Un pontefice inerme di fronte alla cinica e tragica politica bellica degli ultimi
quindici anni di storia. Ma Giovanni Paolo II ha combattuto ugualmente
PAPA WOJTYLA E LA SUA "GUERRA" EVANGELICA CONTRO LE GUERRE
di RENZO PATERNOSTER
“E’ stato proprio un bravo Papa!” Così una fedele di oltre ottant’anni, accorsa da casa in piazza San Pietro a pregare per l’uomo che sta morendo. Un elogio semplice, istintivo, spoglio di parole inutili ma sinceramente permeato da un affetto profondo, materno. Non ci sarà discorso, fra i molti che lo attendono, capace di superare l’intensità di questa breve frase. Per quanto ci riguarda vogliamo solo sottolineare la profonda coerenza del sacerdote che, lungo il cammino da Cracovia a Città del Vaticano e l’infinito pellegrinaggio di pace dall’uno altro capo del mondo, ha sempre ripetuto intatta la parola del Cristo e come il Cristo ha consumato anche il proprio corpo per difendere i disperati del pianeta dalla violenza dei tiranni e degli avidi di ricchezze.
In Milano, il 31 marzo 2005*
F. G.
Dal 1990 al 2005, tragici eventi hanno riconsegnato alla storia un papa inerte di fronte alla politica delle armi degli Stati. Nello spazio di questi quindici anni, giusto per rimanere agli eventi più tragici, si registrano sulla scena internazionale: l'aggressione irachena nei confronti del Kuwait e la guerra che di conseguenza ne è derivata; il conflitto nella ex Jugoslavia, con la lunga e sanguinosa aggressione da parte delle milizie serbe contro le popolazioni bosniachemusulmane; la guerra civile in Ruanda, con le crudeli stragi interetniche dei Tutsi e degli Hutu, e nella regione dei Grandi Laghi; la guerra civile in Somalia e quella in Liberia; i massacri e la disperata situazione dei profughi in Zaire; l'attacco terroristico agli Usa e alla Spagna, le guerre in Afghanistan e in Iraq.

Agostino e Tommaso d'Aquino. Nei primi secoli cristiani, sulla scia delle lettere di san Paolo, si asseriva il dovere di resistenza passiva dinanzi ad un'ingiustizia violenta. In seguito il concetto mutò verso la considerazione di una possibile resistenza attiva. Agostino, nei Contra Fastum, domandandosi cosa potrebbe costituire in guerra motivo di colpa, elaborò la teoria che una guerra è "giusta" se dichiarata da un'autorità (l'imperatore) e per giusta causa. Nella Lettera al generale Bonifacio, Agostino rispose ai
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Giovanni Paolo II incontra
il corpo diplomatico
dubbi di coscienza del militare circa la possibilità di uccidere il nemico in guerra, ricordandogli che il soldato deve difendere la pace nel suo territorio, anche con le armi.
Sulla scorta delle indicazioni agostiniane, Tommaso d'Aquino, nelle sue Questioni la quarantesima, nella seconda sezione della seconda parte aveva elaborato la tradizionale dottrina sulla cosiddetta guerra giusta. Partendo dal presupposto che Agostino e Tommaso sono vissuti quando i soldati combattevano con spade e lance, le condizioni che legittimano la guerra sono: giusta causa, grave e diretta, ossia l'esistenza di una grave ingiustizia inaccettabile, che porta ad una seria violazione del diritto degli Stati (ed esaurimento di tutti i canali per la soluzione pacifica di tale ingiustizia); retta intenzione e probabilità di successo, ossia capacità di risolvere attraverso la guerra l'ingiustizie preesistenti; ristabilimento del diritto leso; protezione assoluta e totale degli innocenti. Poiché sulla guerra di difesa nei confronti di un'aggressione, nessuno mai nella Chiesa ha avuto dubbi o esitazioni, le indicazioni di Tommaso legittimano anche una guerra d'offesa e di conquista, ma solamente quando l'iniziativa del ricorso alle armi viene intrapresa per il risarcimento di diritti ingiustamente lesi e soprattutto per il ripristino della legalità.

La concezione di papa Giovanni XXIII. Una nuova posizione fortemente innovativa, sull'argomento della guerra e della pace, viene inaugurata nel 1963 da Giovanni XXIII, nell'enciclica Pacem in terris, nonostante la millenaria posizione della Chiesa sull'argomento. Nel documento non si rileva una casistica per sapere se si può giustificare una guerra, nel caso in cui le circostanze obbligassero a farla. E' presente invece la ricerca con assoluta meticolosità di tutte le vie che conducono alla «pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi», da ricercarsi innanzitutto nell'insegnamento del Cristo, che è il "Principe della pace", e poi attraverso i negoziati e la collaborazione leale e pacifica, che sono alla base «dell'ordine degli esseri umani», dei giusti "Rapporti tra gli esseri umani e i poteri pubblici all'interno delle singole comunità politiche", degli imparziali "Rapporti fra comunità politiche", dei leali "Rapporti degli esseri umani e delle comunità politiche con la comunità mondiale" (nel virgolettato i titoli della Pacem in terris). Si legge nell'enciclica, al numero 67: «E' lecito tuttavia sperare che gli uomini, incontrandosi e negoziando, abbiano a scoprire meglio i vincoli che li legano, provenienti dalla loro comune umanità è che tra di essi e tra i rispettivi popoli regni non il timore, ma l'amore: il quale tende ad esprimersi nella collaborazione leale, multiforme, apportatrice di molti beni».

Il concilio Vaticano II non condannò totalmente la guerra, anche se da più parti si levò la richiesta; di conseguenza lasciò aperta la via militare alla pace, pur scoraggiandola. Partendo dal presupposto che la guerra è un delitto contro Dio e l'umanità, e che «la pace non è mai qualcosa di raggiunto una volta per tutte, ma è un
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San Tommaso d’Aquino
edificio da costruirsi continuamente» (Gaudium et spes, 78). In definitiva, secondo le dichiarazioni del Vaticano II, la legittima difesa intesa come ripristino dei diritti lesi è lecita a determinate condizioni, ma non deve degenerare in un abuso. Per questo la costituzione Gaudium et spes ha voluto ribadire che ci sono invalicabili limiti giuridici e morali nell'uso della forza.
Sull'argomento della pace e della guerra, ritorna Giovanni Paolo II nell'enciclica Evangelium vitae, del 25 marzo 1995; e lo fa sulla stessa linea della Gaudium et spes (n.79): «Al diritto di difendersi, dunque, nessuno potrebbe rinunciare per scarso amore eroico [...]. D'altra parte, la legittima difesa può essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia civile. Accade purtroppo che la necessità di porre l'aggressore in condizione di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione. In tali ipotesi, l'esito mortale va attribuito allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione, anche nel caso in cui egli non fosse moralmente responsabile per mancanza dell'uso della ragione».

Guerra e interventi umanitari. Seguendo le disposizioni della Tradizione cristiana, ma anche le leggi internazionali convenzionali degli Stati, l'eliminazione totale del ricorso alla guerra non è credibile. Non è credibile perché paradossalmente è verosimile che sorgano, nella comunità internazionale, dei conflitti in merito a due suoi doveri, incompatibili tra loro: quello di rispettare la pace internazionale (in base al dovere di non fare le guerre e di risolvere in maniera pacifica e diplomatica le controversie internazionali), e quello di intervenire militarmente (come ultima ratio) in qualche Paese, per impedirvi la distruzione di vite umane. La stessa politica del disarmo non si è preoccupata di creare un rimedio all'esplosione delle guerre, ma si è limitata unicamente di bandire gli strumenti che potrebbero portare a conseguenze nefaste.
Ora, se da una parte le armi sempre più potenti rendono difficile garantire la proporzionalità della reazione all'offesa, dall'altra lo stesso progresso tecnicoscientifico, ma anche il diritto internazionale, hanno messo a disposizione dell'uomo tanti e tali mezzi di comunicazione e norme, che il trovare vie di discussione, preventive o di riconciliazione dovrebbe essere enormemente facilitato. Se questo non succede è perché si vuole che non succeda: è ovvio che motivazioni di carattere politicoeconomico spesso sostituiscono la volontà di trovare accordi pacifici alle controversie.
Così, le varie iniziative di papa Wojtyla, rivolte a promuovere la pace, come la "Giornata mondiale di preghiera per la pace", tenutasi ad Assisi il 27 ottobre 1986, non hanno avuto che un effetto assai marginale.
Nello stesso tempo, Giovanni Paolo ha parlato di dirittodovere d'ingerenza umanitaria. Nel messaggio del 12 marzo 1993, inviato al segretario generale delle Nazioni Unite, BoutrosGhali, così ha illustrato il pontefice questa dottrina: «L'autorità del diritto e la forza morale dell'Onu costituiscono le basi sulle quali si fonda il diritto d'intervento per salvaguardare la popolazione presa in ostaggio dalla follia mortale dei fautori della guerra».

L'ingerenza umanitaria. In diversi interventi pubblici, Giovanni Paolo II ha ripetuto chiaramente il significato del dirittodovere d'ingerenza umanitaria. Il 5 dicembre 1992, nell'annuale discorso alla FAO il papa si espresse a chiare lettere: «sia reso obbligatorio l'intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e di interi gruppi etnici».
Parlando al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il 13 gennaio 1997 nel tradizionale discorso d'inizio anno Giovanni Paolo ha messo in evidenza il fatto che alla comunità internazionale non mancano gli strumenti per intervenire e risolvere i drammi dell'umanità, le convenzioni scritte e le assemblee internazionali «sono persino in eccesso!»; ciò che manca è invece una sana «legge morale e il coraggio di riferirsi ad essa». Continuando papa Wojtyla ha aggiunto: «E' dunque urgente organizzare la pace del dopoguerra fredda e la libertà del dopo 1989, basandosi su valori morali che sono agli antipodi della legge dei più forti, dei più ricchi o dei più grandi che impongono i loro modelli culturali, i loro diktat economici e le loro tendenze ideologiche. I tentativi per organizzare una giustizia penale internazionale sono, in questo senso, un reale progresso della coscienza morale delle Nazioni».
Lasciando intendere, in quest'ultimo passaggio del suo intervento, che si dovrebbe arrivare a qualcosa che assomiglia a un "Tribunale internazionale", il pontefice perfeziona, nel suo discorso ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede, la sua tradizionale dottrina del "dirittodovere d'ingerenza umanitaria":

«Lo sviluppo delle iniziative umanitarie, intergovernative o private, è anch'esso un segnale positivo di un risveglio della solidarietà, di fronte a situazioni di violenza o di
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Visita al Gran Mufti
ingiustizia intollerabili. Ma pure qui, bisogna stare attenti a che queste generosità non divengano rapidamente la giustizia dei vincitori, o che nascondano secondi fini egemonici che farebbero ragionare in termini di sfere d'influenza, di monopoli o di riconquista dei mercati». E' chiaro che Giovanni Paolo, con queste parole, ha dato un avvallo etico al dirittodovere d'ingerenza a fini umanitari. In definitiva, quando le popolazioni civili sono vittime di un ingiusto aggressore e rischiano di soccombere, quando tutte le vie diplomatiche e gli sforzi della politica si sono esauriti senza successo, è legittimo e persino doveroso intervenire con iniziative concrete per disarmare l'aggressore. Queste azioni di forza, tuttavia, devono essere circoscritte nel tempo, precise nei loro obiettivi, condotte nel pieno rispetto del diritto internazionale, garantite da un'autorità internazionale. In questa prospettiva, la stessa Organizzazione delle Nazioni Unite deve offrire a tutti gli Stati membri, un'equa opportunità di partecipazione alle decisioni comuni, superando privilegi o discriminazioni. Quindi maggior democraticità al sistema, assieme ad una valorizzazione del ruolo dell'assemblea generale dell'Onu.

Papa Wojtyla e la prima guerra del Golfo. La politica di pace della Santa Sede e del suo capo ha dovuto subire un primo duro smacco a seguito della crisi nel golfo Persico. Il 2 agosto 1990, l'esercito iracheno invade il piccolo emirato del Kuwait, segue l'annessione proclamata l'8 agosto dal governo di Baghdad dello stesso Kuwait, considerato ormai quale diciannovesima provincia irachena. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, con risoluzione n. 678 del 29 novembre 1990, autorizza gli Stati membri «ad usare tutti i mezzi necessari», se entro il 15 gennaio 1991 l'Iraq non applicherà le risoluzioni precedentemente emanate dello stesso Consiglio di Sicurezza, che obbligavano il governo iracheno a liberare lo Stato indipendente del Kuwait. Nel gennaio dell'anno dopo, allo scadere dell'ultimatum del Consiglio di Sicurezza, gli "alleati" iniziano una guerra per liberare il piccolo emirato.
La condanna dell'aggressione irachena al Kuwait da parte della Santa Sede è inequivocabile. All'Angelus del 26 agosto 1990, papa Wojtyla dice: «Siamo stati testimoni di gravi violazioni del diritto internazionale e della Carta dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, come dei princìpi di etica che devono presiedere alla convivenza tra i popoli ».
La Santa Sede diplomaticamente, e il pontefice anche con i suoi discorsi, hanno comunque tentato azioni per scongiurare una guerra nella regione, attirandosi l'inimicizia occidentale. Importante in questo senso è la precisazione che il segretario di Stato vaticano in pectore, monsignor Angelo Sodano, ha voluto fare il 3 ottobre 1990, alla dichiarazione finale dei trentacinque ministri degli Esteri sulla crisi del golfo Persico. Il diplomatico vaticano, nella sua precisazione, ha affermato anzitutto che la Santa Sede si oppone decisamente a soluzioni belliche; poi ha ribadito, citando il Libano e la Palestina, la necessità di rivedere i problemi dell'area; infine ha precisato che l'azione della Santa Sede non è espressamente politica, ma è rivolta principalmente a tutelare i diritti delle popolazioni assieme a quelli degli Stati.

Il 5 gennaio 1991, Giovanni Paolo invia una lettera ai ministri degli Esteri della Comunità Europea, riuniti a Lussemburgo. Scrive il pontefice: «Certo, la comunità internazionale non intende sottrarsi all'imperioso dovere di preservare il diritto internazionale ed i valori che gli danno forza ed autorità ma, allo stesso tempo, è chiaro che il principio di equità impone che dei mezzi pacifici come il dialogo ed il negoziato, prevalgano sul ricorso a strumenti di morte devastanti e terrificanti».
Incontrando il Corpo diplomatico, il 12 gennaio dello stesso anno, Giovanni Paolo fa una precisazione fondamentale: «nel campo dell'applicazione delle leggi internazionali, il principio ispiratore deve essere quello della giustizia e dell'equità. Il ricorso alla forza per una giusta causa sarebbe ammissibile solo se questo fosse proporzionale al risultato che si vuole ottenere e se siano soppesate le conseguenze che le azioni militari, rese sempre più devastanti dalla tecnologia moderna, avrebbero per la sopravvivenza della popolazione e del pianeta stesso».
Il pontefice non accetta che un eventuale intervento sia spudoratamente manovrato dagli americani. Così, sempre rivolgendosi ai diplomatici, Giovanni Paolo non perde occasione per esternare questo malcontento: «gli Stati riscoprono oggi, in particolare grazie alle diverse strutture di cooperazione internazionale che li uniscono, che il diritto internazionale non costituisce una sorta di prolungamento della loro sovranità illimitata, né una protezione dei loro soli interessi o anche delle loro imprese egemoniche. E' in verità un codice di comportamento per la famiglia umana nel suo insieme».

Per evitare il dominio di una sola superpotenza, il pontefice individua un'altra entità politica che le dovrebbe fare da contrappeso, l'Europa: «un dovere si impone: la solidarietà europea».
Il giorno dopo, domenica 13, all'Angelus si rivolge all'Iraq, «perché compia un gesto di pace che gli farebbe solo onore di fronte alla storia»; mentre a tutti gli «Stati interessati», Giovanni Paolo chiede d'organizzare «una Conferenza di pace che contribuisca a risolvere tutti i problemi di una pacifica convivenza in Medio Oriente». L'ultimo atto del papa, di
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L’incontro con Arafat
fronte all'incombere della scadenza dell'ultimatum e alle inconcludenti azioni diplomatiche, è l'invio di due messaggi personali: uno a Saddam Hussein, l'altro al presidente statunitense George Bush (senior). La Casa Bianca, sottolineando la sua disapprovazione verso la politica pacifista del pontefice, nega alla Santa Sede l'informazione sull'inizio della guerra. Sarà il presidente italiano Cossiga ad informare la Santa Sede dell'inizio dell'azione di polizia internazionale nel golfo Persico.
Durante la guerra del golfo Persico, Giovanni Paolo accuserà la comunità internazionale di non aver sperimentato tutte le possibilità per evitare la guerra, ricordando, allo stesso tempo, che anche la Terra Santa attende da molto tempo una giusta pace.

Giovanni Paolo e la guerra in Jugoslavia. Atteggiamento diverso ha avuto papa Wojtyla verso la guerra nell'ex Jugoslavia. Nel dopo guerra fredda, la Federazione jugoslava, sulla base delle rivendicazioni nazionalistiche dei suoi Stati, ha iniziato a smembrarsi; e lo ha fatto seguendo la via più cruda: la guerra civile.
Non appena inizia la guerra nella regione, la Santa Sede interviene ripetutamente per far arrivare le parti ad una soluzione negoziata. Il 28 giugno 1991 Giovanni Paolo scrive tre lettere, rispettivamente ad Ante Markovic (presidente della Lega Collettiva Jugoslava), a Franjo Tudjiman (presidente della Croazia) e a Milan Kucan (presidente della Slovenia). Purtroppo l'appello pontificio resta inascoltato.
La guerra, particolarmente cruenta, si ferma con gli accordi di Brioni, che sanciscono l'indipendenza degli Stati in lotta. Con grande attivismo diplomatico, la Santa Sede ha subito riconosciuto, il 13 gennaio 1992, le prime due nuove Repubbliche sorte dallo smembramento dell'ex Jugoslavia, la Slovenia e la Croazia Paesi con un cattolicesimo maggioritario stabilendo l'8 febbraio dello stesso anno normali rapporti diplomatici. Il 20 agosto ha fatto lo stesso con la Bosnia Erzegovina.
Con questi passi diplomatici affrettati, la Santa Sede ha abbandonato inspiegabilmente la tradizione che fino a quel momento aveva orientato la politica diplomatica vaticana, di rispettate il principio di non procedere ad alcun riconoscimento di Stati o di nuove frontiere se non in presenza di atti significativi da parte della Comunità internazionale, che avessero provveduto a consacrarne formalmente la legittimità sul piano giuridico internazionale. Il riconoscimento vaticano della Croazia e della Slovenia è stato comunque successivo all'annuncio del riconoscimento da parte della CEE (16 dicembre 1991), che poi avvenne ufficialmente due giorni dopo il riconoscimento della Santa Sede (15 gennaio 1992). Unico Stato che per prima riconobbe le due entità politiche fu la Germania che, il 23 dicembre 1991, compì il riconoscimento unilaterale della Croazia e della Slovenia. A parte le implicazioni politiche dell'azione diplomatica vaticana, ne sono conseguiti anche durissime polemiche tra alcuni patriarcati ortodossi (specie quelli di Serbia e Grecia) e la Santa Sede; tali contrasti hanno più che mai rincrudito la secolare avversione antiromana e antipapale del mondo ortodosso.
Non appena la Croazia si separa da Belgrado, i serbi residenti in questo Stato decidono di separarsi dalla Croazia. Il presidente croato Tudjman fa intervenire l'esercito per non perdere le province secessioniste; il presidente serbo Milosevic appoggia con i militari le aspirazioni della popolazione della Slavonia e della Krajna. Ovviamente il nazionalismo esasperato dei due Paesi rende le operazioni belliche particolarmente crudeli; peggio ancora il conflitto si configura quasi come una guerra di religione. Per questo, il 10 ottobre 1992, Giovanni Paolo invia al patriarca ortodosso serbo Pavle un messaggio: «Noi sappiamo bene», scrive il pontefice, «che il movente della guerra non è di indole religiosa, ma politica».

La Giornata di preghiera per la pace. Per scongiurare il pericolo che il conflitto appare come una guerra di religione, a gennaio del 1993 Giovanni Paolo invita musulmani, ortodossi serbobosniaci, ebrei, ad una giornata di preghiera per la pace. Ma gli ortodossi
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La visita in Giordania
serbi declinano l'invito. D'effetto furono le parole che papa Wojtyla usò in questo incontro interreligioso : «Le differenze che ci separano rimangono. Ed è questo il punto essenziale [...]: far vedere a tutti che soltanto nella mutua accettazione dell'altro e nel conseguente mutuo rispetto, reso più profondo dall'amore, risiede il segreto» della pace; «alle guerre ed ai conflitti vogliamo contrapporre [...] lo spettacolo della nostra concordia, nel rispetto dell'identità di ognuno».
Nel settembre 1994 il papa vuole recarsi a Sarajievo, ma deve rinunciare al progetto in quanto le forze Onu non sembrano garantire un'adeguata protezione per la guerra in corso. Il 16 gennaio 1993, nel corso dell'incontro d'inizio anno con i diplomatici accreditati in Vaticano, il pontefice si rivolge loro con queste parole: «La comunità internazionale dovrebbe mostrare maggiormente la sua volontà politica di non accettare l'aggressione e la conquista territoriale con la forza, né l'aberrazione della purificazione etnica». Continuando il suo intervento, il pontefice usa toni sempre più severi, affermando che, come la guerra d'aggressione e la distruzione morale e fisica dell'individuo, sono indegni dell'uomo, così «l'indifferenza pratica di fronte a simili modi d'agire è omissione colpevole». E' chiaro che per il pontefice è giunta l'ora di un preciso "intervento umanitario".
Una conseguenza di questa precisa presa di posizione vaticana, è stato il pieno appoggio della Santa Sede alla creazione di un Tribunale Internazionale per i crimini contro l'umanità commessi nella guerra nella Jugoslavia, istituito all'Aja il 26 maggio 1993, sotto l'egida dell'Onu.
Anche in questa occasione, Giovanni Paolo confida in un intervento mirato dell'Onu e dell'Europa. Purtroppo quest'ultima è politicamente divisa sulla questione: la Germania, filocroata, aveva interesse per un'egemonia economica tedesca nella regione; la Francia, filoserba, mirava anch'essa ad una direzione economica; l'Italia appoggiava il mantenimento della vecchia Jugoslavia, visti i rapporti economici che aveva intrattenuto col Paese.

Giovanni Paolo II e la Bosnia. La guerra, con tutta la sua crudeltà, continuava; anzi si estese anche in Bosnia Erzegovina, che a seguito di un referendum si proclamò indipendente. Questo Paese era un vero e proprio mescolanza di etnie, e il presidente musulmano Alija Izetbegovic tentò di islamizzare la nuova entità politica indipendente. La regione europea era nel caos totale, dove tutti combattevano contro tutti: la Croazia intervenne per difendere i croati dell'Erzegovina, la Serbia a sua volta si schierò per tutelare la minoranza serba, i musulmani bosniaci entrarono in guerra sia contro i croati sia contro i serbi.
Il 7 agosto 1992 Giovanni Paolo incarica il suo segretario di Stato di fare un'importante dichiarazione: «Per frenare questa guerra, per recare soccorsi alle popolazioni e per indagare sulle accuse di atrocità in campi di concentramento, per i quali la Santa Sede ha notizie più che sicure [...] gli Stati europei e le Nazioni Unite hanno il dovere ed il diritto di ingerenza, per disarmare chi vuole uccidere [...]. L'Europa che dovrebbe essere maestra di civiltà, dà il cattivo esempio. [...]. Perciò, altro che diritto di ingerenza! Noi cercheremo in tutte le istanze di attuarlo. E' un diritto in favore dell'umanità [...] e questo lo facciamo per tutti, cristiani e musulmani». L'Europa si era dimostrata inefficiente a livello politico, così il pontefice fa sapere che un intervento dell'Onu sarebbe appoggiato pienamente dalla Santa Sede.
A seguito del massacro di Srebrenica, il nuovo presidente della Francia, Jacques Chirac, a differenza del suo predecessore Mitterand, palesò un intervento nella regione; di fronte all'inconsistenza politica e militare dell'Europa, fu costretto a chiedere aiuto agli Usa. Il presidente americano Bill Clinton, accolse l'invito (a nozze!) francese e decise di intervenire. Gli USA, per liberarsi dall'obbligo di sottoporre le proprie iniziative al giudizio delle Nazioni Unite, decise di intervenire con la Nato, trasformando di fatto quest'ultima da alleanza militare difensiva contro un nemico che non esisteva più, il comunismo, in una specie di "Onu locale" incaricata di risolvere le crisi internazionali sulla specifica base degli interessi politici statunitensi.

Il 9 agosto 1995 iniziarono i bombardamenti della Nato contro i serbi. Durante tutta la guerra la Santa Sede non si pronunciò, dando precise disposizioni al quotidiano vaticano di limitarsi a esporre unicamente la cronaca dei fatti.
Giovanni Paolo era insoddisfatto di come era stata risolta la guerra nella ex Jugoslavia. Nel suo
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Giovanni Paolo II a colloquio
con l'iracheno Tarek Aziz
discorso all'Onu, per il cinquantesimo anniversario della sua istituzione, evidenziò: «Occorre che l'Onu si elevi sempre più dallo stadio freddo d'istituzione di tipo amministrativo a quello di centro morale, in cui tutte le Nazioni si sentano a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, famiglia di nazioni nella quale non esiste il dominio dei più forti». I problemi nella ex Jugoslavia non erano ancora terminati.
A seguito dei bombardamenti della Nato, Milosevic accettò di trattare e, il 21 novembre 1995, si conclusero gli accordi di Dayton, poi firmati a Parigi il 14 dicembre. Gli accordi, tuttavia, contenevano tutti i presupposti per una nuova guerra: la regione del Kossovo sarebbe restata sotto la sovranità serba. Milosevic decide di "serbizzare" il Kossovo, attraverso una campagna di pulizia etnica contro gli albanesi musulmani. Quest'ultimi si riuniscono nella formazione militare dell'Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), la quale ingaggiò un conflitto all'ultimo sangue. Infatti, se le milizie serbe massacravano gli albanesi, l'Uck sterminava la minoranza serba. Anche in questo caso l'Unione Europea ha dimostrato la sua inconsistenza politica e militare, abdicando all'intervento degli Usa. Alla Santa Sede non è restato che continuare a denunciare il dramma nella regione, condannando sia la violenza omicida dei serbi, sia quella degli albanesi.

Una posizione contraddittoria? Come mai Giovanni Paolo ha avuto atteggiamenti diversi nell'affrontare la crisi del golfo Persico e la crisi nell'ex Jugoslavia? Perché l'azione di polizia internazionale effettuata per liberare il Kuwait non è stata ben vista dal pontefice, mentre a distanza di poco tempo lo stesso papa ha sentito la necessità di chiedere un intervento nella Jugoslavia?
Per molti osservatori, quando papa Wojtyla annunciò la sua obiezione radicale alla guerra in Iraq, egli volle esercitare un ruolo attivo nel campo del dialogo con l'Islam, contrapponendosi ad una circostanza sfavorevole e ostile ai Paesi islamici. Alla domanda posta da Jas Gawronski, se si può parlare di un'evoluzione nel pensiero di Giovanni Paolo dal Kuwait alla Jugoslavia, il pontefice ha risposto: «Io ho sempre mantenuto la mia posizione contro la guerra, [...], cioè che la guerra diventa giusta quando è diretta alla difesa, perché ripeto, ognuno ha il diritto di difendersi. [...] ai tempi della guerra del Golfo, il problema si poneva un po' diversamente. A mio avviso, nella seconda fase, quella è stata una guerra non tanto di difesa ma di tipo punitivo».
Bisogna riconoscere che l'atteggiamento di Giovanni Paolo II sulla crisi e sulla guerra in Iraq non è sbagliato. L'aggressione irachena al piccolo emirato del Kuwait è indubbiamente un atto internazionalmente illecito; ma come lo sono l'occupazione israeliana della Cisgiordania e quella siriana del Libano, per le quali nessuno ha mandato eserciti per ripristinare lo stato di legalità. Se poi allarghiamo il nostro campo d'indagine, scopriamo che a questa lista si potrebbe aggiungere l'invasione del Tibet da parte della Cina comunista, dell'Afghanistan da parte dell'Urss (e poi degli Usa), di Panama da parte degli Usa. A questo punto è evidente che le motivazioni giuridiche, che hanno portato all'operazione di polizia internazionale nel Medio Oriente, decadono per far spazio a quelle economiche e politiche.

La globalizzazione solidale. In un mondo orientato verso il nuovo liberismo, nel pieno della globalizzazione economica e culturale, la Santa Sede e il suo capo sono ancora più presenti, a volte come punto di riferimento, a volte come voce d'opposizione. Giovanni Paolo è consapevole che la globalizzazione in se stessa non è un problema, piuttosto «le difficoltà nascono dalla mancanza di meccanismi efficaci per darle una giusta direzione» (dal discorso di papa Wojtyla all'assemblea plenaria della Pontificia Accademia per le Scienze Sociali, Città del Vaticano, 2 maggio 2003). La globalizzazione vede quasi completamente eliminato il controllo della politica sull'economia. Il mercato che sino ad ora è stato frutto di una precisa scelta politica, che ha dettato in qualche modo delle regole, ora viene a ritrovarsi orfano di tale influenza; quindi potrebbe dar luogo ad esiti non
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L'incontro con il presidente
spagnolo Zapatero
controllabili. E' per questo che papa Wojtyla sta cercando di stimolare questo processo, affinché possa essere meglio controllato a beneficio di tutti; perché, se la globalizzazione non è guidata da criteri di solidarietà, rischia di trasformarsi «in un nuovo tipo di colonialismo» (dal discorso di Giovanni Paolo all'assemblea plenaria della Pontificia Accademia per le Scienze Sociali, Città del vaticano, 27 aprile 2001).
Di fronte a questo pericolo, il papa ritiene urgente inserire la globalizzazione, nel più vasto contesto di un mirato programma politico ed economico, che persegua l'autentico progresso di tutte le popolazioni del pianeta, non solo a beneficio di pochi privilegiati. Perché, ammonisce Giovanni Paolo dinanzi all'assemblea plenaria della Pontificia Accademia per le Scienze Sociali (27 aprile 2001), questo processo potrebbe «suscitare reazioni estreme, portando al nazionalismo eccessivo, al fanatismo religioso e perfino ad atti di terrorismo». In definitiva, parafrasando le Scritture, se i primi sono i primi, i secondi resteranno ultimi, ma potrebbero ribellarsi. L'attacco subito dagli Usa sullo stesso territorio nazionale, potrebbe rientrare in questo contesto.

Wojtyla e il terrorismo. A seguito degli attacchi terroristici negli USA dell'11 settembre 2002, si sono manifestate posizioni diverse. Da un lato, tutti hanno condannato senza mezzi termini l'attacco, chiedendo di individuare, catturare, giudicare e punire i mandanti dell'atto terroristico; dall'altro lato, però, non tutti si sono trovati d'accordo sulla tesi che, per sconfiggere il terrorismo, si dovesse scatenare una guerra a quei Paesi che "coprono" tali persone.
La «lotta contro terrorismo», afferma papa Wojtyla nel "Messaggio" per la celebrazione della Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2004, non può essere soltanto «operazioni repressive e punitive»; il «pur necessario ricorso alla forza» deve accompagnarsi con una «coraggiosa e lucida analisi delle motivazioni soggiacenti agli attacchi terroristici» e con impegni «sul piano politico e pedagogico: da un lato, rimuovendo le cause che stanno all'origine di situazioni di ingiustizia, dalle quali scaturiscono sovente le spinte agli atti più disperati e sanguinosi; dall'altro, insistendo su un'educazione ispirata al rispetto per la vita umana in ogni circostanza». Nella «doverosa» lotta contro il terrorismo, continua Giovanni Paolo, «i Governi democratici ben sanno che l'uso della forza contro i terroristi non può giustificare la rinuncia ai princìpi di uno Stato di diritto. Sarebbero scelte politiche inaccettabili quelle che ricercassero il successo senza tener conto dei fondamentali diritti dell'uomo: il fine non giustifica mai i mezzi!».
Prima Bin Laden, poi George Bush junior, poi ancora Saddam Hussein, hanno voluto sacralizzare la propria guerra, arruolando Dio nei propri eserciti. Mentre Bin Laden, Bush e Saddam Hussein inneggiavano Dio per la propria battaglia, Giovanni Paolo chiedeva, allo stesso Dio, la pace! E' chiaro, questo diritto di arruolare Dio nei propri eserciti è una grandissima arroganza teologica e, se un Dio c'è, una suprema bestemmia.
Il presidente Usa, a seguito dei tragici fatti dell'11 settembre 2002, mette in moto la più grande macchina bellica di tutta la storia e dichiara guerra al terrorismo, decidendo di colpirlo dove si alimenta. Primo obiettivo è l'Afghanistan: la gravità dell'attentato ha configurato il diritto alla legittima difesa da parte degli Stati Uniti. Giovanni Paolo, consapevole di dover assistere ad una dura reazione americana, mette in moto la diplomazia vaticana.

Il papa bacchetta i potenti. Il 13 settembre 2002, giorno della presentazione delle credenziali del nuovo ambasciatore degli Usa James Nicholson accreditato presso la Santa Sede, il papa rivolgendosi al nuovo diplomatico, esterna la «sua partecipazione profonda al dolore del popolo americano»; aggiunge subito, preoccupato, «prego affinché questo atto disumano, risvegli nei cuori di tutti i popoli della terra la ferma determinazione a rifiutare la violenza e a combattere tutto ciò che semina odio e divisioni in seno alla famiglia umana e a operare per la nascita di una nuova era di cooperazione internazionale, ispirata ai più alti ideali di solidarietà, giustizia e pace». E' chiaro che il pontefice è preoccupato dello scontro tra civiltà che potrebbe nascere dalla dura reazione statunitense.
In seguito all'attacco contro l'Afghanistan (il 7 ottobre 2001), la Santa Sede puntualizza: una Nazione ha diritto alla legittima difesa, ma questa deve essere esercitata con un criterio ben preciso; l'uso della forza deve essere proporzionato alla ferita ricevuta; la guerra va fatta per giustizia e non per vendetta. Nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2002, tuonò il pontefice contro il pericolo di una guerra incontrollata e incontrollabile: «La responsabilità penale è sempre personale e quindi non può essere estesa alle Nazioni, alle etnie, alle religioni alle quali appartengono i terroristi».
Anche il 10 gennaio 2002, nel tradizionale incontro di inizio anno con i diplomatici accreditati in Vaticano, il papa coglie l'occasione per rimproverare la comunità internazionale: «La legittima lotta contro il terrorismo, di cui gli odiosi attentati dell'11 settembre scorso sono l'espressione più efferata, ha ridato la parola alle armi. Di fronte alla barbara aggressione e ai massacri si pone non soltanto la questione della legittima difesa, ma anche quella dei mezzi più adatti a sradicare il terrorismo, come pure quella della ricerca delle cause che stanno all'origine di simili azioni e quella delle misure da prendere per dare l'avvio a un processo di "guarigione", per superare la paura ed evitare che male si aggiunga a male, violenza a violenza. [...] il grande pericolo è che altre situazioni passino inosservate e contribuiscano a far sì che popoli interi siano abbandonati al loro triste destino». Wojtyla si riferisce agli scontri armati in Africa e in America Latina, ma soprattutto alla Terra Santa.

La guerra in Afghanistan e in Iraq. Pareggiati i conti con i Teleban, il governo statunitense decide di non fermarsi. Parte così la campagna di guerra contro quei Stati ritenuti "canaglia" (rogue States), perché alimentano il terrorismo internazionale,
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La visita in Bulgaria
detengono armi di sterminio di massa, disattendono il diritto internazionale. Primo Stato su questo elenco è l'Iraq di Saddam Hussein. Gli Usa, senza avere le prove di un presunto collegamento tra Baghdad e Osama Bin Laden, e senza la sicurezza che il governo iracheno possieda effettivamente armi di distruzione di massa, avvalendosi della teoria della "guerra preventiva" (preemptive war), inizia a preparare il suo esercito per affrontare quello di Saddam Hussein.
A settembre del 2003, il presidente Usa incarica il proprio ambasciatore accreditato presso la Santa Sede, James Nicholson, di organizzare un convegno per "convincere" il pontefice della legittimità della "guerra preventiva". La difesa delle opinioni statunitensi viene affidata al teologo Michael Novak. Ovviamente papa Wojtyla non si è fatto arruolare dagli americani, poiché la "guerra preventiva" è molto lontana dal concetto cristiano di "guerra giusta".
Mentre si avvicina una nuova guerra all'Iraq, papa Wojtyla non esita a ribadire, in maniera ossessiva, il secco no alla guerra preventiva, qualificandola come giuridicamente illegale, politicamente sbagliata, moralmente inaccettabile.
Non c'è nessun fondamentalismo pacifista nella posizione del pontefice. Da anni Giovanni Paolo va proclamando che guerra non sono solo i missili e i carri armati, ma ogni violazione dei più elementari diritti umani; che le ingiustizie generano conflitti striscianti. Per questo egli insiste nel chiedere a tutte le chiese locali veglie di preghiera, giorni di digiuno, per implorare la pace. Queste sono richieste che servono anche ad evitare tranelli politici e ad evidenziare il vero valore della pace nella forza spirituale. Parallelamente attiva la diplomazia a 360 gradi, presso i governi e le istituzioni internazionali. Papa Wojtyla invia il 15 febbraio 2003 il cardinale Etchegaray a Baghdad, per parlare direttamente con Saddam Hussein; riceve personalmente il 14 febbraio il cattolico ministro iracheno Tarek Aziz, su espressa richiesta di quest'ultimo; da disposizioni al suo nunzio apostolico negli Stati Uniti, monsignor Pio Laghi, per incontrare i rappresentanti del governo statunitense agli inizi di marzo. Incontra anche il 7 febbraio Joschka Fischer, il 18 Kofe Annan, il 22 Tony Blair, il 27 lo spagnolo José Maria Aznar e il delegato di Seyyed Mohamed Reza Khatami, capo del governo iraniano, il 4 marzo il presidente del Consiglio italiano.
Dal Vaticano fanno sapere che un attacco all'Iraq, compiuto unilateralmente e senza il consenso del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, sarebbe ingiustificato e, secondo le norme stesse che regolano la vita dell'Onu, configurabile come una guerra di aggressione, proibita oltre che condannata dalle convenzioni internazionali. Il ministro degli Esteri vaticano, il cardinale Louis Tauran, ribadisce che non esiste alcun principio di diritto internazionale che consente a uno Stato l'uso della forza per cambiare la forma di governo di un altro Stato.

Il papa e i diplomatici. I temi legati alla guerra e agli scenari nefasti della politica internazionale, tengono banco ai tradizionali incontri d'inizio anno con i diplomatici accreditati presso la Santa Sede. E' l'incontro del gennaio 2002 è un'altra buona occasione per far ascoltare alla comunità internazionale la voce del papa e quella della Chiesa cattolica tutta. Le parole del pontefice sono severe: «Il mondo sarebbe totalmente diverso se si cominciasse ad applicare, in maniera sincera, gli accordi scritti». Occorre recuperare la capacità di dialogo, l'esercizio nobile della diplomazia, la solidarietà e la cooperazione fra Stati, la buona volontà, la fiducia nell'altro, per «cambiare il corso degli eventi»; perché, continua papa Wojtyla, «ormai l'indipendenza degli Stati non può essere concepita, se non nell'interdipendenza». Il pontefice è preoccupato: « Per evitare di precipitare nel caos, mi sembra che si impongano due esigenze. Anzitutto recuperare in seno agli Stati e fra gli Stati il valore primordiale della legge naturale, che ha ispirato, un tempo, il diritto delle genti e i primi pensatori del diritto internazionale. [...]. Inoltre, l'azione senza sosta di uomini di Stato probi e disinteressati [...]. Il benessere materiale e spirituale dell'umanità, la tutela delle libertà e dei diritti della persona umana, il servizio pubblico disinteressato, la vicinanza alle situazioni concrete, precedono qualsiasi programma politico e costituiscono un'esigenza etica che è quanto di meglio possa assicurare la pace interna delle nazioni e la pace fra gli Stati». Per il vecchio papa, la vera pace non può essere assenza di guerra, ma «la conseguenza della giustizia sociale» (discorso al Corpo diplomatico, gennaio 2005).
Giovanni Paolo, costretto a sopportare il peso di un'altra croce, non esita alla vigilia del conflitto ad ammonire gli alleati occidentali: «Chi decide che sono esauriti i mezzi pacifici che il diritto internazionale mette a disposizione, si assume una grave responsabilità davanti a Dio, alla sua coscienza e alla storia».
Benché l'impegno, la guerra in Iraq c'è stata ed ha rappresentato, anche se solo simbolicamente, un altro "schiaffo d'Anagni" ricevuto da un papa.
BIBLIOGRAFIA
  • La crisi dimenticata della regione dei Grandi Laghi, di H. Delétraz, in La Civiltà Cattolica, quaderno 3674, 2003.
  • Un concilio per il mondo moderno. La redazione della costituzione pastorale Gaudium et spes del Vaticano II, di G. Turbanti - Il Mulino, Bologna 2000.
  • La fame nel mondo. Una sfida per tutti: lo sviluppo solidale, Pontificio consiglio Cor Unum, II, n. 28 - Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1996.
  • Assisi. Giornata mondiale per la pace. 27 ottobre 1986 - Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1987.
  • Una voce nel deserto, di T. Ricci, in 30 Giorni, n. 2, febbraio 1991.
  • La Saint Seige de l'ingérence humanitaire, di C. De Montclos, in Etudes, Paris 1994.
  • Il conclave. Storia e misteri, di G. Zizola - Newton & Compton, Roma 1993.
  • L'azione della Santa Sede nel conflitto bosniaco - Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1994.
  • Il mondo di Giovanni Paolo II, J. Gawronski - Arnoldo Mondadori, Milano 1994.
  • No a una guerra 'preventiva contro l'Iraq, editoriale de La Civiltà Cattolica, quaderno 3662, 18 gennaio 2003.
  • I documenti e i discorsi di papa Giovanni Paolo II, sul sito ufficiale della Santa Sede: www.vatican.va
*Questo articolo era già stato programmato prima che le condizioni di salute del Pontefice giungessero alla fase finale