UN LIBRO ricco di documenti che fa chiarezza sulle organizzazioni create da
Hitler e Himmler per controllare la Germania e i vasti territori occupati
I REGGIMENTI SUDTIROLESI
DELLA POLIZIA NAZISTA
di PAOLO DEOTTO
Quando si tratta una materia particolarmente complessa come l’organizzazione della polizia del Terzo Reich può capitare di incorrere in inesattezze dovute a vari motivi. Oltre gli errori derivanti dalla frammentarietà delle fonti, è diffuso anche tra gli storici un fondamentale equivoco, ossia l’identificazione tra polizia ed SS. Non pochi poi ignorano che, segnatamente nel periodo bellico, l’arruolamento nelle unità di polizia, di norma su base volontaria, avvenne invece anche in forma coatta, con le stesse modalità di una chiamata di leva. Del resto la materia, che non a caso definivamo complessa,
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Sulla storia dei reggimenti
di polizia tirolesi
è vieppiù complicata dalla struttura peculiare dello stato nazionalsocialista, nel quale convivevano organismi paralleli, statali e di partito, quest’ultimi pure investiti di funzioni pubbliche, in virtù dell’identificazione, tipica del regime dittatoriale, tra Stato e partito unico. Né si può dimenticare che la rapida e brutale espansione tedesca nella prima parte del conflitto mondiale portò alla necessità di impiegare reparti con funzioni di polizia sui territori via via occupati,
Insomma, possiamo dire che su questo argomento anche uno storico attento può commettere degli errori. Si tratta di materia da veri specialisti del settore: e quindi è stato con grande piacere che abbiamo letto il libro Dall’Alpenvorland a via Rasella –storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi – 1943-1945, di Lorenzo Baratter, un giovane trentino, socio del Museo Storico di Trento, studioso del nazionalsocialismo e dell’occupazione tedesca in Italia.
Il libro, edito dalla Casa Editrice Publilux di Trento, approfondisce le vicende di quei particolari corpi militari che furono i “reggimenti di polizia” del Sudtirolo, soffermandosi anche sulla posizione tutta particolare in cui si trovò quella popolazione, divisa spiritualmente tra Italia e Germania, con troppa faciloneria accusata tout court di adesione al nazismo, protagonista di un dramma spesso misconosciuto.

Ricco di testimonianze e di documenti, il libro di Baratter, pur nella sua ben precisa collocazione locale, ci aiuta anche a formarci in generale una conoscenza migliore dell’organizzazione di polizia del regime nazista.
Uno stile agile e una grande chiarezza di esposizione fanno sì che Dall’Alpenvorland a via Rasella si legge speditamente come un romanzo, salvo poi, come è capitato a chi stende queste note, ritornarvi sopra, capitolo per capitolo, con maggior attenzione, consci che il “romanzo” tratta le vicende realmente accadute in una delle zone più martoriate del nostro Paese, nel momento indubbiamente più tragico da questo vissuto.
Dopo una breve prefazione di Gianni Faustini, vicedirettore del Museo Storico di Trento, è l’autore stesso che nell’introduzione, intitolata Genesi di uno studio, ci fornisce una chiave di lettura di grande interesse, che subito ci spiega la profonda complessità delle vicende che verranno esposte nei successivi capitoli. Ci spiega infatti Baratter che l’idea di affrontare uno studio sui reggimenti di polizia sudtirolese nacque in lui in una circostanza insolita: visitando il santuario di Pietralba, presso Nova Ponente, in provincia di Bolzano, gli cadde l’occhio, tra i numerosi ex voto, su un piccolo quadretto in cui una mano paziente aveva trascritto i nomi e le date di nascita dei trentadue soldati sudtirolesi del battaglione Bozen, caduti nell’attentato di via Rasella, a Roma. “I superstiti vollero in qualche modo fissare nel tempo la grazia ricevuta per non dimenticare i compagni rimasti senza più vita”.

Non era una scoperta da poco; un ex voto nasce da una fede cristiana che difficilmente immaginiamo, nell’iconografia ufficiale, in quei soldati, vittime dell’attentato di via Rasella, quasi sempre definiti (nelle commemorazioni delle vittime delle Fosse Argentine) come “SS”. Furono quegli stessi militari che si rifiutarono, come ci ricorda Faustini nella prefazione, di partecipare all’esecuzione per rappresaglia degli ostaggi.
Come si vede, c’è di che riflettere sulle imprecisioni di una pubblicistica storica spesso frettolosa e aprioristicamente schematica. Non mancarono peraltro, come in tutte le guerre, anche episodi abominevoli, che videro per protagonisti i soldati dei reggimenti di polizia del Sudtirolo. Come sempre, la Storia non si fa con le distinzioni manichee, ma con la paziente ricerca della verità. E tanto più questo è arduo per un periodo in cui (come disse uno scrittore tedesco) “la vita militare generalizzata fa sì che sia spesso dovuto al caso il fatto di trovarsi dalla parte della vittima o dalla parte del carnefice”.
Iniziamo quindi questo itinerario, breve ma denso di avvenimenti, facendoci guidare dall’attenta ricerca di Lorenzo Baratter.
Nel primo capitolo, I corpi di polizia nel Terzo Reich, l’autore ci fornisce anzitutto una panoramica sulle forze di polizia tedesche e sulla trasformazione che le stesse subirono con l’avvento al potere di Hitler. Fino a quel momento le forze di polizia erano organizzate in tante unità minori, distribuite in moltissimi presidi su tutto il territorio della Germania. Solo nella Ruhr e nella città di Berlino la polizia era inquadrata in vere e proprie compagnie, successivamente riunite in battaglioni.

Con l’avvento al potere del nazismo si diede inizio a un deciso processo di militarizzazione della polizia, in vista dei “futuri nuovi e maggiori compiti” ai quali la polizia
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I militari del Polizeiregiment
Bozen in pattugliamento
stessa sarebbe stata chiamata. A tal fine furono creati due appositi centri di addestramento a Berlino e altri nelle città di Magdeburgo, Francoforte sull’Oder, Essen, Colonia, Monaco, Furstelfeldbruck, Dresda e Amburgo. È chiaro che i “nuovi e futuri compiti” sottendevano i progetti di espansione territoriale che da subito fecero parte del programma politico di Hitler. Nei nuovi territori che il Reich avrebbe conquistato, sarebbe stato necessario disporre di forze di polizia con marcato addestramento militare, perché esse avrebbero avuto anche a combattere, come ebbero, contro i movimenti di resistenza interni ai paesi occupati.
Inoltre è importate ricordare che Heinrich Himmler, ricoprendo contemporaneamente le cariche di capo della polizia e di Reichsfuhrer (comandante generale) delle SS effettuò sovente trasferimenti coatti di volontari di polizia nelle SS, dando logo in taluni casi anche a vivaci proteste. Con decreto del 9 luglio 1942 Himmler ordinava la riorganizzazione in reggimenti di tutti i battaglioni di polizia; successivamente (23 febbraio 1943) i reggimenti di polizia dovettero assumere la nova denominazione di SS-Polizeiregimenter, per sottolineare anche formalmente l’adesione ideologica al nazismo delle forze di polizia. Questa nuova denominazione darà spesso luogo all’erronea identificazione tra i due corpi, mentre, come vedremo più avanti, non mancarono le occasioni in cui le forze di polizia dimostrarono la loro scarsa o nulla propensione per il nazismo.

All’epoca di queste trasformazioni, le forze di polizia tedesche si trovarono inquadrate in 27 reggimenti motorizzati che crebbero di numero fino a divenire, col gennaio 1945, 50 unità. In alcuni di questi reggimenti erano inclusi anche collaborazionisti provenienti dai territori occupati. La composizione dei reggimenti di polizia prevedeva una compagnia motorizzata, un plotone pionieri, una compagnia con carro armato e una compagnia corazzieri. L’armamento era lo stesso della fanteria, con la rinuncia alle armi pesanti.
Nella numerazione che riportavamo sopra, di 50 reggimenti operativi al gennaio 1945, non rientravano i reggimenti di polizia sudtirolesi, la cui formazione dipese dal generale Karl Wolff, comandante della polizia e delle SS in Italia, in collaborazione con Franz Hofer, commissario per l’Alpenvorland.
Per completare quindi il quadro introduttivo dobbiamo specificare cos’era l’Alpenvorland, e per meglio capire la genesi si rende necessario un altro passo all’indietro: quello sulle condizioni del Sudtirolo con l’avvento del fascismo in Italia.
La politica mussoliniana, tutta tesa alla “italianizzazione” del Sudtirolo, si tradusse in una vera e propria discriminazione verso i cittadini di lingua tedesca, con l’eliminazione dell’insegnamento del tedesco dalle scuole, col divieto del bilinguismo negli atti pubblici, con l’incorporazione dell’ “Alto Adige” nella provincia di Trento e il divieto di usare la parola “Sudtirolo”.

A questo proposito Baratter ci ricorda che il canonico Michael Gramper, ottenendo aiuti e materiale didattico dalla Germania, organizzò le prime cosiddette Katakombenschule, scuole clandestine nelle quali si continuava l’insegnamento della lingua tedesca ai bambini sudtirolesi. Principale artefice dell’italianizzazione forzata fu il senatore Ettore Tolomei, autodefinitosi “padre dell’Alto Adige”, che procedette tra l’altro alla “traduzione” in italiano dei cognomi tedeschi. Il progressivo avvicinamento tra Hitler e Mussolini portò ad un tentativo di risolvere le problematiche della popolazione di lingua tedesca dell’Alto Adige, istituendo la possibilità che i cittadini italiani di lingua tedesca e ladina delle provincie di Trento, Belluno e Bolzano potessero scegliere di assumere la cittadinanza germanica e quindi trasferirsi nel territorio del Reich. Il 31 dicembre 1939 fu posto come termine ultimo per l’esercizio dell’opzione.
E fu un vero dramma, l’epilogo amarissimo della politica fascista in Sudtirolo. Gli optanti dovevano lasciare la propria terra per poter conservare la propria identità culturale e linguistica. Vi furono lacerazioni all’interno delle stesse famiglie e vi fu poi anche l’amara disillusione per quanti, trasferitisi in Germania e assunta la cittadinanza tedesca, furono immediatamente inquadrati sotto le armi e spediti a combattere. Inoltre non fu mantenuta la promessa di creare un “territorio di insediamento chiuso”, quale garanzia di non dispersione delle popolazioni sudtirolesi trasferitesi nei territori del Reich.

Le opzioni così non furono che la soluzione per i due dittatori: Mussolini, che voleva sbarazzarsi di una popolazione definita “reliquia etnica”, Hitler che disponeva di nuovi
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Pattuglia di un reggimento
di polizia sudtirolese
sudditi per la sua politica di aggressione all’Europa. Gli optanti, che erano nella stragrande maggioranza di fede cattolica, si trovarono poi sotto il controllo di un’apposita organizzazione nazista, il cui compito specifico era l’indottrinamento politico e il controllo delle opinioni della Chiesa Cattolica nei confronti del regime.
Dopo l’8 settembre 1943 (quando l’armistizio unilateralmente firmato dall’Italia con gli Alleati fu reso noto al mondo) le forze tedesche ruppero ogni indugio e, come noto, procedettero al veloce disarmo di gran parte dell’esercito italiano e alla deportazione di seicentomila nostri soldati. Il territorio comprendente le attuali provincie di Trento, Bolzano e Belluno fu di fatto inglobato nel Reich con la creazione della “Zona di operazioni delle Prealpi” – Operationszone Alpenvorland, al cui vertice era posto il commissario superiore Franz Hofer. Questa zona fu completamente sottratta alla sovranità della Repubblica Sociale, che si sarebbe costituita dopo la liberazione di Mussolini, prigioniero a Campo Imperatore.
Con la creazione dell’ Alpenvorland una delle prime necessità fu creare unità militari in condizione di gestire il controllo dell’ordine pubblico in quello che di fatto era un nuovo territorio annesso al Reich (la cui annessione, è interessante sottolineare, era prevista nei piani tedeschi già prima dell’8 settembre).

Ci siamo soffermati lungamente sui primi due capitoli del libro di Baratter perché è essenziale conoscere e comprendere il travaglio del popolo sudtirolese, o altoatesino (a seconda che lo si voglia chiamare col proprio originario nome o con quello imposto dal fascismo) per poter poi leggere con maggior chiarezza le vicende di queste terre e di quel popolo nel tragico periodo 1943 – 45. Traditi due volte, dal fascismo che voleva cancellare la loro identità, dal nazismo che voleva omologarli ed usarli, i sudtirolesi risposero in modi diversi alle diverse sollecitazioni che arrivavano, da una parte dal regime nazista, dall’altra dal bisogno di fedeltà alla propria tradizione culturale e religiosa, che ben poco aveva da spartire col nazismo.
Sta di fatto che l’incitamento alla partecipazione volontaria allo sforzo bellico trovò ben poca risposta nelle popolazioni dell’Alpenvorland e il 6 novembre 1943 sul Bollettino Ufficiale del commissario supremo per le zona d’operazioni nelle Prealpi venne emessa la direttiva n.30, in cui venivano definite le norme generali per l’assolvimento del servizio di guerra nell’ Alpenvorland. La direttiva obbligava tutti i cittadini delle classi 1924 e 25 ad arruolarsi, a scelta, nella TODT, nel SOD (Servizio di sicurezza ed ordine della provincia di Bolzano), nel CST (Corpo di Sicurezza Trentino), nei Polizeiregimenter, nei corpi delle SS o nella Wehrmacht. Successivamente (con ordinanza del 7 gennaio 1944) la chiamata al servizio di guerra fu estesa a tutti i cittadini italiani maschi delle classi dal 1894 al 1926, aventi dimora nella zona operativa Alpenvorland, senza riguardo all appartenenza etnica.

È estremamente importante conoscere queste ordinanze del commissario supremo, perché confermano quanto dicevamo in apertura, ossia che anche gli arruolamenti nei corpi ufficialmente definiti “di polizia” ebbero le caratteristiche di una vera e propria chiamata di leva, rinforzata dall’odiosa disposizione che sottoponeva a sanzioni penali anche i familiari del renitente.
Mentre i vari corpi sopra citati (SOD, CST e successivamente anche il CSB, Corpo di Sicurezza Bellunese) nacquero come continuazione dei tradizionali corpi di difesa territoriale (prendendo in alcuni casi anche l’antica denominazione di Standschutzen), le vere unità con inquadramento ed addestramento militare furono appunto i reggimenti di polizia, nei quali furono arruolati circa diecimila uomini, comprese le riserve.
Questo numero elevato, sottolinea l’Autore, è da attribuirsi probabilmente al fatto che molti speravano, arruolandosi in questo corpo piuttosto che in altri (quando ebbero la possibilità di scegliere) di restare vicini a casa e di evitare l’invio al fronte. E in effetti così accadde, eccezion fatta per parte del Polizeiregiment Bozen e per la totalità del Polizeiregiment Brixen.
Nei reggimenti di polizia, ricorda Baratter, è stata in parte documentata la presenza di gruppi di obiettori di coscienza al nazismo, che stabilirono anche rapporti con la popolazione civile e con i partigiani, fornendo spesso ad essi decisive informazioni.

Non esistono invece prove documentali della partecipazione di questi soldati nelle deportazioni di cittadini ebrei dall’Italia e dall’Alto Adige. In ogni caso i reduci di questi
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'Attenzione! Pericolo
di bande partigiane'
reggimenti ricordarono che nella fase di addestramento erano regolarmente tenute lezioni di ideologia nazista circa l’atteggiamento da tenere verso “il sistema ebraico”. È da notare che questi reparti erano comunque sempre comandati da ufficiali germanici, che non nascondevano il loro disprezzo per i sudtirolesi, chiamati spesso con l’appellativo di “porci” e tenuti in scarsa considerazione, anche perché, essendo per la gran parte di fede cattolica, erano considerati “poco affidabili” per determinati tipi di operazioni, e segnatamente per quelle che richiedevano le maggiori doti di crudeltà e cinismo, come le deportazioni.
Insomma, è lecito dire che, seppur fosse impensabile, in formazioni militari della Germania nazista, l’esistenza di vere e proprie insubordinazioni ed obiezioni estese, tuttavia i reggimenti di polizia sudtirolesi furono tra quelli che meno rispondevano a quel “tipo” di soldato idealizzato dalla follia nazista, assolutamente privo di sentimenti; un “tipo” umano (se così si può definire) che trovò la sua miglior attuazione solo nel corpo delle SS. Nella seconda parte del suo libro (costituita dai capitoli quinto, sesto e settimo) Lorenzo Baratter passa a narrarci le specifiche vicende dei Polizeiregimenter sudtirolesi, denominati Bozen (inizialmente denominato Sudtirol), Alpenvorland, Brixen e Schlanders.

Il capitolo sesto è in particolare dedicato all’attentato del 23 marzo 1944 in via Rasella a Roma, nel quale perirono trentatre soldati della undicesima compagnia del terzo battaglione del Polizeiregiment Bozen. Non è nostra intenzione raccontare le diverse vicende di questi reggimenti, perché non vogliamo fare un “riassunto” del libro di Lorenzo Baratter, ma piuttosto invitare alla lettura di questo testo, ricco di continui riferimenti a documenti e a testimonianze dirette. Di sicuro Dall’Alpenvorland a via Rasella è un libro che consente di conoscere un capitolo di Storia tanto importate quanto poco noto e spesso, come dicevamo in apertura, trattato con colpevole frettolosità da tanti storici (o presunti tali…).
Ci soffermeremo quindi in particolare solo su due argomenti molto importanti: l’attentato di via Rasella e la sorte del reggimento Brixen. Via Rasella costituisce una delle pagine più controverse della storia della Resistenza; già abbiamo visto come impropriamente le vittime dell’attentato siano state spesso classificate come appartenenti alle SS. Ciò è accaduto a nostro avviso per due motivi: anzitutto per la scarsa conoscenza dei fatti (e di questa fa giustizia Baratter, laddove ci riporta le specifiche disposizioni di Himmler, che semplicemente imposero l’aggiunta della sigla SS a tutti i reggimenti di polizia).

Ma un altro motivo può aver causato l’errore (e a questo punto non è più colpevole l’ignoranza, bensì la malizia): asserendo che le vittime erano SS, ossia appartenenti al corpo che senza dubbio si macchiò dei più atroci crimini, si metteva in secondo piano il terribile e irrisolto quesito morale scaturito da quell’attentato, vale a dire le responsabilità circa l’uccisione degli ostaggi alle Fosse Ardeatine, da non pochi attribuita non solo alla ferocia nazista, ma anche al cinico modo d’agire dei GAP.
Orbene, Lorenzo Baratter, da vero storico, ci fornisce su questo episodio una documentazione ampia e approfondita, evitando di formulare giudizi morali (ricordiamoci che la guerra è già in sé stessa uno stravolgimento della morale), ma eliminando un’altra leggenda, di segno opposto, ossia che i soldati del Bozen fossero solo anziani territoriali e non combattenti. Infatti in altra parte del libro vengono narrati e documentati episodi di indiscriminata violenza di cui si resero protagonisti soldati di quel reggimento. L’autore fornisce quindi al lettore quante più informazioni possibili, non pretendendo di pilotarlo a prender partito, bensì fornendogli i mezzi per conoscere e quindi poter valutare.
L’altro importante fatto riportato da Baratter, che qui vogliamo ricordare, è quello che vide protagonista, praticamente nella sua totalità, il Polizeiregiment Brixen. Costituito negli ultimi mesi di guerra, quando le truppe sovietiche stavano dilagando verso occidente, questo reggimento diede una rara testimonianza di forza morale, rifiutandosi in toto, anche dopo due violente esortazioni, di prestare il rituale giuramento “per il popolo, il Führer e la patria”.

La punizione che ne seguì fu terribile: venne mandato in Alta Slesia, incontro all’Armata Rossa, ormai incontenibile. Trattati come vera “carne da cannone” i soldati del Brixen furono mandati in prima linea in alcuni casi disarmati, in altri casi forniti di armi diverse da quelle sulle quali erano stati addestrati. Il primo battaglione fu annientato, il secondo si arrese dopo gravissime perdite. I pochi superstiti tornarono in patria nel 1946.
Abbiamo riportato due episodi, ma il lettore diligente potrà conoscere fino in fondo la storia di questi reggimenti leggendo il libro di Lorenzo Baratter, che a tutti vivamente consigliamo. La lettura di questa opera, molto gradevole per le ottime doti narrative dell’Autore, molto utile per la grande quantità di informazioni fornite, ci aiuterà anche a riflettere su uno dei periodi più bui della nostra recente Storia. E solo la conoscenza potrà aiutarci ad evitare che periodi tali si ripetano, perché non accada più (come ebbe a dire uno scrittore) che “sulla terra dominano i bruti”.
Dall’Alpenvorland a via Rasella – Storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi 1943-1945, di Lorenzo Baratter, Casa Editrice Publilux, Trento, 2003. Pagine 128, con numerose illustrazioni comprese nel testo.

L’Autore ha gentilmente comunicato alla nostra Redazione la propria disponibilità a dialogare coi lettori che volessero approfondire la materia, ricevere ulteriori informazioni o condividere le proprie conoscenze sul tema dell’Alpenvorland.
A tal fine ci ha autorizzato a pubblicare il suo indirizzo baratter@virgilio.it