EDITORIALE - STORIA OGGI
BENEDETTO XVI SOVRANO ASSOLUTO.
ASSOLUTAMENTE PRIVO DI LIBERTÀ
di PAOLO M. DI STEFANO*
Joseph Ratzinger, Cardinale di Santa Romana Chiesa, con il nome di Benedetto XVI ha assunto il governo di quella che può a buon diritto essere considerata il paradigma delle monarchie. Tra l'altro, antica di duemila anni e da duemila anni capace di mantenersi giovane e attiva e trainante.
E qui, subito, due considerazioni.
La prima: un regno che da venti secoli attraversa la storia da protagonista non può essere il frutto soltanto della attività degli uomini: ci deve essere, non può non esserci, qualche cosa di più e di diverso. Che potrebbe anche essere sintetizzata nella affermazione di Cristo che "il mio regno non è di questo mondo" e dunque, essendo fuori dal mondo, non ha neppure limiti di tempo. Un regno per il quale duemila anni non sono che l'ombra di un istante. Non solo. Si tratta di una monarchia assoluta, il che rende ancor più stupefacente la sua vitalità nel corso di tempi, questi duemila anni, appunto, che hanno visto mutare alle radici i rapporti tra lo Stato e gli individui e tra gli individui tra di loro; che hanno trasformato i legami tra il diritto e i singoli; che hanno visto traslocare la sovranità dall'Unto dal Signore al popolo; che hanno visto Dio lentamente prendere le distanze dagli imperi e dagli imperatori, quasi abbandonandoli al loro destino, certo impedendo che le loro azioni fossero ancora considerate come diretta derivazione di una investitura divina.
Duemila anni che, nel bene e nel male, hanno costruito due mondi separati: quello politico e quello religioso. E i due sono più volte entrati in conflitto, anche violento ed anche sanguinoso. A questo ed a molto altro la Chiesa è sopravvissuta, mentre Stati e Nazioni si sono formati e dissolti e di nuovo formati e ancora dissolti.

E la stessa cosa è accaduta per culture e filosofie e religioni e teorie politiche e sociali, invecchiate e rese incapaci dall'età e dal logorio di andare al passo con i tempi, di rispondere alle esigenze nuove e diverse che i tempi sono andati evidenziando. La Chiesa, invece, al di là di interessate e affrettate analisi e di interpretazioni il più delle volte strumentali, ha cavalcato i secoli e, non ostante gli errori spesso tragici compiuti dagli uomini che le danno il corpo secolare, è rimasta faro di civiltà. Dimostrando almeno una cosa: esiste qualcosa che travalica la natura e le debolezze umane, ed a questo qualcosa la Chiesa è fortemente legata, in esso affonda le proprie radici. Un qualcosa che ha nome Dio e Rivelazione.
La Chiesa di Roma è da sempre impegnata a coniugare i principi del Vangelo con la realtà quotidiana. E questo può fare perché, mentre da un lato i Valori della fede costituiscono punti di riferimenti certi per i credenti, dall'altro la vita quotidiana e la gestione della cronaca e della storia inducono a compromessi tipicamente "umani" e dunque caduchi e insicuri: un mix che tutto, forse, riesce a dare, men che la sicurezza. Il patrimonio di certezze al quale l'uomo si aggrappa non può che uscire dalla religione, dalla fede. E sui valori che ne stanno alla base, l'uomo costruisce il proprio futuro, del quale la Chiesa è in qualche modo garante. Una garanzia dovuta alla conoscenza del destino dell'umanità e della dignità dell'individuo, rivelato il primo e riconosciuta la seconda da un "verbo che si fece carne ed abitò tra noi", anche accettando il destino riservato ai peggiori, ai più disgraziati, ai più disperati tra gli uomini.

E non è, forse, cosa peregrina ricordare che il Cristianesimo ha per primo affermato con forza il principio secondo il quale tutti gli uomini sono eguali dinanzi a Dio: è la base di quei "diritti umani" che sprovveduti sedicenti studiosi fanno risalire ad affermazioni americane del secondo dopoguerra, anche dimenticando che, prima ancora che dalla Chiesa, essi erano stati adombrati nel diritto romano, padre di tutti i sistemi giuridici occidentali. E, tanto per fare un accenno alla cronaca recentissima, è proprio su questa base - che tutti gli uomini sono eguali dinanzi a Dio - che la Corte Costituzionale Italiana ha potuto dichiarare incostituzionale la maggior difesa della fede cattolica rispetto a quella accordata alle altre professioni religiose dal nostro codice penale.
La seconda considerazione è questa: Joseph Ratzinger, divenendo sovrano assoluto, ha accettato il compito di essere servo ed esecutore. Una contraddizione solo apparente. Il Papa rappresenta Dio e la fede, ed è dunque assolutamente non libero delle proprie azioni. Ha un obiettivo preciso da raggiungere e dei precisi modi per farlo. I principi della fede sono assolutamente certi ed assolutamente irrinunciabili. Per tutti i fedeli, prima di tutto per il primo dei credenti. Il Papa, appunto. Ed è la Fede ad improntare i rapporti con l'organizzazione ecclesiastica e tra questa e gli Stati; e sono i principi e gli obiettivi della Fede che disegnano i principi e gli obiettivi delle azioni destinate "al mondo".

A questo proposito, assolutamente illuminante quanto scriveva Vincenzo del Giudice (Nozioni di diritto canonico, Giuffrè, Milano) nell'ormai lontanissimo 1962. Una pagina di esemplare chiarezza che qui di seguito riporto quasi per intero:
"Il diritto canonico può essere definito l'insieme delle norme giuridiche, poste o fatte valere dagli organi competenti della Chiesa Cattolica, secondo le quali è organizzata e opera essa Chiesa e dalle quali è regolata l'attività dei fedeli, in relazione ai fini che della Chiesa sono propri. (omissis). La connessione dei suoi imperativi con le norme morali , e la stretta aderenza di codesti imperativi con i fondamentali principi, che giustificano la costituzione della Chiesa e ne regolano l'attività in ordine ai suoi fini, terreni e ultraterreni; la singolarità del vincolo di fede e di comunione spirituale che unisce quanti fan parte della Chiesa e l'ampiezza dei poteri competenti a coloro che sono distribuiti nelle gerarchie per l'amministrazione dei mezzi di grazia e per l'ammaestramento e il governo dei fedeli; la costante esigenza che le norme canoniche, il cui principio è più nell'interiore adesione dei soggetti anzi che nel timore delle sanzioni, siano in ogni caso applicate avendo presente il fine supremo della salute delle anime, e però con gli accorgimenti equitativi che valgano a garantire l'osservanza dello scopo per il quale furono poste; tutto ciò conferisce all'ordinamento canonico un'indole particolare. (omissis). Le norme che costituiscono l'ordinamento canonico vanno distinte, per quanto riguarda la loro origine, in due gruppi."

"Un primo gruppo di tali norme rimonta alla stessa Volontà divina, quale si manifestò nella Rivelazione precristiana e nei comandi di Cristo (o in quelli dati, in nome di Cristo, dai suoi apostoli) e quale si desume dall'ordinamento dell'umanità nelle sue inderogabili e razionali esigenze.
Queste norme fondamentali del vivere umano e della costituzione della Chiesa formano il jus divinum ( jus divinae constitutionis), e si trovano nella Sacra Scrittura e nella Tradizione (……) oppure si inducono come essenzialmente inerenti alla vita sociale umana e obbliganti i singoli per l'assicurazione dell'ordine e della giustizia. E di codeste norme, costituenti nel loro complesso il diritto divino, positivo o naturale, quelle che si riferiscono alla condotta, individuale o sociale, degli uomini tutti, in qualsivoglia tempo o luogo, obbligano tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro condizione. Un secondo gruppo delle norme canoniche scaturisce dal volere, espresso o tacito, delle autorità costituite nella Chiesa per il suo governo; le quali norme, di derivazione umana, che formano il Jus humanum e che, in fondo, possono considerarsi uno svolgimento di quelle fondamentali in rapporto a tempi e luoghi, sono contenute nei documenti della legislazione ecclesiastica positiva, che si seguirono durante i due millenni di vita di essa Chiesa, oppure si vennero stabilendo con la consuetudine. E' però necessario notare che sia le norme di diritto divino sia quelle di origine umana si impongono ai soggetti facenti parte dell'ordinamento canonico in quanto formulate e rese formalmente obbliganti dalla stessa Chiesa; la quale, come è l'unica "proxima fidei regula" nel suo divino magistero, è l'unica fonte prossima o immediata dell'ordine canonico esterno".

"Il diritto divino non può essere veduto in sé, ma sempre con riferimento all'autorità della Chiesa, che lo interpreta, ne determina i limiti, lo traduce in precetti e lo munisce di sanzione anche esteriore, garantendone l'osservanza con l'irrogazione e l'esecuzione di tale sanzione. Il che vale quanto dire che le norme di diritto divino si inquadrano nell'ordinamento canonico in quanto si presentano come "canonizzate", nel senso di compenetrate in comandi dell'istituzione ecclesiastica, dei quali formano il contenuto. E va aggiunto che, anche per quello che si riferisce alla condotta degli uomini che non facciano parte della Chiesa Cattolica, lo stesso diritto divino, positivo o naturale, è per la Chiesa, quello che essa stessa interpreta e dichiara, indipendentemente dalle eventuali opinioni che, quanto ad esso, se ne possano avere al di fuori della sua dottrina dove - come insegna la storia dell'aberrante pensiero umano - si verifica tanto spesso quel fenomeno di babelica confusione, di cui è detto in Gen., 11,7, onde "nessuno più comprende la parola del prossimo suo"".
La citazione può apparire - e forse lo è! - più lunga di quanto sarebbe stato desiderabile, ma mi sono lasciato prendere la mano da una suggestione di assoluto rilievo: un Dio che personalmente, anche facendosi carne, fissa poche e chiarissime norme di comportamento osservando le quali non soltanto la vita terrena diviene decisamente buona (e comunque migliore di quanto non sia ), ma si realizza la "concreta speranza" di una "eterna felicità".

Le norme di condotta che Dio stesso ha emanato sono alla base di tutto; sono la radice della Fede, della morale, della politica e del diritto. Sono obbligatorie e irrinunciabili. E che l'uomo abbia scelto la via del compromesso e che, per meglio realizzare questo, abbia diviso la fede dalla politica, e la politica dall'etica, e il diritto dalla morale e dalle fede, non significa affatto che la Parola di Dio sia passata in secondo o terzo luogo. Significa solo che l'uomo ha commesso e continua a commettere errori. Tra questi, quello di tentare di piegare i principi della fede ai propri interessi. E di attendersi che in qualche modo il rappresentante di Dio in terra, il tutore della Fede, possa e debba venirgli incontro. Che non è detto che non accada, tutt'altro. E' accaduto e ancora accadrà, ma soltanto perché anche il Papa è un uomo ed anche i Cardinali e i Vescovi e i sacerdoti lo sono. E quindi possono sbagliare, e possono anche farlo scientemente, programmaticamente, per perseguire fini che con la fede nulla hanno a che fare.
Certo è che noi uomini non possiamo aspettarci che i principi della fede vengano modificati per quello che crediamo essere il nostro vantaggio del momento. La Chiesa (ogni chiesa) è un corpo unico, del quale si fa parte oppure al quale si è estranei. I fedeli hanno una sola legge alla quale improntare la propria vita. Tutta. Anche quella pubblica. Gli altri possono legittimamente non credere e vivere in altre realtà, diverse e talvolta opposte, e seguire altre leggi morali. Nessuno può impedirglielo.

Ma nessuno di loro può neppure pretendere che sia la Chiesa a scendere a compromessi fino a snaturarsi. Che è quanto ogni tanto accade. Tuttavia duemila anni di storia mi pare abbiano dimostrato che la forza della fede, la verità della Rivelazione continuano ad essere un profondissimo e forte legame tra Dio e la morale e la politica e il diritto e l'essere umano.
E allora, l'unica cosa che possiamo attenderci da un Pontefice - da un costruttore di ponti, "del ponte" tra Dio e l'uomo - ; l'unica cosa che possiamo legittimamente attenderci è che il nuovo Papa persegua l'affermazione della legge divina in tutti i comportamenti di tutti gli uomini sotto tutti i cieli e in ogni tempo. Secondo i principi indicati da Dio e non quelli - umani e quindi caduchi - che ai nostri fini ciascuno di noi si crea. E forse è vero che la stessa cosa può esser fatta in più modi ma, forse, quando si tratta della volontà di Dio, i modi sono più limitati di quanto possa apparire. Certo è che il Sommo Pontefice, rappresentante di Dio, ne ha uno solo: quello che Dio ha indicato. Non può scegliere, e la grandezza della sua libertà sta proprio nel poter fare soltanto la volontà di Dio.
C'è ancora da ricordare che è vero che Gesù cacciò a frustate i mercanti dal Tempio, ma è anche vero che la Sua Parola è sempre stata una affermazione di pace, di concordia, di condivisione.

E i rapporti tra gli uomini da Lui voluti sono sempre stati definiti "fraterni". E questo, può darsi, significa anche che il metodo cristiano non è la violenza, ma il convincimento e il colloquio. E non esiste nulla di più convincente del comportamento. Sono le azioni e gli stili di vita che creano l'immagine; ed è l'immagine che induce alla imitazione. Il che in pratica potrebbe anche significare questo: i cristiani che si comportano come tali e obbediscono alla legge divina non hanno alcun bisogno di ricorrere alla violenza, sotto nessuna forma. Alla lunga, il loro esempio, le loro azioni, il loro stile di vita susciterà ammirazione e imitazione. E questo vale, mi pare, anche per quei problemi che sembra oggi angustino la così detta società civile.
E allora ecco che la scelta del nome di un Papa ricordato per il suo impegno per la pace e la concordia degli uomini è un segnale preciso. La pace, per un cristiano, è scelta doverosa quanto ovvia. Ma questo è comunque da ricordare, e non soltanto ai non credenti.

*Docente di marketing presso
l'Università per Stranieri di Perugia