Ho un paio di sensazioni dalle quali non riesco a liberarmi. Non solo: per qualche verso mi perseguitano, ripresentandosi di tanto in tanto e creando un effetto sinergico che, da solo, mi crea più fastidi di quanto non accada per le prime.
Queste le sensazioni.
Innanzitutto: la grandezza morale e politica - e poi, anche economica (ma questa è meno scontata) - degli Stati Uniti d’America; quella della Germania; della Confederazione Elvetica, dell’India e di tutti quegli Stati che si presentano al mondo come un blocco unico e indivisibile, pur essendo formati dall’unione di Stati diversi; la loro grandezza, dicevo, mi pare sia dovuta principalmente al considerare lo stare e l’operare insieme come un dato indiscutibile, assolutamente scontato, fondato su di un valore comune costituito dalla tutela degli “interessi della entità superiore” e dalla soddisfazione dei “bisogni della stessa entità”.
A seguire: il crollo - come si usa dire - dell’Unione Sovietica, sostanzialmente l’esplosione della galassia in un numero non indifferente di Stati e staterelli, non di rado in conflitto tra di loro e con la “casa madre”, sembra avere una ragione nella constatazione che quella unità chiamata Unione era tenuta insieme non dal comune convincimento ma da qualche forma di coazione, esercitata non nell’interesse della “entità superiore e comune”, ma, probabilmente, esclusivamente o prevalentemente in quello dello “Stato dominante”.
E questo l’effetto sinergico.
In fondo, la violenza che il più delle volte è alla radice di unioni che oggi si rivelano corrette e forti dimostra come la guerra - ed ogni altra eventuale forma di coazione - possa avere una sua giustificazione allorché si voglia affermare un Valore che, pur essendo eticamente corretto, giuridicamente giusto, umanamente generale e condivisibile, si veda opposti interessi particolari, privati, individuali. Ma dimostra anche - quella originaria violenza - che ogni forma di coazione null’altro è (meglio: dovrebbe essere) se non uno strumento per fabbricare il consenso.
Un mezzo odioso quanto si voglia, ma un mezzo che, se usato correttamente, può consentire lo svolgersi di quelle attività di formazione e di convincimento che, a loro volta, potranno portare ad una unità di intenti e ad una vincente unità di azioni.
Capisco perfettamente la pericolosità di questo ragionamento. Ed è per questo che ne sono infastidito e preoccupato. E vorrei che non mi si ripresentasse ciclicamente, a livelli diversi e per questioni di importanza talvolta discutibile.
Ma tant’è.
Un mostro chiamato Unità
E’ di ieri la proposta del Presidente del Consiglio italiano di dar vita ad un partito unico, dalla cui attività dovrebbe scaturire la vittoria alle politiche dell’anno prossimo. E subito i distinguo, i se ed i ma. Dialettica democratica, si dice. E sarà anche vero. Il fatto è che mi pare non vi sia accordo sull’obiettivo finale dell’operazione. La quale non può e non deve, a mio parere, essere condotta per meglio affermare interessi di parte, bensì con l’obiettivo di meglio soddisfare i bisogni della comunità che si chiede di amministrare. Di fronte a questa “causa” - obiettivo ultimo e qualificante - gli interessi dei partiti (e degli uomini che li guidano) dovrebbero essere messi in seconda (o terza o ennesima) fila e dunque sacrificati in tutto o in parte “nel superiore interesse della Nazione”.
“Superiore interesse della Nazione” che non appare prioritario neppure dall’altra parte, allorché chi ha mangiato “pane e cicoria” sostiene di averlo fatto per il partito da lui guidato e il problema reale che impedisce l’essere uniti in un partito unico sembra essere anche, se non sopra tutto, la gerarchia dei rapporti tra i singoli partiti. E, cosa peggiore, tra i così detti leader dei partiti, tutti indistintamente - in questo, esattamente eguali alla parte opposta - salvatori della Patria.
In questi condizioni e con queste premesse, l’unione - che per qualche verso si farà, poiché l’opportunismo lo impone - ha le sembianze di un mostro, un corpo a più teste incapace di azioni realmente coordinate, perché ogni testa invia agli arti impulsi e comandi diversi e contraddittori.
I due schieramenti saranno, in questo, molto simili, con un vantaggio - credo - a favore di quello definito “di centro destra”: mentre a sinistra le teste saranno tutte piccole e di pari poteri, e dunque in conflitto anche tattico, a destra almeno una testa meno piccola delle altre sembra esistere e si può quindi immaginare che, sia pure con tutti i condizionamenti del caso, questa possa esprimere una “opinione vincente” e quindi mandare agli arti del mostruoso corpo un impulso prevalente.
Qualche capacità di fronte alla impossibilità di movimento ed all’eventuale insieme di movimenti scoordinati; un minimo di coordinamento e di coordinazione. Che non vuol dire affidabilità, ma certamente “male minore”.
E che, con qualche probabilità, giocherà un ruolo al momento delle consultazioni politiche, contribuendo, in questo deserto di argomentazioni, a dare una ragione in più a chi vorrà confermare al governo l’attuale coalizione. Gioiosa prospettiva!
Quel mostro chiamato politica
E allora, intanto, una certezza (purtroppo): lo Stato, il popolo e il suo benessere fisico e morale, la sua libertà non sono considerati “valori”, e quindi “fini ultimi”, bensì “argomentazioni di vendita” utilizzate per farsi delegare un potere diretto a raggiungere scopi diversi e comunque settoriali quando non anche assolutamente personali.
E poi un dubbio (intanto): ma di che razza di politica stiamo parlando? La risposta appare ahimè piuttosto semplice e immediata: quella di sempre. Quella che cerca disperatamente ogni e qualsiasi compromesso perché gli interessi particolari si affermino, le risorse pubbliche prendano le strade di tasche private, la ricchezza si concentri sempre di più nelle mani dei pochi che già ne dispongono.
Ed è questo che rende la politica a sua volta mostruosa, un mondo vivo nel quale possono allignare mostruose “unioni”: la completa dimenticanza delle sue radici e delle sue ragioni. Della sua causa, che è e rimane “la gestione della cosa pubblica per la soddisfazione dei bisogni pubblici”. Se da questo “fine ultimo” ci si allontana - e ci si è allontanati e non di poco e non soltanto in Italia - si perdono tutti i punti di riferimento. Oggi l’appello alle pulsioni egoistiche ed all’individualismo è più forte che mai, e la concezione dell’uomo in quanto individuo come centro e punto di riferimento esclusivo dell’universo appare vincente. In tutti i settori, politica compresa.
Ed è come se il mondo fosse ammalato di un cancro incurabile.
E come il cancro è - mi pare - una moltiplicazione inarrestabile di cellule malate; come la sua presenza è diagnosticata constatando la presenza di queste, così i sintomi della malattia del mondo (almeno del nostro mondo occidentale) paiono evidenti. Sono: il moltiplicarsi degli individualismi; la progressiva scomparsa dei valori generali; l’affermarsi della competizione a tutti i livelli e il riconoscimento della ricchezza e del potere come segni unici del successo.
Così per gli individui come per gli Stati.
Ed è tutto questo che, tra l’altro, impedisce qualsiasi forma di unione che non sia dettata da interessi particolari e individui. Impedisce all’interno del nostro Paese la creazione di strutture unitarie, perché per unirsi e fare politica insieme occorre non soltanto una visione “comune” che non c’è e, quando sembra esserci, è limitata e strumentale, ma sopra tutto un riferimento al “bene comune” che è totalmente assente, perché la nostra cultura è orientata a definire “di tutti” l’interesse “solo mio”. E si tratterebbe – si badi bene – di una unità relativa: l’unione di più partiti significherebbe solo la riduzione delle numerosissime formazioni politiche ad un numero accettabile, limitato e concretamente descrivibile di soggetti. E, probabilmente, in un’ottica di gestione della cosa pubblica, le vere differenze si baserebbero soltanto sulla priorità da assegnarsi a valori peraltro unanimemente riconosciuti e alle tecniche di gestione, vale a dire al modo di soddisfare i bisogni pubblici. L’altro lato della medaglia è costituito dalla abitudine italiana di moltiplicare i partiti politici per mantenere poltrone e incarichi, per conservarli a vita e per poterne fare moneta di scambio.
Impedisce all’Europa di diventare uno Stato unitario, perché ogni “persona chiamata Stato” ha come prioritario punto di riferimento i suoi propri interessi che, guarda caso, sono ancora costituiti da ricchezza e potere. E ritorna, qui, il ricordo degli Stati Uniti d’America, della Germania, della Confederazione Elvetica…Tutti, indistintamente, gli Stati sovrani che ne hanno permesso la nascita e ne consentono la vita avevano valori comuni ed hanno saputo sacrificare una parte degli interessi settoriali ed individuali per l’affermazione dell’Unità. Con tutte le tensioni e i ripensamenti che si vuole, con tutti i più o meno grandi conflitti che si generano tra Stati membri e Autorità centrale: scosse di assestamento che non mettono in discussione l’unità raggiunta la quale, invece, viene decisamente affermata a difesa all’intero come all’esterno. L’hanno voluta, convinti che così fosse giusto. E quando la guerra di secessione ebbe ricomposta una unità tra Stati americani ancora solo formalmente intesa, l’opera di formazione di una coscienza unitaria e di convincimento allo stare insieme si è svolta con azioni capillari e continue che proseguono tutt’oggi.
La guerra di allora era stata uno “strumento per produrre pace e unità”, e da questa “causa” se non nobilitata esce in qualche modo giustificata
Perché la “causa” è comune e condivisa.
E’ di questi giorni il voto negativo dato dalla Francia al progetto di costituzione europea. E non è detto che il “NO” non venga ripetuto da altri Stati attualmente facenti parte dell’Europa Unita (?).La Francia ha votato contro il progetto di costituzione europea. E la Francia è un Paese di grande cultura e di sicura democrazia. E’ dunque possibile che abbia ragione: così come è, la costituzione europea non garantisce alcun tipo di unione al di là di qualcosa di solamente formale. La coscienza unitaria, il valore chiamato unità non fanno parte, sembra, della cultura di più d’uno degli Stati europei.
Perché l’individualismo degli Stati è esattamente quale quello degli individui, nemico della unità e della libertà. Solo in una cosa si distingue o dovrebbe distinguersi: lo Stato individuo dovrebbe esprimere (almeno) la consapevolezza dei veri bisogni della intera comunità che lo compone, e si dovrebbe dunque porre come il superamento degli interessi dei singoli in nome di quelli di tutti.
Se così fosse, gli altri Stati avrebbero comunque un punto di riferimento preciso, costituito da interessi e bisogni comunque più generali e per questo probabilmente più simili e meglio e più facilmente armonizzabili.
Ed anche in questo l’Italia, Paese Fondatore di questa precaria Europa, pur avendo approvato la costituzione Europea (e ha fatto male, perché questa è realmente un compromesso mal costruito); l’Italia, dicevo, rischia di staccarsi definitivamente dalla coda del gruppo. Ha in sé un male che appare incurabile, ancora una volta divenuto palese al momento dei commenti al voto francese. La Lega ha esultato. Ma la Lega lavora per la divisione di un Paese, l’Italia, che a mala pena ha raggiunto una sua unità, e lo fa in nome di un Paese, la Padania, che oltre a non essere mai esistito, avrebbe quale caratteristica fondamentale il più spinto individualismo ed il peggiore degli egoismi. Per qualche verso simile, ma non altrettanto nobile, agli Stati del Sud all’epoca della Guerra di Secessione.
E allora, l’Italia dovrebbe innanzi tutto curare i mali che la affliggono e poi, con estrema decisione, mettere la sua antica cultura e le proprie capacità al servizio di una “formazione all’unità”, forse italiana prima ancora che europea.
Referenti, ancora una volta, i giovani.
Con un problema. Vero: quale ladro insegnerà a non rubare?
*Docente di marketing presso
l'Università per Stranieri di Perugia
|