La ricerca storica e le testimonianze delle vittime dimostrano che il mondo
femminile germanico partecipò attivamente a una parte della gestione del potere
GLI ANGELI DEL FOCOLARE NAZISTA:
L'ALTRA METÀ DEL CIELO HITLERIANO
di STEFANIA MAFFEO
La ricostruzione del ruolo delle donne sotto il nazismo consente di avvicinarsi ad una maggiore comprensione dei meccanismi totalitari. Il genere femminile, invece, era rimasto nell'ombra come se le migliaia di donne che pure hanno vissuto nella dittatura si fossero limitate a subirla, senza essere un vero soggetto politico. Un silenzio aiutato dalla rappresentazione che il nazismo dava delle stesse donne: angeli del focolare da ricondurre al ruolo di madri e casalinghe. Ma esiste una discrasia totale tra la rappresentazione delle donne ed il loro reale ruolo. La società civile tedesca non era disposta ad abbandonare del tutto usi e costumi della Repubblica di Weimar. Nonostante gli sforzi, le donne hanno continuato a studiare, ad esercitare mestieri e professioni interdetti, a cercare di essere un soggetto politico persino dentro un movimento che le respingeva come tali.
Per paradossale che sia, ci sono state donne naziste al di fuori degli schemi previsti dall'ideologia. Alcune delle protagoniste hanno dovuto usare la maschera del matrimonio per arrivare ad esercitare potere, altre hanno sfruttato una posizione di forza acquisita durante la Repubblica per acquisire visibilità. Anche i vincitori non erano stati capaci di vedere ruolo e peso femminile. Sembrava anche a loro che donne e nazismo fossero due termini incompatibili. Quasi un ossimoro. Solo le vittime hanno ricordato e testimoniato che una parte del potere era stato gestito ed agito dall'altra metà del cielo. La creazione di una comunità di stirpe, con i suoi riti, i suoi obblighi ed i suoi vantaggi, sembra essere stato uno dei principali contributi del consenso femminile.

Un contributo, questo, che si è trasmesso nell'adesione di centinaia di donne comuni,
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Manifesto per una manifestazione
dedicata alla gioventù nazista
non implicate in matrimoni di regime, non sedotte dal contatto privato con il Führer. Nella cinematografia vi è un unico film che abbia un personaggio di brutale donna nazista, Pasqualino Settebellezze, ed è della regista italiana Lina Wertmuller. Nella costruzione della dittatura nazista le donne non ebbero un ruolo così subalterno come si sarebbe indotti a credere. Gerda Szepansky sostiene che "senza le donne i piani di governo hitleriani non sarebbero decollati, senza la loro attiva collaborazione neanche la guerra sarebbe stata possibile". La propaganda hitleriana pose, infatti, all'attenzione delle tedesche, protestanti e cattoliche, la necessità di condividere attivamente, ed attraverso specifiche organizzazioni femminili, l'obiettivo della selezione razziale.
Affidando loro una precisa funzione nell'inquadramento gerarchico della società, il regime ne fece dei soggetti partecipi alla causa del totalitarismo, pur nella rigida separazione dei sessi e dei ruoli affidati ad uomini e donne. Così si esprimeva il Fuhrer: "Chi non comprende il carattere profondamente femminile delle masse non sarà mai un oratore efficace. Rifletti: che cosa si aspetta una donna da un uomo? Chiarezza, decisione, forza ed azione..[.] Come una donna, la massa oscilla tra due estremi. Ma non solo la massa si comporta come una donna: la massa è anche costituita in massima parte da donne. Le prime a seguirmi sono le donne, in genere, poi i figli e poi, quando ho conquistato tutta la famiglia, arrivano i padri".

Da discorsi, lettere, rapporti sulle attività e circolari della Nsdap (Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi) emerge con chiarezza il sostegno fornito dalle donne al nazismo. I documenti conservati negli archivi a proposito delle attività delle donne contraddicono ogni presunzione di comportamento passivo ed innocente. Esse, che il misogino regime nazista non era riuscito a ridurre al silenzio, come sottolinea la storica Claudia Koonz, avevano individuato infiniti sbocchi al loro attivismo: esempi ne sono il Frauenwerk (Opera Femminile) ed il Frauenschaft (Associazione delle Donne Naziste). Da un punto di vista strutturale ed ideologico nello stato razziale le donne "razzialmente idonee" occupavano un gradino intermedio tra i maschi "ariani" dominanti e quegli emarginati "razziali" come uomini e donne ebrei e zingari.
In altri termini, le donne appartenevano al secondo sesso della prima razza. Possiamo distinguere tre periodi ben distinti per analizzare il ruolo delle donne nel movimento nazista. I resoconti giornalistici ed i filmati disponibili sulla Repubblica di Weimar danno l'impressione che Hitler sia riuscito a conquistare il sostegno delle donne con le sue doti carismatiche e con i suoi modi persino ipnotici. Per quanto sia indubbiamente eccessivo affermare che furono le donne a portare Hitler al potere, davvero esse contribuirono in modo determinante alle vittorie elettorali della Nsdap durante l'ultima fase della Repubblica di Weimar, perché apprezzavano la paradossale - e da loro fraintesa - coerenza della misoginia nazista. Una prima fase corrisponde alla Kampfzeit (il tempo della lotta), quando i dirigenti nazisti ignorarono le donne.

Senza controllo alcuno da parte del Braunes Haus (la "Casa Bruna", il quartier generale del partito, a Monaco), donne energiche (alte Kampferinnen, ossia vecchie combattenti) ed indipendenti organizzarono le proprie seguaci, lanciarono iniziative,
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Tre kapò addette al controllo dei
deportati (lager di Mauthausen)
stesero programmi e si costruirono la loro concezione delle donne e del nazismo. Per tutta la Kampfzeit Hitler ed i suoi, dedicandosi soltanto all'arena politica, non si occuparono delle donne, cui attribuivano poca importanza. Dopo il fallito putsch del 1923, Hitler finì in carcere. Anni dopo ricordò che erano state le donne a tener in vita, durante la sua breve prigionia, la fede nella causa nazionalsocialista. Infatti, invitarono gli uomini ad essere pazienti per quanto potesse essere doloroso sapere Hitler in prigione, che dichiarò spesso che "era la loro sensibilità a spingere le donne nelle file dei suoi sostenitori" e persino che "più di una volta erano state le donne a salvare il movimento. Senza l'aiuto delle donne nel 1924, quando uscii di prigione, non avrei potuto riorganizzare il partito".
La Gleichschaltung (l'adeguamento coatto ai principi nazisti) modificò bruscamente le priorità di Hitler e diede inizio alla seconda fase. Dopo aver ignorato le loro seguaci per circa un decennio, verso la fine dell'estate del 1933, i dirigenti nazisti si resero conto che il loro obbiettivo di purificazione razziale poteva essere perseguito soltanto conquistando il consenso delle donne alle nuove priorità razziali. Le avevano ignorate quando erano semplici elettrici, ma, nel momento in cui la politica razziale diventò il fondamento del nuovo regime, si videro costretti ad un brusco voltafaccia.

Le donne naziste si accorsero, in ritardo, che, per poter eliminare l' "inquinamento" razziale, occorreva che le donne "idonee" generassero molti figli, denunciassero i vicini "sospetti", boicottassero i negozi ebrei, facessero partecipare i loro figli alle attività della Gioventù Hitleriana e "ripulissero" la società civile dalle idee "non germaniche". La maggiore attenzione da parte dei dirigenti nazisti fece sì che una nuova generazione di donne giovani e docili prendesse il posto delle naziste che avevano dato un contributo rilevante alle lotte della prima ora. Il regime nazista introdusse una segregazione sociale e legale fondata su due presunte categorie biologiche: sesso e razza.
Da ciò scaturirono conseguenze impreviste, perchè questa doppia segregazione aumentò la possibilità di carriera delle donne non ebree, che poterono svolgere funzioni di medici, amministratrici, insegnanti, assistenti sociali e persino avvocati, i cui servizi erano necessari per gestire una sfera femminile separata. Così, mentre i proclami ufficiali bandivano le donne dalle professioni, le carenze negli organici de facto ne richiedevano l'impiego. Proliferavano i nuovi uffici statali per le particolari necessità delle donne: economia domestica, educazione, assistenza sanitaria per madri e figli, pubbliche relazioni e mezzi di comunicazione di massa. Del resto, anche all'interno della burocrazia civile, nell'Arbeitsfront (Fronte del Lavoro), nel Ministero dell'Agricoltura, nella Gioventù Hitleriana e nel Ministero per l'Educazione, si crearono sezioni particolari allo scopo di mobilitare le donne.

A livello nazionale e locale gli uffici e le organizzazioni femminili proliferarono anche all'interno dello stesso Partito Nazista: programmi radiofonici, corsi di preparazione alla maternità, incontri, festival folcloristici e cerimonie si rivolgevano direttamente ad un pubblico femminile. L'improvvisa attenzione pubblica per le donne non significò, tuttavia, la fine della misoginia da parte dei nazisti maschi: gli insulti dei compagni di partito costituivano parte integrante della vita delle donne naziste. Ma, per quanto umiliate dal disprezzo maschile, potevano pur sempre andare orgogliose della loro superiorità nei confronti degli Ebrei, dei Tedeschi geneticamente "inferiori", degli Slavi e degli zingari di ambo i sessi. Nelle donne naziste l'arroganza razziale andava di pari passo con la sottomissione sessuale; talvolta, leggendo lettere ed appunti delle donne conservati negli archivi, si può presumere che la loro arroganza razziale crescesse proporzionalmente alla coscienza che il sesso femminile era considerato di seconda categoria.
Le donne vivevano una contraddizione lacerante: da una parte, la presunzione della "razza dei dominatori", dall'altra, l'umiltà del sesso "subordinato". La stessa biologia che le condannava ad una posizione di inferiorità rispetto agli uomini "ariani", le collocava, però, al di sopra di tutte le persone "razzialmente inferiori". Le associazioni femminili approvarono la politica antisemita ed altre disposizioni naziste nella speranza di poter mantenere un certo livello di autonomia. Quando Hitler cominciò a programmare apertamente la guerra ebbe inizio una terza fase, che provocò un'altra serie di contraddizioni.

In teoria, la necessità di incrementare il tasso di natalità per giustificare la
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Leni Riefensthal, grande regista
che filmò i trionfi di Hitler
rivendicazione di altri territori avrebbe dovuto produrre un'intensificazione degli incentivi alla procreazione per donne "razzialmente idonee" disposte a lasciare il mercato del lavoro ed a dedicare tutte le loro energie alla famiglia. Le manovre espansionistiche volte ad acquisire questo Lebensraum (spazio vitale) significarono, però, la guerra, per cui alle donne fu chiesto, non solo di generare molti figli, ma anche di entrare nell'esercito dei salariati. Inoltre Hitler si oppose con fermezza sia ad ogni "coscrizione" lavorativa che ad aumenti salariali per le donne, cosicché i tentativi dei suoi strateghi del mercato del lavoro di reclutare donne erano condannati al fallimento.
Fonte di gravi frustrazioni per i dirigenti nazisti era il confronto tra la mobilitazione civile in Germania durante la prima guerra mondiale e nei paesi alleati durante il secondo conflitto mondiale da una parte e nel Terzo Reich dall'altra: entrambe le realtà citate erano riuscite ad avvicinare al mondo del lavoro molte più donne. Esse, come chiunque altro poterono agire da carnefici in determinate circostanze pur essendo vittime in altri contesti. Può darsi che, appartenendo ad un sesso "inferiore", abbiano avuto meno possibilità di partecipare al genocidio degli Ebrei e dei "non ariani"; ma è anche vero che, in quanto membri della razza "superiore", ebbero molteplici occasioni per mettere in pratica la dottrina della razza nelle loro associazioni, nei luoghi di lavoro e con i vicini di casa.

La famiglia, che avrebbe potuto essere un bastione di resistenza antinazista, diventò spesso il cancello attraverso il quale uno stato potente ed una burocrazia assistenziale irruppero nella vita privata. Da un punto di vista strutturale le donne, nella Germania nazista, erano più legate alla sfera privata che a quella pubblica, ma era precisamente in questa sfera che si mettevano in pratica i pregiudizi. Le donne votarono Hitler nella stessa misura degli uomini contribuendo alla Machtergreifung o conquista del potere: nelle più importanti consultazioni elettorali svoltesi nel 1929 e nel 1933 non si verificò alcun gender gap (in statistica differenziale del 7% tra elettrici ed elettori). Per quel che riguarda la partecipazione delle donne, prima del 1930 erano effettivamente iscritte alla Nsdap solo 7625 donne (cioè il 65%).
Nel 1931 il partito contava quasi un milione di iscritti, dei quali meno di 50.000 erano donne. Con l'inizio della crisi economica i nazionalsocialisti guadagnarono rapidamente terreno anche presso l'elettorato femminile ed, in alcune circoscrizioni, il loro consenso crebbe più tra le donne che tra gli uomini. Quasi la metà degli oltre quattro milioni di Tedeschi che, alle elezioni del 1931 votarono per i nazisti, erano donne. In altre parole, in quella consultazione elettorale dettero il loro voto al partito nazionalsocialista oltre due milioni di donne, senza per questo far parte di una qualche struttura periferica, ma ufficiale del partito. Perché le donne naziste seguirono un Fuhrer che diceva loro, senza mezzi termini, che dovevano lasciare la politica agli uomini?

Perché la donna tedesca diede il suo voto ad un raggruppamento che aveva intenzione di privarla del diritto di voto? La partecipazione alla vita politica, secondo Hitler, avrebbe rovinato le donne senza, in cambio, migliorare gli uomini. Non apprezzava il suffragio femminile, ma dichiarò che, se lo si doveva mantenere, occorreva trarne il
Le donne naziste
seppero combattere
fieramente per uno
status separato,
ma su un piano
di eguaglianza
maggior vantaggio possibile. Le donne, assicurava, avrebbero sempre votato per il diritto, l'ordine ed un'uniforme. Le donne naziste seppero combattere fieramente per uno status separato, ma su un piano di eguaglianza. Talvolta scendevano in strada con gli uomini, in gonna blu, camicetta bruna col colletto bianco, foulard al collo e croce uncinata sul braccio. Cantando canti popolari o scandendo slogan nazisti, le donne marciavano dietro agli uomini, anch'esse in formazione militare.
Come i nazisti hanno usato la democrazia per dare il colpo di grazia alla Repubblica di Weimar, così le donne hanno usato le battaglie per l'emancipazione al fine di distruggere l'emancipazione stessa. Accettarono di entrare nel movimento nazionalsocialista come membri non dotati di pari diritti perché speravano di conseguire in cambio la possibilità di plasmare la propria sfera, quella femminile, senza che gli uomini interferissero. Le donne nazionalsocialiste trovarono nel partito un mondo che si riallacciava direttamente alle loro esperienze, in cui la sfera maschile e quella femminile erano nettamente distinte. Le donne del Partito Nazista hanno sempre dichiarato che la loro adesione aveva reso la loro vita più attiva, ma anche più semplice.

Il mondo era diviso in "noi" e "loro"; ma spesso questi altri erano definiti anche, dalle attiviste, direttamente Ebrei o disumani. Per generazioni il punto di riferimento della loro vita pubblica era stata la chiesa, in cui continuavano a non godere di diritti degno di questo nome, e non lo stato, che, soltanto da poco, aveva concesso loro il diritto di voto. Esse accettavano i compiti loro affidati, sempre relativi alla loro sfera ed obbedivano ai superiori maschi. Con il nazismo Hitler si presentava come il Messia e le donne erano affascinate dalla possibilità di avere una sfera autonoma nella vita pubblica, da una visione del futuro che, per quanto praticamente non realizzabile e moralmente non sostenibile, era tanto più suggestiva da un punto di vista emotivo. Dalla storica Koonz sono stati esaminati 33 componimenti di donne naziste circa il motivo della loro adesione al partito, scritti per partecipare ad un premio nel 1936 organizzato dal sociologo polacco Abel.
I contributi vertevano soprattutto su esperienze tragiche, come la perdita dei genitori, povertà, bisogno. Erano quasi tutte di estrazione borghese; cinque avevano addirittura intrapreso studi universitari. Metà erano sposate, un quarto aveva lavorato fuori casa o aveva frequentato una scuola commerciale. Tre quarti venivano dalla città e metà aveva cambiato località di residenza almeno una volta, dalla campagna alla città. Molte di loro ricordavano con entusiasmo la felicità e la fiducia in se stesse provate al sentirsi parte di una comunità che andava al di là delle solite associazioni femminili, religiose o secolari che fossero.

Spesso, parlando dei loro gruppi, li definivano "comunità di lotta" o "comunità di emergenza". Per loro il nazionalsocialismo era più di un partito. La parola "partito" evocava un quadro statico di politica di interessi, commercio al minuto e compromessi: "movimento" implicava, invece, il concetto di una costante attività. Chi si univa a loro partecipava ad una grande crociata e la partecipazione le cementava assieme contro il mondo ostile. Questo sentimento di solidarietà poteva forse nascere dalle apparizioni pubbliche del Fuhrer, ma era mantenuto in vita dall'instancabile impegno di gruppi locali e regionali che organizzavano iniziative, manifestazioni, assemblee, dimostrazioni e campagne propagandistiche.
Alle nazionalsocialiste furono affidati anche incarichi tipicamente femminili, come le serate di cucito per confezionare abiti per le famiglie dei camerati poveri nonché bandiere e bracciali per gli uomini. Durante le serate di cucito, le donne leggevano e discutevano brani tratti da Mein Kampf o dalla pubblicista del partito. Spesso le iscritte non si sentivano all'altezza, ma desideravano ardentemente acquisire una formazione ideologica. Accanto alla sottomissione ad un Fuhrer lontano e carismatico c'era la promessa di una forte comunità legata da un medesimo giuramento. Da sottolineare che le donne più povere erano anche le più fiere di poter contribuire alle casse del partito. Dietro attività poco spettacolari come inviti scritti e consegnati a mano, manifesti dipinti a mano, pasti gratuiti durante le manifestazioni di massa, si celava una fede immensa nell'importanza del "lavoro minimo".

Come le donne che preparano l'altare per una funzione, si accollavano gli incarichi più banali, ma credevano fermamente nella loro importanza, contribuendo a consolidare quell'immagine del partito come grande comunità, che era una delle più importanti
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Hitler con Eva Braun, l'amante
fedele fino alla morte
promesse dei nazisti. Senza sostegno alcuno da parte della direzione del partito molte donne lavorarono, in reciproca autonomia, alla costruzione di una "specie di movimento parallelo" che avesse un'esistenza separata da quella del partito, ma che lo appoggiasse in tutto e per tutto. Sebbene la direzione si impegnasse al massimo per inquadrare i camerati maschi in un apparato centralizzato, in ambito femminile non si ebbe mai una struttura analoga.
A livello regionale ed interregionale emergevano dirigenti femminili che avevano ciascuna il suo stile, obiettivi e tipologia di seguaci personali. Il movimento nazista fu vissuto dalle donne che vi aderirono come una crociata religiosa, come una condizione eccezionale che permetteva loro di comportarsi diversamente dal solito. Mentre affermavano di pensare soltanto al bene della comunità, potevano diventare più autonome ed influenzare l'ambiente che le circondava. Hitler delineò negli Anni Venti la sua posizione sul ruolo della donna in uno stato nazionalsocialista: "La ragazza tedesca appartiene allo stato, ma diventa cittadina soltanto col matrimonio". Ed aggiunse che il "diritto di cittadinanza" sarebbe stato conferito anche a donne non sposate e professionalmente impegnate qualora si fossero distinte per servizi eccezionali verso la patria.

In altre parole, le donne non erano, per nascita, titolari di diritti: questi erano concessi loro dagli uomini. L'unica vera vocazione della donna era il matrimonio, per giunta in un'accezione strettamente biologica, cioè quale garanzia "della conservazione e della moltiplicazione della specie e della razza e nell'allevare corpi sani". Le donne, tendendo alta innanzi a sé la "sacra fiamma della maternità" avrebbero perseguito un compito ben più ambizioso di quello degli uomini, quello di purificare la cultura del popolo. Il giorno della mamma fu spostato al 12 agosto, il compleanno della mamma del Fuhrer, e dichiarato festa nazionale. La nazista Helen Radtke scrisse: "Noi vogliamo risvegliare il popolo tedesco dal suo sonno secolare ed a ciò è chiamata anche la donna. Non voglio che i miei figli, un giorno, mi dicano: Mamma, dov'eri quando la rovina incombeva sulla Germania?".
Nel corso di questa crociata, le seguaci di Hitler scoprirono di essere "qualcuno". Per la scelta delle future spose Himmler emanò ordinanze severissime su fidanzamenti e matrimoni con rigidi canoni ed una minuziosa regolamentazione burocratica con l'allontanamento e l'espulsione dell'inadempiente. Sorse, così, l'obbligo di ottenere l'autorizzazione alle nozze previa certificazione dell'albero genealogico dei nubendi, l'immunità da tare ereditarie, l'eseguita visita medica ed i certificati di nascita, matrimonio e morte di nonni, bisnonni, "trisnonni" e "quaternonni". Ad Himmler spettava la decisione finale. Gli sposi giuravano sulla "croce uncinata" fedeltà al Fuhrer.

Le spose erano pronte ad essere subordinate al marito e disposte alla riproduzione di molti figli: pronte a divenire "madri di eroi". I nazisti dichiararono: "Il tuo corpo non appartiene a te, ma alla tua stirpe ed, in virtù della stirpe, al tuo popolo". Secondo gli antichi costumi germanici fu praticata la poligamia (Friedel Hehe), che costituiva un privilegio degli eroi di guerra superdecorati. Nel suo Mythus des 20. Jahrhunderts (Mito del XX secolo) Alfred Rosenberg si faceva paladino della poligamia ed invitava apertamente all'adulterio gli uomini senza figli. Particolari diritti venivano riservati alla "Domina", cioè alla prima moglie, cui andava il rispetto ed il riconoscimento della seconda. I nazisti le prendevano poco sul serio, le loro donne, tanto da non curarsi di controllarle e di non sorvegliare neanche le più importanti dirigenti: Elsbeth Zander e Guida Diehl (comprendendo le loro più note seguaci) degli Anni Venti e Gertrud Scholtz-Klink degli Anni Trenta.
La Zander fu la prima a farsi notare lanciando una campagna per la maternità e per Adolf Hitler, tenne comizi in tutto il paese, fondò case di riposo per SA e pubblicò la rivista "Opferdienst der deutschen Frau" (Il sacrificio della donna tedesca). Insegnante di economia domestica, non si era mai sposata. Nel 1923 fondò il Frauenordern Rotes Hakenkreuz (Ordine Femminile della Croce Uncinata Rossa), fondendo due tradizioni assai rilevanti nella vita delle donne: il cristianesimo (la croce) e l'impegno per gli altri (la croce rossa). Zander, con i suoi informi abiti da casa ed i capelli distrattamente raccolti in una crocchia, dava l'impressone di una persona oltremodo comune.

Ma, non appena si trovava davanti al suo pubblico, si trasformava: la sua voce si
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Una imponente manifestazione
nazista filmata dalla Riefensthal
faceva imponente ed il suo eloquio vivissimo. Come il suo idolo, sapeva come far salire agli occhi del suo uditorio lacrime di tristezza, di collera o di gioia. Poco colta e teatrale come il suo eroe, si lanciava in frementi tirate sulla necessità di mantenere pura la razza o contro la decadenza culturale. Sembrava quasi che Zander, durante i suoi comizi, percepisse i desideri delle sue ascoltatrici ed articolasse la loro ira segreta e le loro frustrazioni. Le doti oratorie di Zander erano davvero impareggiabili. Sapeva convertire in attività politica le ansie e le preoccupazioni delle sue ascoltatrici alle quali offriva, con l'inserimento nel movimento nazionalsocialista, uno scudo contro il mondo ostile.
Zander, accogliendo il "sesso debole" in un movimento onnicomprensivo, gli conferì il potere di lottare anche per i propri interessi. Le sue seguaci erano convinte di dover preparare il popolo perché fosse degno di essere liberato da Hitler. Inizialmente venivano derise quando, con le loro fasce rosse al braccio, le donne marciavano per le strade delle loro città: contro di loro si rivolgevano appelli come "puttane di Hitler", "oche brune" o "scrofe naziste", ma loro si paragonavano ai primi cristiani nelle catacombe e sottolinearono sempre come fosse bello sentirsi parte di una comunità autentica. Gli insulti ebbero l'unico risultato di accrescere la loro determinazione. Zander attaccava le donne "prive di femminilità", esaltando le tre classiche virtù "femminili": fede, amore e speranza.

Questa trinità di virtù figurava anche sull'emblema del Rotes Hakenkreuz e le loro iniziali erano, al contempo, quelle dei tre dèi del pantheon di Zander: Goring (Glaube, ossia fede), Ludendorff (Liebe, ossia amore) e Hitler (Hoffnung, ossia speranza). Come lui, riteneva che il suo compito fosse quello di fornire ispirazioni e non di organizzare. Mentre le seguaci di Zander erano soprattutto donne poco istruite, Guida Diehl si rivolse alle donne conservatrici e colte della borghesia protestante. Scrisse libri, si rivolse alle organizzazioni femminili già esistenti e fondò una scuola di preparazione alla maternità, il Neulandhaus (Casa della Terra Nuova). Amava fare ricorso, nei suoi scritti, ad altisonanti trinità come "verità, purezza ed amore"; "americanismo, materialismo e mammonismo"; "popolo, Dio e patria"; "luce, aria e sole"; "umanesimo, individualismo e romanticismo".
Capitava anche che i suoi appelli fossero in rima: "Con la scopa di ferro/dal cuore e dalla casa/l'essere non tedesco/ se ne vada dal paese!". Pubblicava una rivista in cui tuonava "contro l'inciviltà del ballo e della vita balneare", "contro l'infimo livello del teatro" ed altri fenomeni di malcostume che minavano, alla base, i valori tedeschi. Era convinta che, tra i sessi, ci fossero differenze volute da Dio, che riguardavano la sfera fisica, ma anche quella morale ed emotiva. Diehl, assistente sociale nubile, manifestava il suo antisemitismo in maniera aperta: per impedire il "degrado della razza", riteneva necessario risvegliare nella donna il "sano sentimento della razza" e la "voce del sangue".

Per lei bisognava ripristinare la chiarezza interiore laddove la morale era in declino e, dietro questi sbandamenti delle donne, però, si celava un pericolo ancora più sinistro: l'ebreo, che seduceva le donne con l'intellettualismo ed il piacere sessuale. Diehl attribuiva la decadenza morale e politica della Germania ad un complotto ebreo mondiale, organizzato dai dirigenti ebrei. Subito dopo di loro, troviamo, nell'elenco dei nemici del popolo stilato da Diehl, la "donna moderna" (ritenuta la quintessenza dell'individualismo e dell'egoismo) e l'uomo effeminato, a suo avviso entrambi prodotti dell'americanizzazione. A suo parere, l'appartenenza ad un'organizzazione maschile sarebbe stata in contraddizione con il suo principio della differenza sessuale, in quanto propendeva per una sfera femminile separata, ma simpatizzò con il nazionalsocialismo ed era devota di Hitler.
Se fosse dipeso da Diehl, le donne avrebbero rinunciato ad accedere ai settori che la tradizione voleva riservati agli uomini. La sua seguace Elisabeth Polster si dedicò ad una campagna per la lotta ai licenziosi costumi sessuali che si andavano diffondendo nella classe operaia. Fermamente convinta che da rapporti sessuali eugenicamente dubbi scaturisse una prole moralmente inferiore, promosse una campagna per il rinnovamento morale. Poiché aveva una mentalità molto pratica, si impegnò per il miglioramento delle condizioni abitative, in cui vedeva una delle radici dell'incesto. Pur non disponendo dei mezzi per procurare alla gente case più spaziose, organizzò una raccolta di letti, affinché i bambini non dovessero dormire con i fratelli o con i congiunti adulti.

Altra grande oratrice e sostenitrice nazista fu Irene Seydel, convinta sostenitrice che le donne dovevano
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La signora Goebbels, first lady
del regime, con il marito
tenere in vita le tradizioni comunitarie del popolo. Accanto alle due "vecchie combattenti" Diehl e Zander si misero in evidenza anche forze nuove, come l'antropologa Pia Sophie Rogge-Borner, convinta che fosse soprattutto l'appartenenza razziale a determinare il carattere di una persona, e la giovanissima Lydia Gottschewski, attivista ed oratrice instancabile nell'incitare tutte le donne alla coesione per la lotta contro la decadenza sociale. Accanto al motivo predominante della brutalità maschile esisteva anche un aspetto sociale della tirannia, creato proprio dalle dirigenti e dalle loro seguaci con il loro instancabile impegno in campo educativo, ricreativo e sociale.
Mentre gli uomini marciavano, le donne naziste eseguivano i loro rammendi. Va sottolineato che l'indipendenza femminile all'interno del partito fu il risultato di un'evoluzione imprevista: mentre i quadri maschili del partito erano soggetti ad un controllo rigoroso per evitare che si allontanassero dalla linea ufficiale, le donne poterono, di fatto, costituirsi in "submovimento" indipendente. Diehl e Zander, Gottschewski e Rogge-Borner esercitarono la loro influenza su vasta scala, anche vincendo dure opposizioni e critiche; in tutte le fortezze naziste ci furono, però, dirigenti femminili locali che organizzarono i loro piccoli gruppi. Senza direttive o indicazioni unitarie da parte della direzione della Nsdap, le donne mobilitarono amiche e vicine per la causa del nazionalsocialismo.

Senza godere di uno status definito all'interno del partito e senza dover rispondere per via gerarchica al Braunes Haus di Monaco, i gruppi femminili dettero vita a molteplici iniziative. Le loro dirigenti potevano, senza dubbio, plasmare il loro campo d'azione in modo molto più autonomo dei colleghi maschi, a seconda della loro personalità e delle condizioni locali. Le donne naziste si crearono una nicchia ai margini delle attività del partito e della rispettabilità borghese. Su molti problemi fondamentali non erano unanimi, ma avevano in comune l'orgoglio di essere donne, la soddisfazione di impegnarsi attivamente per la propria causa e la certezza che il carattere umano fosse determinato biologicamente.
Mentre esaltavano la loro specificità femminile, queste donne erano, al contempo, sicure che la loro vita non potesse più limitarsi al focolare domestico. Le donne desideravano avere accesso all'ideologia del nazionalsocialismo e, quando si accorsero di avere difficoltà a comprendere Mein Kampf di Hitler o Il mito del XX secolo di Rosenberg, lo attribuirono alla loro mancanza di intelligenza e chiesero aiuto e guida, evidenziando quanto fosse misogina l'immagine che queste donne avevano di sé. Le donne sostenevano che gli uomini avevano accesso a posizioni direttive perché qualificati dalla loro conoscenza dell'ideologia nazionalsocialista. Credevano che una migliore istruzione avrebbe rafforzato e consolidato il loro status quale settore indipendente dl partito degli uomini.

Quando si profilò il trionfale successo elettorale dei nazisti, le donne più in vista di quasi tutti i partiti intrapresero un ultimo, disperato tentativo di voltare pagina, movendo violenti attacchi al nazionalsocialismo ed alle sue posizioni sulla questione femminile, ma nessuna di costoro fu in grado di elaborare una strategia capace di opporsi al profondo
Nell'estate del 1932
fu fondata
la prima rivista
femminile nazista
a diffusione nazionale, la NSFrauenwarte
fascino emotivo che scaturiva dalla persona di Hitler e dal "movimento di liberazione della donna" nazionalsocialista, consistente nell'eliminare gli Ebrei dalla vita pubblica e di restituire alle donne i loro compiti "naturali". Efficace in tal senso la storica Koonz: "Queste donne che si esaltavano come amministratrici di un potere invisibile (autonomia materna) possono anche sembrarci ingenue, ma, in quella situazione di completa impotenza, tutti si erano fatti un'idea del mondo in cui dovunque erano all'opera misteriosi poteri".
Nell'estate del 1932 fu fondata la prima rivista femminile nazista a diffusione nazionale, la NSFrauenwarte (Vedetta nazista). Nel 1933 il partito ufficializzò il fermo proposito di tenere le donne lontane dalla politica, non potendo fare parte delle liste elettorali. Dopo la vittoria del gennaio 1933 le dirigenti nazionalsocialiste contavano di trovarsi le spalle coperte da un regime forte, anche se le strutture amministrative erano in preda al caos. In realtà, nel 1933 fu messa la parola fine all'autonomia delle donne all'interno della Nsdap e fu riscritta la storia delle seguaci del movimento. La stampa diffondeva slogan come "Acchiappa pentola, pala e scopa, troverai prima marito" e "Non puoi essere felice lavorando, il tuo vero mondo è la casa".

I manifesti annunciavano: "La donna tedesca ha ricominciato a fare la calza". Per un breve periodo la moglie del Ministro per la Propaganda Magda Goebbels svolse le funzioni di portavoce del partito. Ella annunciò che nel nuovo stato le donne avrebbero avuto accesso a tutte le professioni, con l'eccezione di quelle militari, giurisdizionali e di governo. Sicuramente le donne furono tranquillizzate da questa affermazione, che fu pronunciata da una donna che non aveva mai mostrato il benché minimo interesse per la questione femminile, a cui fu affidato l'incarico perché i nazisti non avevano la minima idea di come organizzare l'esaltato mondo femminile. I dirigenti del partito, che ritenevano le donne esseri diversi ed inferiori da un punto di vista sia biologico che psicologico, non avevano la minima intenzione di affidare alle vecchie dirigenti e fedeli nazionalsocialiste la guida di metà della popolazione.
Senza saperlo, le dirigenti della prima ora si preclusero qualsiasi incarico di responsabilità nello stato nazista per il solo fatto di avere dimostrato le loro capacità. Mentre Hitler ed i suoi ministri dibattevano i problemi di politica estera, sociale ed economica, un gruppo di docenti universitarie nazionalsocialiste elaborò un proprio programma di politica femminile e lo pubblicò con il titolo "Le donne tedesche ad Adolf Hitler". In esso si prendevano sul serio gli slogan razzisti del Fuhrer, applicandoli ai rapporti uomo-donna. Se la società doveva essere ristrutturata secondo direttive razziali e le donne dovevano contribuirvi con il loro mondo femminile, era indispensabile che avessero accesso all'istruzione e godessero di riconoscimenti sociali e professionali.

Le autrici erano convinte che il nuovo regime avrebbe accolto con somma gratitudine le loro indicazioni basate sul pregiudizio biologico, ma nessuna di loro, nonostante le due edizioni del testo, ottenne una qualche carica. Il 10 maggio 1933 fu annunciata la costituzione del Frauenfront (Fronte delle Donne), affidando l'incarico di sottoporre a Gleichschaltung (soprattutto l'espulsione dei membri ebrei) le 230 organizzazioni femminili borghesi e religiose esistenti in Germania alla Gottschewski, pena lo scioglimento. Il 5,4 % delle donne medico (ossia 2500), che una volta erano le più accese paladine del diritto di autodeterminazione della donna, si piegarono alla volontà dei nazisti. Organizzazioni femminili che avevano tacciato i nazisti di essere "feccia" e "plebaglia" si adeguarono, senza colpo ferire, alla nuova situazione.
La loro capitolazione non nacque soltanto dalla rassegnazione, perché le organizzazioni femministe borghesi nutrivano un ideale di maternità che non era incompatibile con quello di Hitler e dei suoi seguaci. Il nazionalismo delle loro iscritte faceva sì che si guardasse con interesse ad una dittatura che prometteva il ripristino dell'ordine e della legalità ed il risveglio di un nuovo patriottismo. Malgrado la loro avversione per lo stile politico di Hitler, ne approvavano l'atteggiamento nazionalista, anti-democratico ed anticomunista. Certo, queste donne protestavano energicamente quando erano colpiti i loro interessi professionali, ma pensavano che istruzione e prestigio sociale le mettessero al riparo dalla stato di polizia. Ed avevano ragione. Gli attacchi alle donne che avevano cariche direttive cessarono ed alle dirigenti collaborazioniste delle organizzazioni femminili pre-naziste furono risparmiate perquisizioni, arresti ed interrogatori. Anziché costituire un argine contro l'incorporazione delle donne da parte del regime nazista, i movimenti femminili borghesi ne furono essi stessi il vettore.

Con l'instaurarsi del regime nazionalsocialista le donne furono automaticamente
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Nazismo agli esordi: nel gruppouna sola donna. Ma in futuro.
escluse dalle posizioni di potere, ma esse protestarono con veemenza. La determinazione con cui le dirigenti femminili difesero i loro posti di lavoro e le loro organizzazioni dimostra che queste donne erano davvero agguerrite. Se nel loro intimo avessero davvero avversato l'idea di espellere dalle loro organizzazioni le socie ebree, vi si sarebbero opposte. Invece, quando ricevettero l'ordine di "ripulire", dapprima la direzione e poi la base delle loro organizzazioni, non si levò protesta alcuna, neppure un lieve mormorio. Le dirigenti del movimento femminile borghese, che avrebbero potuto offrire scampo alle donne non collaborazioniste o addirittura impegnarsi nella resistenza, non furono messe in ginocchio dai nazisti: collaborarono di loro spontanea volontà. Anziché sfruttare la propria influenza per consolidare l'opposizione, si misero al servizio dei nuovi signori del paese.
Capitolarono, una dopo l'altra. La resistenza, se ed ove si verificò, si sviluppò grazie a singole persone e non certo alle organizzazioni. Il partito si trovò di fronte il dilemma di scegliere la dirigente delle donne. Per poter esercitare sulle donne tedesche un controllo globale occorrevano giovani donne ambiziose e dotate di carisma: in altre parole, di donne che associassero i tratti della "donna moderna" ai valori delle loro nonne. Le principali candidate furono la Gottschewski e Paula Siber, che gestiva la Reichsarbereitsgemeinschaft fur Frauenangelegenheiten. Quest'ultima, sposata, aveva dato prova di essere organizzatrice capace ed oratrice convincente, soprattutto nell'invitare le sue seguaci a considerare gli Ebrei esseri disumani. Mentre l'ideale della prima era quello di un organo autonomo di lotta femminile, per la seconda il primo compito della donna era quello di "completare".

Le "vecchie combattenti", non sentendosi ricompensate per l'appoggio da loro fornito ad Hitler, che reclutava nuovi quadri nel ceto medio, si videro, d'un tratto, sostituite da nuove dirigenti dotate di tanto spirito comunitario, ma di nessuna nozione ideologica, che mobilitavano nuove seguaci soltanto per fini pratici. La Gottschewski scomparve dalla scena politica, mentre la Siber dovette scontarsi con Gottfried Krummacher, un fedele quadro del partito la cui non esperienza di organizzazioni femminili gli valse come una patina di imparzialità. Egli esortava le donne a mettere da parte la loro rivalità avendo i doveri supremi di obbedienza e disponibilità al sacrificio, dissipando ogni speranza di parità di diritti. Per lui le donne che lavoravano per lo stato nazista dovevano costituire una specie di "terzo sesso", a metà tra gli uomini e le madri, un corpo di ausiliarie para-monacali che si sarebbero dedicate con tutte le loro forze alla realizzazione dei suoi ordini.
Le donne tedesche, che pure avevano rivendicato una superiorità morale, tradussero questa rivendicazione nell'infedeltà ai loro stessi principi etici. Le donne nazionalsocialiste non erano affatto contente del loro nuovo dirigente, di cui deploravano anche l'atteggiamento bigotto e, verso al fine del 1933, la direzione nazista si rimise in cerca di una donna adatta all'ufficio direttivo. Avrebbe dovuto propagandare il ritiro delle donne dalle professioni ben pagate (rispedire le donne al focolare domestico serviva a combattere il marxismo, che costituiva una minaccia per la famiglia), condurre una campagna per l'incremento del tasso di natalità tra la popolazione "razzialmente preziosa" ed indurre le donne a prestare servizi non retribuiti. Era un compito difficilissimo, che richiedeva capacità comunicative e direttive quasi magiche.

Questo ruolo fu assunto da Gertrud Scholtz-Klink, responsabile del
"La signora Klink
governa la vita
delle donne tedesche
in tutte le sue
manifestazioni..."
Frauenministerium (Ministero delle Donne) del Terzo Reich, la donna più potente della Germania nazista, sempre in abbigliamento fresco e sportivo, sottolineato da semplici tailleur con camicetta e cravatta, capelli legati ed ordinatamente raccolti sotto un cappellino con tesa. Alla sua carriera giovò anche il suo aspetto esteriore: giovane, bionda, graziosa, di gran lunga il personaggio "più ariano" tra i più stretti collaboratori di Hitler, incarnandone il perfetto completamento femminile. Non indossò mai un'uniforme, ma era come se lo facesse. Non raggiunse la sua posizione attirando l'attenzione del Fuhrer, ma coltivando i suoi legami con i burocrati nazisti più influenti in materia di politica sociale.
Malgrado partecipasse solo di rado alle riunioni del più stretto entourage di Hitler, salì spesso sul podio con lui ed i suoi più importanti collaboratori; ma, soprattutto amministrò il suo Frauenwerk, che comprendeva quasi un milione di donne, parlò in pubblico di tutto ciò che riguardava la "sua" sfera femminile e prese parte a centinaia di raduni, conferenze ed incontri per donne. A partire dal 1934 ebbe una vettura privata con autista, fu invitata ai più importanti eventi culturali e godette di grande prestigio. Durante la guerra a lei ed al marito fu assegnata una tenuta nella Polonia occupata. Scriveva di lei Peter Engelmann: "La signora Klink governa la vita delle donne tedesche in tutte le sue manifestazioni. Dice loro quanti figli mettere al mondo e quando; dice loro come vestirsi e cosa preparare da mangiare. Dice loro cosa mormorare, col sorriso sulle labbra, quando salutano mariti e figli in partenza per la guerra; dice loro di sorridere anche quando saranno caduti. Considerava le donne responsabili del clima che regna nelle case e garanti della moralità della nazione".

In una intervista fattale nel 1981 dalla storica Koonz la signora Klink così si esprimeva: "Hitler si limitava a farci capire ciò che voleva: stava poi a noi tradurlo in politica. Il nostro compito, che abbiamo svolto egregiamente, era quello di infondere gli ideali nazionalsocialisti nella vita di tutte le donne, fin nei villaggi più sperduti. Le nostre dirigenti locali riunivano le donne in piccoli gruppi, una o anche due volte al mese, per informarle sui nostri obiettivi e dare loro l'opportunità di incontrarsi senza gli uomini. Quante volte le donne sono venute a dirci, con gli occhi lucidi: "Nessuno ci ha mai parlato così, se non forse in chiesa". Non erano mai state neppure tanto vicine agli interessi dello stato: noi volevamo integrare tutte le donne nella comunità nazionale e non abbiamo perso tempio per dire agli uomini cosa dovessero fare perché sono sempre stati e sono disinteressati del nostro lavoro".
La Fuhrerin (femminile di Fuhrer) si riteneva maestra nell'arte del possibile: cambiare la natura maschile non era in suo potere. Poiché gli uomini non rinunciavano al loro modo di essere, le donne dovevano adattarsi. "Anche se la nostra unica arma dovesse essere un mestolo di legno, questo mestolo dovrà diventare potente come le altre armi. Una battaglia può iniziare anche in cucina e nella camera dei bimbi". Oltre un milione di donne erano abbonate alla sua rivista, che si rivolgeva espressamente alle naziste fedeli. Secondo Scholtz-Klink alle donne non si addiceva un indottrinamento fanatico; le organizzò, quindi, molto pragmaticamente, dando sempre il massimo rilievo al compito concreto e lasciando l'ideologia sullo sfondo. Realizzò migliaia di corsi, progetti, imprese, conferenze e trasmissioni radiofoniche, tutti con un contenuto pratico.

Avviò programmi che "rinfrescavano" la concezione tradizionale del ruolo della donna, "professionalizzavano" i suoi doveri convenzionali e le portavano a riunirsi per scambiarsi le loro esperienze. Una donna che si era votata all'ideologia hitleriana ed aveva delegato ogni responsabilità personale ad un sistema ermeticamente sigillato, che non lasciava spazio a dubbio alcuno. Non aveva mai oltrepassato i limiti. Si era sempre attenuta alla legge. Riuscì così bene ad adattarsi ed a realizzare cambiamenti di direzione perché non perseguiva obiettivi propri. All'opinione pubblica ella mostrava l'immagine di una donna che si teneva mestamente sullo sfondo. Incarnava l'ideale di un'abilità arrendevole e femminile; era abbastanza docile nei confronti dei propri superiori maschi e pretendeva obbedienza assoluta dalle donne a lei sottoposte.
Per sua ammissione, non aveva mai riflettuto sulle remote conseguenze delle sue azioni. Aveva eseguito gli ordini emanati dall'alto. Il riarmo impose il ritorno in massa delle donne all'attività lavorativa, facendo crollare il santuario inviolabile di casa e famiglia. Le casalinghe e le madri, che avevano aderito al movimento per la restaurazione del loro ruolo domestico, si sentirono tradite quando il regime nazista minacciò di realizzare una modernizzazione peggiore di quella della "donna moderna" dei tempi di Weimar. La Klink dovette mostrare, allora, un'immagine di donna che includeva anche il lavoro in ufficio o in fabbrica e, se la guerra lo rendeva necessario, anche il servizio militare. Si trovò di fronte ad un grande dilemma: incrementare l'autostima delle donne del Reich in quanto madri, anche se, al contempo, si toglieva loro ogni responsabilità pubblica ed ogni influenza all'interno della famiglia. Con la guerra, la direzione del partito propagandava l'immagine ideale di una donna attivo-passiva: avrebbe dovuto intraprendere "attivamente" la "lotta razziale" e sottomettersi "passivamente" all'uomo nella "lotta tra i sessi".

La madre devota si vedeva adesso chiamata ad affidare i figli alle cure altrui e lavorare
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Raffigurazione antinazista
della croce uncinata
dodici ore in fabbrica. Lo stato cominciò a lodare la donna che portava a casa uno stipendio e che, per amore della patria, affrontava il doppio impegno della maternità e dell'attività lavorativa: le donne patriottiche decorate con la Croce della Maternità trascorrevano lavorando in fabbrica la festa della mamma. Era ormai evidente che la Klink aveva perseguito lo scopo di far uscire le donne dalle loro case e renderle disponibili a qualsiasi priorità stabilita dal regime nazista nella sfera pubblica. Finchè questo passo "pubblico" avveniva in nome della maternità la strategia funzionò, ma, quando ebbe inizio la mobilitazione ed il passaggio all'economia di guerra, le donne si disincantarono del tutto.
La Fuhrerin, relativa come sempre, seppe adeguarsi alla nuova situazione: propagandò le nuove priorità imposte dal contesto bellico ed invitò le donne ad acquisire qualifiche tecniche ed a lavorare in settori strategicamente importanti, anche se, soltanto pochi anni prima, aveva promesso alle "sue" donne che non sarebbero state mai costrette a sporcarsi le mani con il lavoro retribuito. Il suo nome non emerge quasi mai negli archivi militari tedeschi, a riprova del fatto che, in tempo di guerra, l'influenza socio-politica delle donne fu pressoché nulla. Non si definì mai colpevole di qualcosa ai sensi del codice penale, né riteneva di aver violato la convenzione di Ginevra (era stata catturata a Spandau alla caduta del Terzo Reich con un gruppetto di fedelissime. Era riuscita a fuggire dal campo di prigionia ed aveva raggiunto in incognito le terre di una vecchia amica, al principessa Pauline zu Wied, che aveva alloggiato lei e la famiglia in un castello nella Foresta Nera.

La Klink ed il marito avevano lavorato nella panetteria di un paese vicino finché nel 1948 un contadino della zona li aveva denunciati alla polizia. Fu processata per aver assunto, dal 1945 al 1947, un'identità falsa. Nel 1949 le autorità d'occupazione l'avevano dichiarata denazificata. In seguito, condusse una vita tranquilla e ritirata, cercando di dimenticare il passato ed adeguarsi alle nuove circostanze. In qualità di ex ministro, le era stata addirittura corrisposta una pensione da funzionario statale). "Non penserà mica che credere nei miei ideali sia stato un crimine?". Per tutta la sua vita, la Fuhrerin delle donne del Reich si era rigidamente attenuta ai dettami dell'angelo. Per quanto riguarda le atrocità commesse dai nazisti nei riguardi degli Ebrei, così si espresse: "Non so come spiegarmi. Erano tanti.Turbavano il mio senso estetico".
Alcuni alti funzionari del partito potevano persino contare sull'attiva collaborazione delle mogli. La moglie di Hans Frank, governatore generale della Polonia occupata, lo aiutò accumulandogli un discreto patrimonio: mentre Frank segregava la gente nei ghetti o la faceva morire di fame, sua moglie si arricchiva barattando esigue quantità di generi alimentari con pellicce, mobilia ed opere d'arte. Pare che Emma Goring abbia contribuito agli "affari" del marito con gli Ebrei, dai quali "acquistò" preziose collezioni d'arte a prezzi scandalosi. Ci fu una consorte che agì anche per convinzione: Gerda Bormann, con il suo fervido antisemitismo e la sua devozione alla carriera del marito. Alle mogli dei nazisti, in massima parte, non interessavano affatto il lavoro dei mariti e la dottrina nazionalsocialista.

Oltre la Bormann, le donne ebbero ben poco a che fare con le carriere dei loro mariti e gli scarsi dati sulle conversazioni di Hitler con le donne, durante pranzi ufficiali o in occasioni analoghe, indicano un atteggiamento decisamente superficiale. Le dirigenti avevano tentato di avviare una politica femminile prima del 1939; le consorti dei nazisti
Le consorti dei nazisti
rimasero sempre
lontane dalla sfera
pubblica, anche quella
"femminile"
della NS-Frauenschaft
rimasero, invece, sempre lontane dalla sfera pubblica, anche quella "femminile" della NS-Frauenschaft. Le 240.000 donne che affiancarono le SS vissero nelle zone operative dei mariti, negli insediamenti appositamente creati all'interno dei lager o nelle immediate vicinanze, nelle ville dei comandanti dei ghetti, nelle case requisite nei territori occupati. Le mogli così vennero direttamente a conoscere il sistema di persecuzione e di sterminio praticato dai mariti, ebbero al loro servizio prigionieri dei lager, derubavano anch'esse la popolazione ebraica dei territori occupati, arredavano le loro case con oggetti appartenenti agli ex proprietari ebrei e si vestirono a loro spese.
Mogli delle SS ed ausiliarie prestarono servizio nei campi di concentramento, sorvegliarono le Zwangsarbeiterinnen (addette ai lavori forzati) dei territori occupati e lavorarono negli uffici che coordinavano le deportazioni ed i massacri. Quasi tutti i campi di concentramento avevano un settore femminile controllato da una piccola brigata di sorveglianti donne in stivali ed uniforme. Irma Grese, ad Auschwitz, terrorizzava le sue vittime con i suoi sadici "giochi sessuali". Diventare sorvegliante significava allontanarsi tanto dall'immagine femminile tradizionale che possiamo ipotizzare, per le poche donne che prestavano servizio nei campi di concentramento, quanto una disumanizzazione maggiore dei loro colleghi maschi. Ma compito principale delle donne fu quello di dare sostegno morale ai mariti, di assicurare, all'interno della famiglia, nelle case, una vita normale in modo che essi potessero essere, al tempo stesso, assassini e benevoli padri di famiglia.

Ai più alti livelli, gli uomini coinvolti nello sterminio rimossero le loro azioni facendo ricorso all'idillio della pace familiare. L'appoggio psicologico delle mogli non doveva mai mancare, né tanto meno i conforti di una vita sociale con inviti a pranzo, balli e serate a cinema o a teatro. L'educazione dei figli, i lavori di giardinaggio ed altri pacifici svaghi dovevano servire a far dimenticare la terribile quotidiana routine di massacratori. Essenziale, per loro, definiti "uomini comuni" da Christopher Browning, era la capacità di segmentare la propria vita: una capacità di sdoppiamento, o di "compartimentazione" (come l' ha definita Gitta Sereny), ossia la sfera domestica separata e presidiata da mogli, famiglie ed amanti che costituiva, per gli uomini, una tregua importante e permetteva loro di sentirsi umani anche se commettevano atti orribilmente disumani.
Quando tornava in famiglia, un comandante entrava nella casa delle bambole, dove sfuggire alle atrocità commesse. Egli scindeva la sua identità pubblica dai sentimenti che provava per la sua famiglia. Spesso invitavano le mogli ed amanti ad assistere alle "azioni" (Aktionem). Le donne naziste non furono per i mariti una luce che dava nuovo vigore al loro impegno per la causa, ma una specie di zona di cuscinetto tra loro stessi ed il loro lavoro. Ben lungi dal partecipare alle loro preoccupazioni quotidiane, coltivavano, invece, la propria ignoranza per facilitare la fuga dei mariti. Rimanendo al loro "posto naturale", queste donne tennero il mondo della famiglia separato dal mondo maschile di brutalità, violenza corruzione e potere. Come molti aspetti dell'ideologia nazista, anche questo concetto di femminilità comportava l'estremizzazione di un ideale tradizionale. Queste donne misero a disposizione di uomini quotidianamente alle prese con l'omicidio un luogo sicuro nel quale le loro azioni "di fuori" non entravano.

Sebbene lo stato nazista avesse cercato in molti modi di infiltrarsi in questo focolare domestico, la famiglia rappresentò sempre per gli uomini incaricati di arrestare, deportare ed uccidere i nemici del popolo un rifugio sicuro dagli orrori e dalle atrocità della vita pubblica. Non certo le singole mogli, ma soltanto un complesso sistema di ruoli sessuali è in grado di spiegare come un brutale assassino potesse scrivere ogni giorno alla sua "mammina" (la moglie) e descriverle sia i suoi compiti di routine che il delizioso sapore delle fragole fresche che aveva mangiato a pranzo. La donna nazista non si considerò mai soltanto una custode del focolare domestico o una fedele servitrice dell'uomo. Le naziste propugnavano un'idea di maternità che comprendeva anche l'impegno sociale e patriottico ed il lavoro nelle organizzazioni femminili. Arrivò lo stato forte, tanto auspicato, che doveva difendere il loro spazio vitale, ma non avevano previsto che proprio quest'ultimo confiscò il loro mondo stravolgendo i loro obiettivi.
BIBLIOGRAFIA
  • Donne del Terzo Reich, di Claudia Koonz - Giunti, Milano 1996.
  • Una donna al suo fianco, di Schwarz Gudrun - Il Saggiatore, Firenze 2000.
  • Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia, di Christopher R. Browning - Einaudi, Torino 2004.
  • In lotta con la verità. La vita e i segreti di Albert Speer, amico e architetto di Hitler, di Gitta Sereny - Rizzoli, Milano 1998.
  • Conversazioni di Hitler a tavola, di Henry Picker - Longanesi & Co., Milano 1970.