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Nell'ormai lontano 1965, provenendo da Harvard, un nuovo lavoro
di ricerca venne ad aggiungersi alla fitta letteratura sull'Inghilterra puritana
e sulla rivoluzione inglese del 1640-1660. Mi riferisco a La Rivoluzione
dei Santi di Michael Walzer, libro non convenzionale di un autore poco ortodosso,
e destinato ad alimentare ancora la già vetusta controversia sul carattere
innovativo o meno dell'etica protestante, e di quella variegata variante del
Calvinismo che va sotto il nome di 'Puritanesimo'. Nella cultura anglosassone,
se quasi tutti furono disposti a criticare la 'rivoluzione' che stava nel titolo
del libro di Walzer, pochi trovarono da obiettare alla seconda definizione,
quella dei 'Santi'. Al lettore italiano, cresciuto in un clima culturale generalmente
cattolico, accadeva il contrario: chiarissimo il concetto di rivoluzione, ma
oscuro l'impiego dell'appellativo 'Santi' per indicare i puritani radicali.
Si richiedeva uno sforzo di natura intellettuale per comprendere che cosa esattamente
fosse un 'Santo' nell'Inghilterra protestante dei Tudor e degli Stuart. Ma chiunque
conosca appena i problemi di quel periodo riconoscerà immediatamente
che la parola Saint insieme con saintly, sainthood e ai
loro omologhi sassoni godly, godliness, holy e simili costituisce
forse l'appellativo più comune nella letteratura puritana, e certamente
uno dei termini che più frequentemente ricorrono nei decenni rivoluzionari
del Seicento e nel nord America delle origini.
La santità come fatto sociale In un paese
protestante il senso e le implicazioni consce e inconsce di queste parole sono
diverse che in area cattolica. Ma l'evoluzione tutta particolare del puritanesimo
inglese è tale che la nozione di 'santità' (Sainthood o
Holiness) può diventare un'utile pietra di paragone per misurare
la funzione sociale del sentimento religioso. Parecchi studi italiani e francesi,
di recente, hanno insistito sul processo di 'creazione' delle figure di santi
patroni nei paesi cattolici, per impulso ora di ordini monastici in competizione
di prestigio, ora di famiglie nobili in cerca di legittimazione sociale, ora
per la spinta popolare animata da una ingenua devozione. Numerosissime le ricerche;
tra le più eloquenti, quelle di Sara Cabibbo e Marilena Modica su Suor
Crocifissa, quelle di Sofia Boesch Gajano, di Novi Chavarria. Due convegni palermitani
su San Benedetto il Moro hanno fatto luce su quanto dura potesse essere la lotta
religiosa e ideologica per assicurarsi il patrono della città, con conflitti
tra fazioni e scontri popolari. San Benedetto, un santo popolare caratterizzato
dall'essere appunto un Moro, cioè un africano, era tra Quattro e Cinquecento il patrono della città,
ma venne soppiantato in epoca controriformistica da una serie di Sante vergini
e martiri (bianche), tra le quali solo a metà del Seicento si afferma
infine Santa Rosalia. La santità è insomma un concetto che opera
nel sociale, e la cui evoluzione ci rivela il mutare della società.
Nel campo della storia dei sentimenti religiosi, lo storico o l'antropologo
devono guardarsi dall'uso di confini o di linee di displuvio denominazionali
troppo rigide, come le percepivano i credenti di tre secoli fa. Guai se lo storico
cedesse alla tentazione di parteggiare, reimmergendosi in quell'epoca di guerre
di religione. Dall'uno e dall'altro lato del confine tra cattolici e protestanti,
si trovano usi (ed abusi) della religione molto simili tra loro: in fin dei
conti, certe domande cruciali sulla predestinazione, sulla liberazione dal male
e dal peccato, sul paradiso e l'inferno, sulla mortalità o immortalità
dell'anima - e certi modi di impostare le risposte - appartengono agli uomini
del Seicento non importa se italiani, spagnoli, olandesi o svedesi - esattamente
come certe altre domande su temi non dissimili appartengono agli uomini del
Novecento. Ed è anche ingenuo supporre che abitudini secolari, e pratiche
devote radicate nel tempo scomparissero di colpo in Germania, in Svizzera, in
Inghilterra, pochi anni appena dopo la predicazione di Lutero, di Calvino o
dopo Enrico VIII. Il problema è complicato dal fatto che la religione,
a sua volta, opera come fattore autonomo nell'evoluzione della società.
C'è un elemento, però, che è comune ad ambedue i lati del
confine religioso: sia nell'area cattolica che in quella protestante, tra Cinque
e Seicento, l'ordine ecclesiastico si è sforzato di costruirsi (o di
mantenersi, in mutata situazione) come potere indipendente, contrastando la
tendenza dei poteri civili, sull'esempio delle monarchie nazionali, di influenzare
la chiesa, di piegarla ai loro fini e - incidentalmente - di
appropriarsi il più possibile della considerevole ricchezza
delle istituzioni religiose. In questa sede mi basta ricordare che questi processi,
i cui risultati differirono largamente, furono lunghi, dolorosi e complessi.
Lunghi, soprattutto: ancora nel tardo Seicento esisteva in Germania una credenza
popolare per cui le immagini di Martin Lutero non potevano essere bruciate dalle
fiamme, e c'era l'abitudine di inchiodare un'immagine a stampa del riformatore
sullo stipite della porta come protezione contro gli incendi. Una chiarissima
manifestazione apotropaica, una richiesta di mediazione fra l'uomo e Dio.
Dal lato opposto, da parte cattolica, il Concilio di Trento sanciva definitivamente
la legittimità del culto dei Santi, come intercessori presso il Divino
a favore degli umani. Ma come dimenticare che anche in paesi cattolici le correnti
pre-tridentine desiderose di instaurare una religione 'pura' hanno continuato
ad operare a lungo, contestando che la fede ha bisogno dei miracoli, e denunciando
le manifestazioni 'superstiziose'?
Ma torniamo alla santità. Com'è ben noto, nessuna variante del
Protestantesimo ha mai negato l'esistenza o la natura dei Santi, che, in fin
dei conti, sono di istituzione scritturale. Fin dall'inizio, però, i
riformatori si opposero al culto dei santi, mettendone in discussione
il ruolo di mediatori tra Dio e uomo. La rottura divenne definitiva con
la condanna della dottrina del Purgatorio che, per così dire, privava
i santi celesti del loro principale terreno di intercessione. Ciononostante,
un documento moderato come la Confessio Augustana del 1530 si limitava a condannare
la reverenza nei confronti dei santi "solo nel caso che fosse manifestamente
peccaminosa". In Inghilterra idee di questo tipo non misero radici prima
del 1540-48, e nel primo decennio della Riforma, la questione dei santi rimase
piuttosto nell'ombra.
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Un caso di nazionalismo
religioso La Chiesa d'Inghilterra costituisce un caso a sé
stante. Dalla sua nascita per atto di iniziativa regia, la Chiesa d'Inghilterra
scelse di costruire se stessa sulla propria tradizione medievale, che ovviamente
abbondava di santi ed anche di miracoli. Le fondamenta di tali credenze affondavano
nel tempo, risalendo attraverso Wyclif al Venerabile Beda, fino ai missionari
inviati nel sesto secolo da Gregorio Magno. Lo stesso Beda è corresponsabile
della storia favolosa di una precoce conversione della Britannia addirittura
fin dal tempo degli apostoli, ad opera di Giuseppe di Arimatea e del leggendario
re Lucio. Una leggenda popolare raccontava che lo stesso Gesù, da bambino,
era stato portato a visitare le "Isole dello stagno" da Giuseppe di
Arimatea. A Glastonbury, nel Devon, si mostra ancor oggi l'albero di spino che
fiorisce a Natale, e che sarebbe nato da una spina della corona di Cristo. Non
si sentiva, insomma, il bisogno di abbattere l'intero edificio ecclesiastico,
come si stava facendo in Svizzera e in Germania o come più tardi si fece
in Scozia; né certamente era questa l'intenzione di Enrico VIII. Al sovrano
faceva comodo politicamente sostenere l'antichità della Chiesa d'Inghilterra:
se questa era una sorella, piuttosto che una figlia, di Roma, il suo distacco
dal Papato romano era del tutto legittimo. Più tardi, dobbiamo al genio
politico di Elisabetta e dei suoi vescovi la costruzione di un edificio ecclesiastico
indipendente quanto bastava per essere credibile, e obbediente alla corona quanto
era necessario per fungere da flessibile strumento di governo.
Uno dei primi propagandisti della riforma inglese fu John Bale (latinamente
Baleus), tanto raffinato come latinista quanto fanatico come riformatore, a
lungo esule in Francia e in Svizzera, dove poteva far stampare al sicuro i suoi
libri. Dopo la soppressione e la rapina dei monasteri ad opera di Enrico VIII,
Bale approfittò della rovina delle biblioteche monastiche per raccogliere
quanto più poteva di manoscritti e di documenti. Questi materiali confluirono
nei suoi scritti polemici, e fu grazie a lui che alcuni rari testi medievali
trovarono la loro prima edizione. Presto Bale si assunse il compito di compilare
una bibliografia generale degli scrittori "sassoni", sul modello della
Bibliotheca di Gesner. Il frutto finale di questa fatica, il monumentale
Catalogus Magnae Brytannie Scriptorum (1557 e 1559) è una reinterpretazione
dell'intera storia umana in chiave apocalittica-gioachimita, basata sulle sette
età della chiesa, rapportate ai sette sigilli dell'Apocalisse. Ciò
che ci importa qui, però, è che nella ricerca del filone "spirituale"
da contrapporre alla "corruzione" della chiesa romana, Bale raccoglie,
setaccia e pubblica ogni sorta di tradizioni locali delle isole britanniche,
santi e miracoli compresi, imbarcandoli allegramente sulla nave appena varata
del protestantesimo inglese. Bale in sostanza ripercorre la storia del cristianesimo
presso i Celti, i Britanni, i Sassoni al fine di stabilire un canone "autentico",
protestante, della santità britannica; lo si percepisce quando dà
voce a sentimenti di invidia verso Roma e verso gli umanisti cattolici perché
hanno accesso ai ricchi archivi del Vaticano, che tengono nascosti ai veri "fedeli".
Il canone dei santi inglesi si estende per Bale fino ad includere i protestanti
che patiscono ai suoi tempi: il martirologio di Anne Askew, fatta morire sul
rogo nel luglio del 1546 e pubblicato separatamente da Bale alla fine dello
stesso anno, prima di essere incluso nel grande repertorio, è un vero
e proprio brano di agiografia, consciamente costruito sul modello delle prime
biografie di santi cristiani. E' presente anche il miracolo, dato che allo spirare
dei martiri il cielo "aborrendo un atto così malvagio" si oscura
e tuona; ma il miracolo più grande è la conversione dei presenti
alla vera fede.
La chiesa d'Inghilterra insomma, non solo nella sua versione "statuale",
ma anche in quella estremistica che darà poi vita al puritanesimo, si
riconnette alla tradizione medievale. A tal proposito, la citazione di Bale
è più eloquente di qualsiasi documento ufficiale, per il vastissimo
pubblico che ebbero i suoi scritti, e per la loro decisiva funzione pedagogica.
Ma nessuno ha fatto di più, per fondare in Inghilterra una nuova nozione
di santità, del celeberrimo Libro dei Martiri di John Foxe, quasi
contemporaneo di Bale. La regina Elisabetta ordinò che in tutte le chiese
parrocchiali una copia del libro venisse assicurata al pulpito con una catena,
com'era l'uso, accanto alla Bibbia. I martiri di Foxe erano quegli uomini e
quelle donne che avevano sofferto sotto la "cattolica" Maria; ma nel
libro queste figure venivano connesse con la tradizione peculiare della chiesa
britannica, in un capolavoro di nazionalismo letterario. I "miracoli"
al plurale venivano sostituiti da un unico, grande, continuativo miracolo: il
trionfo dei "Santi" grazie alla "Regina di Giustizia", Elisabetta-Astrea.
Miracolosa era la prevista "disfatta e rovina delle forze di Satana",
e la santità non veniva confinata ad un ruolo in Paradiso dopo la morte,
ma si allargava ai fedeli viventi. Foxe ha un ruolo talmente rilevante nella
storia della letteratura (e della lingua) inglese, che non è necessario
dire di più, se non che attraverso Bale e Foxe l'insistenza sul termine
e sulla nozione di "santo" diviene, già alla fine del Cinquecento,
un carattere distintivo della fazione puritana.
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Evoluzione di una parola
Senza mai dimenticare che i Santi possono esistere come tali solo come anime,
in cielo dopo la morte, predicatori e devoti laici cominciarono però
a gratificarsi reciprocamente dell'appellativo di 'santo', soprattutto quando
parlavano di sé collettivamente come del godly party, cioè
del 'partito di Dio', quello che proclamava la radicale purificazione della
chiesa elisabettiana da ogni residuo di 'papismo'.
Come si poteva identificare esteriormente un santo puritano? Gli elementi principali
erano due: l'esperienza intima di una conversione fulminante, e una vita impeccabile.
La conversione di un adulto già battezzato - fenomeno molto comune anche
nella sfera cattolica - costituiva di per sé un miracolo; anzi, nell'etica
puritana, il solo vero miracolo. Generalmente aveva luogo in un periodo della
vita in cui la persona aveva raggiunto la maturità: viveva cioè,
in modo sobrio, onesto e religioso ma freddamente e senza entusiasmo. Improvvisamente,
la folgorazione della grazia: ed ecco che il fedele 'sente' di vivere in modo
nuovo e radicalmente diverso la sua fede. Pensiamo a Pascal. La conversione
non si poteva definire, ma solo descrivere, e la si trova descritta, infatti,
in decine e decine di diari e di carteggi puritani. Si può citare una
lettera famosa di Oliver Cromwell, scritta nel 1638, nel momento di maggiore
scoramento dei puritani, due anni prima della convocazione del Lungo Parlamento.
Cromwell era allora una persona totalmente oscura, e già quarantenne:
"La mia era una vita di peccato e di follia. Vivevo nel Kedar che dicono
significhi oscurità
" e cioè prima dell'avvento della
luce intima della grazia.
Per una testimonianza dell'uso di 'santo' una sola fonte classica è eloquente
quanto i cento e cento esempi che si potrebbero fare. La caviamo dal magnifico
incipit del sonetto di John Milton Sul recente massacro in Piemonte,
scritto nel 1653 per esprimere indignazione contro la sanguinosa repressione
dei Valdesi ad opera del duca di Savoia Carlo Emanuele II:
Avenge o Lord thy slaughtered saints, whose bones
Lie scattered on the Alpine mountains cold
Even them who kept thy truth so pure of old
When all our fathers worshipped stocks and stones
(Vendica o Signore i tuoi santi massacrati, le cui ossa
sparse giacciono nel freddo delle montagne alpine,
coloro che già in antico mantennero pura la fede in Te
quando i nostri padri ancora adoravano legni e pietre
).
In questi versi il poeta del Paradiso perduto ci fornisce
anche una definizione: il 'santo' è chi mantiene "pura" la
fede. In altri termini, i Valdesi erano santi ancor prima di esser martiri.
C'è qui una marcata differenza con la concezione cattolica.
Tornando a Oliver Cromwell, fonte difficilmente eludibile. Inaugurando, il 4
luglio 1653, la prima seduta del Parlamento repubblicano 'nominato' (cioè:
non eletto), Cromwell predicò sul testo di Hosea 11: "Ed ecco che
Giuda regna con Dio, ed è fedele in mezzo ai suoi Santi". Il suo
commento al testo tendeva a riassicurare i membri della nuova assemblea che
essi godevano del sostegno dell'esercito e del partito puritano: "voi siete
ora chiamati ad essere fedeli in mezzo ai Santi, che in qualche modo sono stati
lo strumento della vostra chiamata
preghiamo che il cielo vi dia saggezza,
come pregano oggi molte migliaia di Santi". In parole povere, 'santi' ha
ormai totalmente acquisito il significato di "partito dei giusti",
cioè di un'area politica che si identificava nel regicidio, nella prosecuzione
della guerra ad oltranza contro l'erede al trono, e nell'accettazione di un
governo repubblicano. Un'area nella quale il linguaggio religioso era diventato
quello della politica e in cui le giornate di digiuno solenne si alternavano
alle assemblee politiche.
Quest'area politica andò erodendosi negli ultimi anni del protettorato
cromwelliano, fino a che, spentosi l'esperimento repubblicano, la lingua non
si rovesciò nel suo contrario e la parola divenne veicolo e oggetto di
satira. Alla Restaurazione, Samuel Butler poteva satireggiare il puritanesimo
identificandolo con l'ipocrisia di una piccola cerchia di fanatici:
For the Saints may do the same thing by
The Spirit, in sincerity,
Which other men are tempted to
And at the Devil's instance do.
(I santi sono quelli che con lo Spirito
e col cuore puro fanno le stesse cose
Che per gli altri sono tentazioni
Fatte ad istanza del demonio).
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Santi
e patroni di santi Questa complessa evoluzione di senso ci avverte
che - se adottiamo l'ottica dell'antropologia storica - il fenomeno della santità
è definito non dal suo oggetto ma dalla sua immagine riflessa nella mente
dei santi medesimi e del loro pubblico. Nell'Inghilterra protestante come nella
Palermo spagnola e controriformistica, i santi vengono 'creati' con atto sociale:
lo rivela proprio il conflitto tra le immagini della santità, se le compariamo
tra loro.
Nel mondo protestante, che non ha una Congregazione dei Riti, e che non ha definito
in termini giuridici il processo di santificazione, esisterono purtuttavia dei
'santi' acclamati in vita come tali. Come si poteva, e chi poteva accertare al
di là di ogni dubbio la loro santità? La conversione, abbiamo visto,
era un'esperienza intima. Come poteva assicurarsi il pubblico che alcuni erano
'rigenerati' e altri no?
La risposta sta nella trasmissione dei valori puritani dopo il 1580 circa. Ed
è questa: la santità è attribuita per autolegittimazione
e autoconvalida reciproca tra pastori e predicatori. Era una specie di cooptazione,
non troppo lontana dalle abitudini della nostra Accademia, entro un gruppo sociale
i cui membri erano noti gli uni agli altri o comunque capaci di giudicare degli
studi e della vita dei loro colleghi.
Prendiamo un solo esempio, un po' tardo. Si tratta di un epitaffio poetico (1677)
che celebra tale Tom Shepard, un "uomo di sostanza" nel Massachussetts
puritano, persona oscura se non fosse stato figlio di uno dei protagonisti della
colonizzazione americana:
Addio Shepard! Tu ci precedi cittadino
Del cielo, dove inni canterai, per sempre,
Di alte trionfali lodi, lì stando
Nel coro dei Santi e dei Serafini.
Il celebre Richard Baxter, operante nella seconda metà del Seicento, è
la quintessenza dello spirito puritano. Così almeno apparve a Max Weber
che citava la sua Autobiografia per aiutarsi a definire lo "spirito
del capitalismo". Ebbene, verso la fine della sua vita, nel 1688, troviamo
Baxter che scrive: "Con cuore afflitto sono stato chiamato a predicare i
sermoni funebri per molti Santi eccellenti"; e si riferisce ad amici e parenti,
che indubbiamente chiamava 'santi' anche in vita. "
Il mio amico sincero
Henry Ashurst, il Consigliere, comunemente ritenuto il Santo più esemplare
di cui si avesse notizia in questa città
".
Non solo, ma questo esemplare dello 'spirito puritano' crede nei miracoli, e in
maniera non del tutto disinteressata, dato che qualifica miracoloso il fulmine
che scoperchia il tetto della casa di un individuo che aveva detto male di lui:
"Vera manifestazione della vendetta divina!". Le brume del nord 'capitalistico'
non sono poi tanto lontane dal caldo di Napoli che fa sciogliere il sangue dei
martiri
La 'santità' protestante è insomma una qualità auto-attribuita,
ad opera di un clero che controlla se stesso e che a sua volta risponde ai fedeli
laici. Nel mondo cattolico, all'inverso, l'elaborato processo - in forme giuridiche
- di canonizzazione dei santi rinvia ad una competizione apparentemente tanto
forte da rendere necessarie regole certe, autorevoli e rispettate universalmente.
Nell'uno e nell'altro mondo, però, almeno nell'antico regime, il "bisogno
di santità" sembra essere una caratteristica comune del manifestarsi
sociale della fede.
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