IL MONDO FEMMINILE NEL REGIME FASCISTA: non c'era molta scelta,
per il gentil sesso, nell'universo irrigimentato e maschilista di Mussolini
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DONNE INCHIODATE NEL RUOLO
DI MOGLIE, MADRE. O MONACA
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| (Seconda Parte) |
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La condizione della nubile peggiorò sotto la dittatura. Il fascismo stigmatizzava pubblicamente le donne che non erano mogli e madri. A meno di entrare in un ordine religioso - come fecero migliaia di ragazze di paese negli anni Trenta -, per vivere confortevolmente da nubile bisognava avere uno straordinario spirito di indipendenza, rafforzato dalla disponibilità di una casa di famiglia o di un reddito personale. La cultura commerciale scandì il ritmo della formazione culturale delle nuove generazioni femminili. Grande influenza ebbe anche il cinema, in gran parte con pellicole statunitensi. Negli anni Trenta, i principali editori suddivisero le lettrici per età, classe sociale ed interessi. Le riviste più popolari (Novella, Rakam, Gioia, Grazia, Eva, Piccola, Il Secolo Illustrato, Le Grandi Firme, Cinema Illustrazione ed altre) sapevano esprimere, con particolare efficacia, le contraddizioni del passaggio alla maturità in quegli anni. Molto lette erano le rubriche di consigli sulle riviste popolari ed i più interessanti e convincenti riguardavano i rapporti tra i due sessi, che suggerivano un corteggiamento più lungo ed una più ampia possibilità di scelta del partner, in concomitanza con le nuove opportunità delle ragazze di incontrare uomini in luoghi pubblici, come le sale da ballo, i giardini comunali, i tram, le stesse sedi del Dopolavoro fascista. In altre parole, la cultura di massa offriva suggerimenti che le madri non potevano dare: sugli uomini, sui baci, su come "civettare".
L'indipendenza femminile, la libertà sessuale in particolare, appariva tanto rischiosa che il matrimonio diveniva a logica ed inevitabile conclusione della strategia del corteggiamento. Conclusione comprensibile alla luce delle pressioni ideologiche del momento. I Patti Lateranensi, che univano Stato e Chiesa nel rito matrimoniale, assieme alla Casta Connubi di Pio XI, collocavano l'istituzione matrimoniale in una posizione preminente. A sostegno della politica demografica ed allo scopo di uniformare il codice di famiglia con la legge canonica, il regime abbassò l'età minima del matrimonio per le donne a quattordici anni e sponsorizzò le nozze di gruppo. In confronto al cattolicesimo, il fascismo era caratterizzato dalla contraddittorietà degli atteggiamenti verso le donne. Al pari della Chiesa, il regime intendeva reagire alle tendenze all'emancipazione del periodo interbellico. Ma, a differenza dei cattolici, sfruttava ed, al contempo, ostacolava il desiderio di modernità.
A tutti i livelli, le istituzioni fasciste fornivano messaggi contrastanti. Le dirigenti delle organizzazioni giovanili insistevano sulle virtù della domesticità. Ma, coinvolgendo le ragazze in attività al di fuori della casa, nell'interesse del partito, del Duce, della nazione, minavano l'autorità dei genitori. La letteratura educativa predicava la subordinazione, ma esaltava le manifestazioni di eroismo. La riforma del sistema scolastico del 1923 era dichiaratamente antifemminista, ma tollerava significativi incrementi della scolarità femminile oltre il livello elementare. Questo bifrontismo traeva origine dalla concezione dualistica del ruolo femminile propria del fascismo. Come riproduttrici della razza, le donne dovevano incarnare i ruoli tradizionali, essere stoiche, silenziose e sempre disponibili; come cittadine e patriote, dovevano essere moderne, cioè combattive, presenti sulla scena pubblica e pronte alla chiamata. Dietro gli obiettivi divergenti nei confronti della gioventù femminile, stavano conflitti interni agli atteggiamenti stessi dei gerarchi fascisti.
Se, in generale, non vedevano di buon occhio il femminismo e le donne emancipate, pur tuttavia condividevano, in una certa misura, le aspettative ambivalenti delle loro figlie e delle altre donne di ceto medio. Anche se erano inveterati donnaioli, si aspettavano che le proprie figlie, per non dire delle mogli, fossero caste e ligie al dovere. Sostenevano l'incapacità delle donne a produrre complesse sintesi intellettuali, ma volevano che le figlie fossero istruite. Queste contraddizioni erano riscontrabili in Mussolini stesso. La sua misoginia era nota, ma incoraggiava il carattere da maschiaccio della figlia Edda, che, con le sue imprese, si era guadagnata, da parte dei familiari, il soprannome di Sandokan. Anche le donne fasciste esprimevano incertezze sul futuro e sull'educazione delle proprie figlie. Una delle poche che affrontò il problema seriamente e con piena consapevolezza fu Camilla Bisi, un tempo militante femminista, giornalista de "Il Lavoro" di Genova e fondatrice di "Ragazze". Infuriata per il primo concorso di bellezza per segretarie, indetto dalla rivista "Piccola", la Bisi sosteneva che le competizioni simili andavano proibite. L'indecisa misoginia della dittatura si manifestò, con particolare evidenza, nelle scelte riguardanti l'istruzione femminile.
Eclatante o nascosta, era il risultato di specifiche norme legislative, della filosofia dell'educazione idealista di Giovanni Gentile, della complessa interazione tra strategie familiari ed opportunità del mercato del lavoro. Il regio decreto 2480 del 9 dicembre 1926 escludeva le donne dai concorsi per le cattedre di latino, greco, lettere, storia e filosofia nei licei classici e scientifici, oltre che dall'insegnamento di italiano e storia negli istituti tecnici. Una legge del 1928 impedì che venissero nominate presidi delle scuole medie; un'altra legge del 1940 estese questa esclusione agli istituti tecnici. Sebbene il regime non intendesse rendere più aperto il sistema scolastico, il mero incremento della popolazione, le pressioni delle famiglie, le difficili condizioni del mercato del lavoro negli anni Trenta portarono ad un aumento della scolarità femminile. Le giovani italiane continuavano, pertanto, a trovarsi in una posizione scomoda, spinte dai genitori che guardavano all'istruzione come ad una sorte di dote, scoraggiate dall'opinione pubblica che considerava gli studi superiori dannosi all'intelletto naturale delle donne.
Le discriminazioni del sistema scolastico le ostacolavano, ma le disuguaglianze del sistema sociale permettevano una ristretta élite di ragazze particolarmente dotate, studiose e di buona famiglia, di raggiungere la vetta. Costrette a percorrere solo alcuni curricoli, le donne istruite finivano per essere confinate in un ristretto numero di professioni già sovraffollate. A livello universitario, il rapporto tra studentesse ed organizzazioni fasciste era molto più carico di contraddizioni. La ristretta élite di donne che superavano la corsa ad ostacoli per frequentare l'università, era, in generale, meno politicizzata dei compagni di studi maschi. Quelle che cercavano di partecipare alla politica studentesca iscrivendosi ai Guf ricevevano ben pochi incoraggiamenti. Senza alcun sostegno da parte del partito e prive della guida di donne più anziane, i tentativi delle giovani di creare sezioni femminili si scontravano con l'indifferenza, se non con il disprezzo. Anche se i gruppi goliardici erano stati aboliti, le facoltà universitarie erano ancora in gran parte roccaforti maschili. Le burle e gli scherzi antifemminili abbondavano e gli umori erano quelli suggeriti dalla strofa di una canzone studentesca:
"Noi non vogliamo donne all'Università, ma le vogliamo nude distese sul sofà". I camerati dei Guf erano forse quelli che offendevano di più perché usavano l'ideologia fascista per motivare il rifiuto delle donne. Consideravano le studentesse iscritte al Guf, nel peggiore dei casi, delle intriganti prive di capacità politiche o delle stupidelle insignificanti che non capivano niente di corporativismo e di questioni importanti; nel migliore dei casi, se ne poteva accettare la compagnia, ma come creature inferiori. Questa l'opinione comune degli studenti uomini: "La donna è complemento dell'uomo, come il turacciolo della bottiglia. In un bottiglia senza tappo il vino inacidisce, così la donna mantiene servibile in noi ciò che vi è di migliore nel nostro intimo, senza di lei inacidiamo tutti". Non c'è da meravigliarsi che non siano esistite sezioni femminili dei Guf fino al 1931 e non sia mai stato pubblicato un loro giornale, anche se per due o tre anni, intorno al 1935, alle studentesse universitarie venne concesso un certo spazio sul periodico dei gruppi femminili "Donna Fascista". Potevano esprimervi la loro aspirazione a realizzarsi come vere donne moderne, conciliando carriera, impegno sociale e missione materna.
La peggiore umiliazione subita da quest'ambiziosa élite femminile fu l'esclusione dai Littoriali della Cultura, i concorsi annuali culturali e sportivi promossi, con gran clamore, a partire dal 1934 per saggiare la tempra competitiva della ripromettente gioventù universitaria. Non sono chiari i motivi che hanno indotto il Partito a limitare la partecipazione agli uomini, anche se ha avuto forse un certo peso la volontà di venire incontro alla Chiesa, fortemente contraria al coinvolgimento delle donne in sport competitivi. In ogni caso, la decisione risultò incomprensibile per le giovani gufine e ne accese il risentimento. I Littoriali non furono aperti alle donne fino al 1938, quando il Partito si decise finalmente a prestare ascolto alle reiterate proteste, condotte in special modo su "Il Bo", giornale del Guf ribelle dell'Università di Padova. I concorsi femminili furono, tuttavia, separati da quelli maschili e tenuti in date diverse. Inoltre, quando la manifestazione ebbe avvio nell'aprile successivo, la stampa fascista ne diede conto con la stessa condiscendente meraviglia solitamente riservata alle prestazioni degli animali di circo.
Nel 1941, infine, i Littoriali furono tenuti congiuntamente. Ma, a quell'epoca, molti studenti erano stati richiamati sotto le armi e la decisione sembrò presa più per mantenere viva l'attenzione alla manifestazione che in nome dell'eguaglianza dei sessi. L'unico vero momento di coinvolgimento nella politica di massa del fascismo passava per i gruppi giovanili del doposcuola. Al pari di quelle maschili, le organizzazioni per le ragazze favorivano i rapporti di cameratismo nell'orario extrascolastico, all'interno di un progetto comune ed offrivano occasioni di sociabilità al di fuori della scuola e lontano dalla famiglia. Sotto i loro auspici, le giovani italiane sperimentavano una nuova forma di cultura giovanile, che richiamava lo scoutismo americano. Le attività per le ragazze erano imperniate sul soccorso, la carità, la ritmica ed i corsi di puericultura, floricoltura e decorazione, arti femminili ed economia domestica. Le ragazze non sembravano consapevoli che il trattamento loro riservato fosse discriminatorio, in quanto separato e differente da quello dei maschi.
Come i ragazzi, si chiamavano tra di loro "camerata", "comandi!" e "presente!" erano le stesse risposte disciplinate agli ordini. La partecipazione alle organizzazioni, a parte la fede politica fascista che poteva ingenerare, stimolava anche uno spirito competitivo ed una battagliera fiducia in se stesse che, difficilmente, le famiglie incoraggiavano nelle figlie. Per le ragazze timide, maldestre, per nulla dotate sul piano atletico, che non potevano partecipare alle organizzazioni femminili, le ragazze fasciste erano un'élite invidiata. Il loro successo dipendeva dal fatto che non erano più attaccate alle gonnelle delle madri ed erano riuscite a farla finita con la reclusione delle sorelle maggiori, le quali, alla loro età, uscivano solo in compagnia di familiari. Per le ragazze moderne e spigliate, andare all'adunata significava la libertà di uscire di casa o con le amiche e la possibilità di sfuggire all'atmosfera soffocante della vita familiare, ai lamenti delle madri retrive che non vedevano di buon occhio questa emancipazione, ma avevano dovuto rassegnarsi. Nella misura in cui le ragazze aderivano acriticamente, si allontanavano, al pari dei coetanei maschi, dalla generazione dei genitori.
I gruppi femminili non aspiravano necessariamente a fare dei loro militanti altrettanti sergenti. In confronto alle loro coetanee di Parigi, Berlino, o di qualsiasi grande città americana, le nuove ragazze italiane erano provinciali. In generale, dato il carattere ancora prevalentemente rurale della nazione, di "ragazze nuove" ce n'erano poche ed avevano scarsi contatti con le nuove modalità di consumo del tempo libero, con le opportunità di lavoro, con i nuovi comportamenti nel corteggiamento. Il fascismo cercò di occupare gli spazi pubblici al di fuori della famiglia con uno sforzo che non aveva eguali nelle società liberal-democratiche, entrando in competizione con la Chiesa cattolica, ma ebbe successi limitati. Le politiche culturali e sessuali del fascismo erano internamente contraddittorie, poiché chiedevano le novità e, al tempo stesso, le ostacolavano con interpretazioni contrarie su ciò che era nuovo.
Ne conseguiva un accentuato ibridismo della "donna nuova": né tradizionalista né coerentemente moderna, sfidava i modelli e le norme fasciste che dipingevano le donne come licenziose o puritane, animate dal senso del dovere o capricciose, intellettuali zitellesche o devote casalinghe. Inoltre, la "donna nuova" fascista non aveva alcun senso del potere reale consentito alla propria generazione: era più libera e più fiduciosa in se stessa di quanto non fosse stata sua madre, ma altrettanto poco, se non ancor meno, emancipata. Soprattutto nel campo lavorativo. Il decreto legge del 5 settembre del 1938 aveva ordinato che gli uffici pubblici e privati dovevano ridurre il personale femminile al dieci per cento delle maestranze. Questo decreto, in realtà, non era altro che il culmine di una vasta e complessa politica di discriminazione sessuale condotta per un quindicennio dalla dittatura, che tollerava l'occupazione femminile in età giovanile, ma mirava all'abbandono delle donne del mercato del lavoro col matrimonio e la nascita dei figli. Il regime favorì, inoltre, la formazione di un ampio settore di economia sommersa, che utilizzava prevalentemente lavoratrici a domicilio sottoccupate, non tutelate e mal pagate (anche se fu istituita la Sezione operaia dei lavoranti a domicilio nel 1938, Sold). Il lavoro era considerato necessario all'identità dell'uomo, ma nelle donne, sentenziava Mussolini:
"Ove non è diretto impedimento, distrae dalla generazione, fomenta una indipendenza e conseguenti mode fisiche e morali contrarie al parto. Lavorando la dona salva molto spesso una famiglia sbandata o addirittura se stessa, ma il suo lavoro è, nel quadro generale, fonte di amarezze politiche e morali. Il salvataggio di pochi individui è pagato con il sangue di una moltitudine". Incapace di espellere completamente la manodopera femminile dal lavoro, la dittatura cercò di impedire che le donne lo considerassero una pietra miliare sulla via della propria liberazione. Se avevano un'occupazione, ciò doveva avvenire o per imprescindibili necessità familiari, o perché nessun uomo avrebbe accettato un posto di quel tipo. La "civiltà del lavoro" di Mussolini, dunque, sminuiva le abilità e le inclinazioni professionali delle donne, non solo agli occhi dello Stato, degli imprenditori e degli uomini, ma delle donne stesse. L'ordinamento corporativo impedì alle lavoratrici di essere adeguatamente rappresentate, anche perché, negli anni Trenta, erano pochissime le laureate in Legge o Scienze Politiche e questo garantiva che le donne non sarebbero state rappresentate da donne.
La prima donna a rappresentare il genere femminile all'interno del Consiglio Superiore delle Corporazioni fu Vittoria Maria Luzzi, in quanto stava a capo della Corporazione delle Ostetriche, interamente composta da donne. Solo nel 1931 fu nominata la consigliera Adele Pertici Pontecorvo, nota, e rara, esperta di diritto del lavoro. Per il resto, le lavoratrici erano nelle mani di sindacalisti maschi, la cui attenzione era, nel migliore dei casi, contraddittoria. Se le donne attuavano scioperi e serrate, come avvenne nel 1927 nelle industrie tessili in crisi di Valalona (altri scioperi guidati da donne furono quelli del riso nel 1930-31 in Val Padana e di Torino nelle industrie metalmeccaniche), i sindacalisti fascisti entravano in scena ad offrirsi come negoziatori solo per tenere alto il proprio prestigio. La figura più idealizzata dal sistema corporativo era la mondina della Val Padana e del delta del Po. La campagna del riso durava otto settimane e la mondina era un simbolo deplorevole per la propaganda fascista: ragazze che lavoravano nell'acqua melmosa fino alle ginocchia, con le gonne tirate su alla cintola. Mamme che abbandonavano lattanti.
Per di più, le lavoratrici del riso avevano il più alto tasso di aborti spontanei di qualsiasi altro gruppo per il fatto che erano ricurve per ore. La mondina, inoltre, era l'equivalente rurale della "commessa sexy". Molte erano giovani e non sposate. Decise e disinibite, erano note per la loro sessualità sfacciata. La legislazione discriminatoria raggiungeva il massimo di efficacia nell'ostacolare l'accesso alle professioni che richiedevano lunghi anni di studio, doti intellettuali, superamento di subdoli ostracismi tra i pari. Gli ostacoli alla donna professionista si spiegano in parte con le caratteristiche dell'economia italiana. I cosiddetti liberi professionisti dipendevano, sovente, dal patrocinio dello Stato per il lavoro. Il giornalismo fu la professione in maggior espansione negli anni tra le due guerre, in quanto sopravviveva una concezione letteraria del mestiere ed appariva adatto alle donne, oltre che essere sotto il controllo e la protezione del Partito.
In generale, le professioniste italiane ragionavano come una casta privilegiata piuttosto che come donne attive alla ricerca di un'identità professionale. Quelle pronte a sostenere che le donne avevano lo stesso diritto degli uomini alla carriera e che in essa potevano realizzarsi pienamente erano solo un piccolo gruppo. Anziché professioniste, amavano considerarsi donne "colte" e descriversi come "intellettualità" femminile: definizioni che si ispiravano ad una fiducia interiore nella loro superiorità nei confronti degli uomini e nella capacità di trascendere la volgare dicotomia imposta dalla società, maternità o lavoro. Le élite maschili dominavano lo spazio pubblico anche dalla posizione privilegiata del caffé. Le ragazze, con la passeggiata verso sera, potevano sventolare le loro nuove libertà e le più ardite persino sfidare la cattiva reputazione unendosi ai tavoli dove sedevano gli amici. Non di rado, le giovani che attraversavano le vie centrali si dirigevano ai grandi magazzini (già attive La Rinascente, Standa ed Upim) o alle sale da ballo, ma le proiezioni cinematografiche pomeridiane erano il ritrovo più popolare per il pubblico femminile. Per un regime che considerava il dominio della piazza il simbolo massimo del suo potere, la cultura commerciale rappresentava un problema di tipo nuovo.
Il tempo libero commercializzato, che aveva fatto declinare il ruolo di caffé e salotti come ritrovi culturali, alimentava nuove nozioni di collettività, ma anche nuove concezioni di individualità. E sfidava i principi organizzativi della politica di massa fascista, che enfatizzavano la gerarchia dei ranghi e delle funzioni e che rispettavano, quando non rafforzavano, le distinzioni tradizionali tra spazio pubblico maschile e sfera privata femminile. Attraverso la ridefinizione dello spazio pubblico, divenuto sempre più ampio e politicizzato, occorreva coniare un'immagine anche per le donne, come testimonia la raccolta del professor Mario Cuomo con alcuni detti e proverbi sul genere femminile: "La ragazza è come la perla, men si mostra e più è bella"; "Mogli e sardine vanno chiuse in scatoline". Chiesa e Stato erano d'accordo sul fatto che le donne che uscivano da sole, o tra di loro in compagnia non sottoposta al controllo dell'autorità, erano un pericolo per l'ordine pubblico. In una società in cui l'ipocrisia pubblica era diventata arte di governo, "uscire" per le donne non era solo quello: implicava un lavorio dell'immaginazione oltre al movimento fisico e sfidava la distinzione tradizionale tra spazio pubblico e privato, tra campo maschile e territorio femminile.
Il tempo libero americanizzato minacciava di trasformare le ragazze italiane, rendendole mascoline ed indipendenti come quelle americane. In questo ambito va considerata anche la politica fascista del corpo femminile, considerato questione di Stato. Lo stesso Mussolini definiva i canoni di bellezza muliebre, de-eroticizzata. Poter definire bella una donna era anche un modo per relegarla ad un ruolo subordinato, come una "piacevole parentesi" nella vita, per usare un'espressione del Duce, che lanciò la "battaglia per il grasso" (espressione coniata da Gaetano Salvemini); gli epiteti contro le donne troppo magre erano davvero grossolani: "Donna che pesa un'oncia la propria casa sconcia"; "Di donna senza ciccia lo strapaese non s'impiccia"; "In stretto bacino mal si cova il piccino". La concentrazione su di sé rendeva la donna più reattiva. In assenza di esercitare qualche altra forma di influenza, pavoneggiarsi fungeva come una sorta di lavoro mentale.
E certamente, affermare la propria individualità di fronte ai modelli estetici dettati dallo Stato, rappresentava un atto di fiducia in se stesse non di poco conto. Anche nei riguardi dello sport, dopo l'istituzione, nel 1932 ad Orvieto dell'Accademia Nazionale di Educazione Fisica, le donne guardavano alla ricreazione fisica come ad un mezzo di autoespressione, mentre gli istruttori fascisti di cultura fisica la intendevano come un esercizio di disciplina in nome del Partito e della razza. Dopo la bellezza e lo sport, la terza "battaglia" del fascismo si concentrò sulla moda e sui modelli di abbigliamento nazionale, dettata, in gran parte, da ragioni economiche. Lungi dall'essere irrilevanti, le donne eleganti, che vestivano rigorosamente italiano, testimoniavano la vitalità della dittatura e l'armoniosa mescolanza sociale della nuova e della vecchia ricchezza sotto la guida del regime. La militarizzazione della società, acceleratasi con la guerra d'Etiopia, favorì l'applicazione di stili militari di organizzazione delle donne, che iniziarono ad indossare le uniformi.
Con la grande adunata delle forze femminili, che si svolse a Roma il 28 maggio del 1939, settantamila donne arrivarono e quindicimila sfilarono in uniforme dal Circo Massimo a Via dell'Impero. La varietà delle organizzazioni e l'ampio spettro delle funzioni femminili messe in scena suggerivano la totale partecipazione delle donne alle gerarchie del regime. Il sovrapporsi di due gerghi tanto incongrui - la sfilata di moda e la parata militare - finiva per mettere in luce la non uniformità delle donne, come pure l'incertezza su come rappresentare la loro comparsa in pubblico. Per molte donne, l' "Italia nuova" era motivo di orgoglio patriottico: la convinzione che fosse necessario difenderla dagli aggressori stranieri giustificava la loro deferenza alla causa collettiva. La dittatura sfruttava questa identificazione emotiva con la nazione-Stato, trasformandola in uno sciovinismo militaristico che si pretendeva giustificato e che poteva legittimare qualsiasi sacrificio delle donne in quanto genere. Per quanto riguarda la politica culturale femminile, essa era protettiva ed educativa; offriva un mezzo di restaurazione dell'autostima, di salvaguardia dell'autonomia, di definizione di nuove identità tra le generazioni e tra le donne delle varie regioni d'Italia così diverse tra loro.
Favorendo i contatti con l'estero, seppure sotto l'egida ufficiale, nutriva un inestinguibile cosmopolitismo femminile a dispetto del nazionalismo fascista. Il tradizionalismo fascista nel campo della politica femminile si manifestò anche nelle modalità di scelta delle dirigenti. Come i funzionari del Partito, dovevano conoscere l'arte di scrivere lettere accattivanti e di passare attraverso l'anticamera. Le decisioni venivano prese sempre dagli uomini al vertice, che dettavano anche le minuzie: dal tessuto da usare per le uniformi ai punti che dovevano disegnare la bandiera e la fiamma sui fazzoletti della Sold. Venivano privilegiate come dirigenti le nobildonne, rassicuranti per la delicatezza con cui avanzavano richieste che potevano essere, occasionalmente, femministe. La propensione a considerare le dirigenti femminili, che erano anche mal pagate, come donne in un sistema patriarcale piuttosto come organizzatrici di professione perpetuò l'esclusione delle militanti dal potere e dalle prerogative della burocrazia. La sospettosità del fascismo nei confronti dell'attività politica delle donne non poté che inibire la coesività delle organizzazioni femminili. Queste ultime riflettevano tensioni non risolte all'interno del regime sul ruolo da assegnare alle donne nello Stato italiano. Esse derivavano dalla forma acuta assunta, nell'Italia fascista, da un dilemma tipico degli stati moderni, che assegnavano le donne al privato ed al sociale a scopi riproduttivi, ma ne pretendevano la partecipazione all'interesse pubblico, in parte per raggiungere quegli stessi scopi. In altre parole, per due decenni la dittatura fascista formulò per le donne nuove nozioni di diritti e doveri, ma ne frustò sistematicamente l'applicazione. Un dato conclusivo e, forse, onnicomprensivo: gli anni 1924, 1927 e 1928 registarono il più alto numero di suicidi femminili dell'Italia contemporanea.
(2 - Fine)
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BIBLIOGRAFIA
- Testo principale di riferimento il prezioso "Le donne nel regime fascista" di Victoria De Grazia, Marsilio, Venezia, 1993.
-
"Usi e costumi, 1920-1940", di Irene Brin, Sellerio, Palermo, 1981.
-
"La corporazione delle donne", di Marina Addis Saba, Vallecchi, Firenze, 1989.
-
"Le donne nel fascismo" di Nunzia Messina.
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"Le militi dell'idea: storia delle organizzazioni femminili nel Partito Nazionale Fascista" di Helga Dittrich-Johansen, Olschki, Firenze, 2002.
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