro per cercare di capire i momenti essenziali della vita di un paese che dopo la morte del nazi-fascismo, nel 1945, sopravvisse per trent'anni in una sorta di solitudine forzata. E il Portogallo dopo la seconda guerra mondiale era davvero un paese solo, solo e chiuso a qualsiasi infiltrazione dall'esterno, il Portogallo e il suo impero coloniale. Si potrebbe obiettare che era rimasta la Spagna, è vero, ma Lisbona storicamente, guarda sempre con grande diffidenza verso quello che succede a Madrid. Erano alleati degli americani, sì, ma da lì arrivava anche la corruzione alle sane tradizioni portoghesi: rock & roll, una società individualista e consumista, no!, il regime di Salazar decisamente non amava molto gli americani e a quell'alleanza aveva ceduto per mere questioni di opportunità: sapeva che ben difficilmente, senza l'appoggio degli Stati Uniti, avrebbe potuto sopravvivere. Anche la Gran Bretagna tutto sommato guardava con occhio benevolo alla dittatura portoghese, dopotutto, per Londra, la democrazia non era una questione per i popoli latini.
In Portogallo dopo l'otto di maggio del 1945 cambia poco, su quella fascia occidentale d'Europa, dove la terra finisce e inizia il mare, era caduto l'oblio. La costituzione corporativa rimane inalterata con tutti i suoi corollari: sindacato unico, economia sotto rigido controllo dello stato, rifiuto del multipartitismo. In una parola tutto doveva essere sottomesso ai supremi interessi della nazione. Che poi risulta difficile capire quali fossero questi interessi visto che sicuramente i beneficiari non erano certamente i cittadini i quali, nella maggior parte dei casi, subivano una situazione che si faceva via via sempre più insopportabile.
Abolita la libertà sindacale, unico sindacato ammesso rimane quello di regime. Impossibile quindi per i lavoratori organizzarsi al di fuori dalle organizzazioni dello stato e obiettivo dei sindacati nazionali non era tanto quello di tutelare gli interessi di una parte della società - i lavoratori - perché uno stato corporativo non prevede l'esistenza al suo interno di classi. Il conflitto era considerato dall'Estado Novo, come paradossalmente Salazar continuava a chiamare il suo regime, il peggior nemico. Il senso del sindacato in uno stato corporativo era esattamente quello opposto, ovvero inquadrare i lavoratori all'interno dell'ideologia dello stato o, se vogliamo, di portare lo stato fin dentro le fabbriche.
Per contrastare qualsiasi forma di opposizione due erano le armi: la propaganda e la violenza. La propaganda, posta di fronte a indici di sviluppo economico decisamente scarsi era poco credibile, soprattutto perché mancando il conflitto nel Portogallo di Salazar, prima, e di Marcello Caetano, poi, mancava del tutto una politica redistributiva del reddito. In parole povere, in Portogallo aumentava il Prodotto Interno Lordo, ma non aumentava il reddito delle persone.
Meglio la repressione quindi, e su questo non si può certo dire che Salazar risparmiasse energie. La polizia politica (PIDE), aiutata anche da addestratori della CIA, era riuscita a mettere in piedi una fittissima rete di informatori, cittadini normali, che, pagati dallo stato, raccontavano ai poliziotti ciò che i loro amici, parenti e conoscenti facevano. In sostanza ogni cittadino era controllato, doveva sentirsi controllato anche se non lo era, doveva capire che qualsiasi comportamento anticonformista non era tollerato dallo stato. Il sospetto che amici, colleghi e parenti potessero essere delatori era sufficiente per diffondere l'idea di un controllo onnipresente: guai farsi scappare una frase inopportuna!
Per dare sembianze democratiche al suo paese, Salazar non ha mai mancato di organizzare elezioni «libere»: «tanto libere quanto nella libera Inghilterra», con libero accesso anche alle opposizioni. Sì insomma quando mancava poco alla data fissata Salazar permetteva che si allargassero le maglie della censura. Ovviamente le opposizioni non avevano nessuna possibilità di vincere, anche se, nel 1958, il generale Humberto Delgado, andò vicino a sconfiggere alle presidenziali il candidato del regime Amerigo Tomas. Quello fu un momento difficile per il regime, non tanto perché Humberto Delgado fosse andato vicino a vincere le elezioni, ma perché intorno a Delgado, per la prima volta, migliaia di cittadini sfidarono apertamente il regime. Le elezioni le vinse Tomas il candidato del regime e ci fu chi, cinicamente, disse che in fondo le elezioni servivano al regime per aggiornare gli schedari degli oppositori.
La «crisi» economica
A rigore non si dovrebbe parlare di crisi economica, anzi, la grande parte degli indicatori economici portoghesi ci mostrano un paese in forte sviluppo. Dopo gli anni della stagnazione, 1930-1948, il regime promuove piani di sviluppo industriale, segno che, all'interno del governo, gli equilibri tra i fautori di un'economia basata sull'agricoltura e quelli che auspicavano uno industriale erano definitivamente cambiati.
Già, in Portogallo tutto sembrava rimanere uguale, ma sotto la coltre delle fitte nebbie oceaniche si nascondeva un profondo e inarrestabile cambiamento. Salazar aveva sempre avuto paura di sconvolgimenti troppo bruschi e una industrializzazione troppo rapida era indubbio che avrebbe determinato l'alterazione degli equilibri su cui si basava il regime.
Così fu, nel giro di pochi anni la dittatura portoghese non riuscì a sottrarsi alle grandi linee di sviluppo degli altri paesi europei, come l'Italia. L'industrializzazione provocò cambiamenti impressionanti, il peso dell'agricoltura scemava di anno in anno, le persone emigravano dalle remote e inaccessibili zone agricole verso le città e verso le zone della costa. L'interno del paese si svuotava, ed è comprensibile, perché l'agricoltura portoghese era poco redditizia, chi ci lavorava era destinato a rimanere disoccupato per lunghi periodi dell'anno. Niente a che vedere con le fabbriche di Lisbona dove il salario, se pur basso, era pur sempre costante.
Se i lavoratori dovevano sottomettersi alle esigenze dei supremi interessi della nazione, anche il settore economico non sfuggiva a questa rigida interpretazione del cosiddetto stato organico. Le linee di sviluppo erano segnate rigidamente dal governo. I risultati di questo processo erano piuttosto lusinghieri, il paese cresceva del 4,5% ogni anno, ma è uno sviluppo fittizio, basato non tanto sullo sviluppo delle tecnologie e sulla produzione di manufatti competitivi, bensì su mano d'opera a bassissimo costo e su misure di protezione doganale.
Praticamente nessun investimento era fatto per lo sviluppo degli indici di vita delle persone: sanità e educazione in particolare. L'emigrazione sarà il secondo terremoto per il regime portoghese. Tra il 1960 e il 1973 emigrano verso Francia e Germania più di un milione di persone, complessivamente nel dopoguerra a lasciare il Portogallo sono due milioni di persone su una popolazione complessiva di meno di dieci milioni. A cercare fortuna erano chiaramente i giovani, generalmente le persone più intraprendenti della società. Evidentemente i tassi di sviluppo del Prodotto Interno Lordo non dovevano essere poi così rosei se tante persone abbandonavano il proprio paese. E proprio i racconti degli emigranti facevano scendere ulteriormente la fiducia nei confronti del regime. «Là fuori» si viveva meglio, decisamente meglio, si innescava così un circolo vizioso: più gente emigrava e più persone erano successivamente indotte a lasciare un paese incapace di investire sullo sviluppo dei consumi e quindi sui livelli di vita delle persone.
Già, gli indici di sviluppo erano lusinghieri, la disoccupazione era praticamente inesistente, eppure tutti scappavano, appena potevano, dal paese del «boom economico» e della «piena occupazione», ma soprattutto i giovani scappavano dal paese della miseria.
La guerra coloniale
Rivoluzione della struttura sociale, emigrazione e, infine, il terzo grande terremoto: la guerra coloniale, quella guerra che tutte le potenze europee erano state costrette a combattere e dalla quale erano uscite sconfitte stava per arrivare anche nei possedimenti portoghesi. In ritardo, certo, un ritardo che però avrebbe potuto permettere a Salazar di premunirsi e di imparare la lezione. Invece no, l'impero coloniale era l'unico vero gioiello per un paese che da tutti gli altri punti di vista scontava un ritardo davvero impressionante e quindi non poteva essere abbandonato.
Cosa importa l'esempio della guerra d'Algeria che i governanti della quarta repubblica francese non erano riusciti a gestire. Lisbona stava per ripercorrere lo stesso cammino che aveva già compiuto, e concluso, Parigi.
Angola, Mozambico e Guinea Bissau sono i tre grandi fronti nei quali si combatté questa guerra infinita: tredici anni. John F. Kennedy nel 1961 cambia rotta alla politica americana nei confronti del Portogallo e chiede al governo di Lisbona di concedere l'autodeterminazione ai popoli africani sotto il suo controllo. Non erano pochi in Portogallo a sapere che quella guerra non sarebbe mai stata vinta, tra questi il generale Botelho Moniz, ministro della difesa, che nel mese di marzo del 1961 sembrava voler promuovere un colpo di stato contro Salazar proprio sulla base di un disaccordo sulla questione coloniale. Gli manca il coraggio di andare fino in fondo e Salazar riesce a riprendere saldo il controllo sull'esercito.
Goa è la prima colonia a dovere essere abbandonata, così come era stato il primo territorio a venire colonizzato. La piccola colonia indiana di Goa rappresenta uno dei tanti sintomi nei quali si manifesta il delirio onirico di Salazar che, arroccato sulle sue posizioni, chiede ai suoi tremila uomini di stanza di resistere all'esercito indiano. Solo la lungimiranza del generale Vassallo e Silva che, conscio della sproporzione di forze, decide di arrendersi contravvenendo agli ordini del governo di Lisbona, evitando una più che sicura sconfitta sul campo.
Le città africane si mantengono saldamente nelle mani dei portoghesi, ma nel resto del paese il controllo era più difficile da mantenere: quella guerra non era una guerra come tutte le altre. Essa era combattuta da guerriglieri che conoscevano meglio di chiunque altro il territorio, non esisteva un fronte riconoscibile. Oltretutto i movimenti indipendentisti erano armati dagli Stati Uniti e dall'Unione Sovietica che miravano a sostituirsi alle potenze europee nel controllo dell'ex colonie.
Lisbona decide di sviluppare la Polizia politica che in questi contesti si rivelava essere decisamente più efficace dell'esercito. Poteva infatti infiltrarsi o usare agenti infiltrati nei movimenti nemici, studiare i loro movimenti per poi potere attuare contromisure. Il quadro della polizia politica sale a 2200 funzionari, esclusi, chiaramente, gli informatori. All'inizio la scelta di questa strategia sembra essere vincente. Attraverso violenze, torture e prigioni facili i movimenti vengono disarticolati. Ma per ottenere questi risultati la polizia di Salazar non va tanto per il sottile e nelle sue maglie incappano anche tanti innocenti. Tante volte era sufficiente essere nero per essere mandato in un campo di concentramento e per scomparire per qualche tempo. Si crea così una frattura insanabile tra bianchi e neri, si stabiliscono reti di solidarietà dei neri contro i bianchi. Se la lotta per l'indipendenza era prima un concetto astratto per la maggior parte degli africani adesso, con l'aggressivo razzismo dei bianchi, il senso dell'indipendenza si era fatto decisamente più concreto.
Marcelo Caetano
Il paradosso era che, nonostante Salazar avesse parte dell'esercito contro e non godesse del consenso di gran parte della popolazione, continuava a essere insostituibile. Vari tentativi da parte dell'esercito per liberarsi del dittatore erano andati a vuoto e lui, chiuso nel suo studio di Lisbona, continuava a tenere sotto controllo ogni più piccolo aspetto della vita portoghese.
Il 3 agosto del 1968 il rumore della sirena di un'ambulanza squarcia il silenzio di una calda estate e scuote Lisbona fin nelle sue fondamenta. Quell'ambulanza arrivava da Estoril, località residenziale nei pressi della capitale dove Salazar si era preso qualche giorno di ferie. Dentro quell'ambulanza il capo del governo. Il suo rumore assordante di era il segnale della fine di trentasei anni di governo: Salazar aveva subìto un incidente, un trauma cranico che gli rende impossibile continuare a governare.
Dopo quell'incidente nessuno ha il coraggio di dire a Salazar che era stato estromesso dal governo per incapacità mentale e nel periodo di due anni in cui sopravvive gli fanno credere che fosse ancora lui a guidare il paese. Nessuno saprà mai se l'ex dittatore fosse conscio oppure no di questo inganno, quel che è certo è che questo è un altro dei tanti paradossi di questa storia.
Quella sirena sembrava svegliare il Portogallo intero, sembrava dirgli che qualcosa sarebbe cambiato ora, che Salazar non poteva più governare. A succedere a Salazar il suo delfino, Marcelo Caetano. All'inizio del suo mandato grandi proclami: «evoluzione nella continuità» era il suo motto. Difficile credere a chi per tutta la sua vita aveva vissuto all'ombra di Salazar e infatti dopo pochi mesi smise di parlare di evoluzione per percorrere in modo deciso la strada della continuità: continuità nella politica dei bassi salari, della guerra coloniale e del rifiuto della democrazia.
Nulla sembrava cambiare, qualche deputato liberale, sì, ma pur sempre del partito unico. Qualche promessa e poi , tutto continuava uguale, la guerra coloniale, la povertà, la polizia politica nel territorio metropolitano e nelle colonie, le discriminazioni di classe e quelle razziali.
Il Sessantotto portoghese
Eppure in quegli anni tutto era cambiato, neppure l'ostinazione di Salazar aveva potuto impedire che i venti emancipatori che soffiavano per tutto il mondo mancassero di soffiare anche in Portogallo, no!, impossibile, tutto era oramai diverso e il regime camminava stancamente incapace di rinnovarsi in attesa del colpo finale.
In Portogallo il sessantotto era cominciato presto perché già nel 1962 gli studenti avevano provato a ribellarsi contro il governo. I quattro anni tra le elezioni del 1958 e il 1962 sono anni difficili per il governo e sembrava che oramai si fosse davvero alla fine. L'inizio della guerra coloniale, la rivolta dei militari e, infine, l'occupazione delle università di Lisbona e Coimbra. Quattro anni difficili dicevamo, ma quello che gli studenti non sapevano era che il governo stava per passare di nuovo al contrattacco e, in poco tempo, riesce a riprendersi.
Ci sarebbero voluti sei anni perché gli studenti trovassero il coraggio per riorganizzarsi, una generazione, come sempre succede in questo genere di cose. Il maggio del 1968 francese era arrivato anche in Portogallo, alla fine di quell'anno gli studenti scendono in piazza per protestare ancora una volta contro il regime.
Gli studenti contestavano la struttura classista dell'educazione portoghese e criticavano i programmi considerati obsoleti. Poco per volta gli studenti prendono coscienza e arrivano a criticare il regime e la guerra coloniale. Idealmente il movimento di Lisbona si unisce a quello americano e internazionale di protesta contro la guerra in Vietnam e per la pace. A Coimbra, città universitaria per eccellenza, non si ha paura di contestare duramente il Presidente della repubblica Amerigo Tomás, mai prima si era arrivati a tanto.
Marcelo Caetano però non voleva essere da meno del suo predecessore e prende le contromisure. Il manifestante José António Ribeiro dos Santos diventa il simbolo della repressione del regime, ucciso durante un'assemblea dal colpo di un poliziotto. Tutte le associazioni studentesche vengono chiuse ad una ad una e nelle accademie portoghesi ritorna la tranquillità, ancora una volta i supremi interessi della nazione erano stati tutelati senza che nessuno capisse cosa stesse dietro questo concetto privo di sostanza.
Eppure la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta erano ben diversi rispetto agli anni trenta e quaranta. Se con la violenza si potevano ottenere vittorie momentanee era del tutto evidente che un regime difficilmente si poteva mantenere al potere solo con la violenza. Grazie all'instancabile azione del Partito comunista, unica formazione politica che aveva mantenuto una struttura organizzata per tutto il periodo della dittatura, operai e studenti guardavano con meno timore verso il regime.
Il primo luglio del 1970 non dev'essere stato un bel giorno per Marcelo Caetano, non bastavano gli studenti, gli operai, i prigionieri politici a protestare. Non bastava una guerra coloniale che si inaspriva sempre di più, no, evidentemente i problemi per il suo Estado Novo non erano finiti. Quel primo luglio il Papa Paolo VI riceve in udienza i leader dei movimenti indipendentisti, riconoscendo loro legittimità e disconoscendo quindi la guerra che Lisbona stava portando avanti da anni. Gli effetti furono dirompenti, perché la chiesa era da sempre stata uno dei pilastri fondamentali sul quale si era appoggiato il salazarismo. Ora, anche lei, abbandonava una barca che stava lentamente, ma inesorabilmente, affondando.
(1 - Continua)
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BIBLIOGRAFIA
- La transizione portoghese, di Medeiros Ferreira - Editorial Estampa, Lisbona, 1993
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Storia dell'Estado Novo, di Fernando Rosas - Editorial Estampa, Lisbona, 1997
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La fine dell'impero portoghese, di Antonio Costa Pinto - Livros Horizonte, Lisbona, 2001
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The making of portugues democracy, di Kenneth Maxwell, - ed. Cambrige, 1995
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Portogallo: dall'autoritarismo alla democrazia, di Shmitter C. Philippe - ICS, Lisbona 1999
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La primavera di Lisbona, Bruno Crimi - Vallecchi, Firenze 1974.
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