Due nuovi libri (di Raoul Pupo e Claudia Cernigoi) sui fatti accaduti in Istria
e in Iugoslavia attorno alla metà degli anni Quaranta
STORIA DELLE FOIBE: UN DIBATTITO
O INFINITA POLEMICA VISCERALE?
di ALESSANDRO FRIGERIO
Quante furono le vittime italiane dei partigiani slavi? Quali le precedenti responsabilità fasciste? Fu pulizia etnica da entrambe le parti? Storici e pubblicisti a confronto sull'argomento. Con qualche forzatura ideologica di troppo.

La storia e le vicissitudini di quel lembo di terra nord-orientale
a cavallo tra l'Italia, la Slovenia e la Croazia non ha mai avuto grosso seguito tra gli storici italiani. Le foibe e la tragedia dell'esodo di 250 000 uomini, donne e bambini che risiedevano a Zara, Fiume e in Istria è quasi sempre stata affidata alle memorie degli esuli, riuniti in circoli o associazioni, o alla feroce polemica politica tra pubblicisti locali, che hanno utilizzato gli eventi come una clava per difendere l'italianità delle terre orientali d'Italia o il buon nome della resistenza comunista titina. Ai giorni nostri le barricate e le strumentalizzazioni non hanno cessato di venir meno. Ma di pari passo si sta assistendo, se non altro, a un recupero della memoria di quel periodo storico. Un recupero che con la recente istituzione della giornata del ricordo delle foibe vuole testimoniare le tragedie verificatesi negli anni di guerra lungo quel confine. Un recupero che, è nostro auspicio, potrà dare nuovi impulsi alla ricerca storica e – se non a chiarire aspetti che ancora rimangono oscuri e che forse lo rimarranno per sempre – a un dibattito meno ideologicamente inquinato.
L'esodo che colpì il quarto di milione di persone di cui dicevamo sopra ha però bisogno di essere inquadrato nel contesto più ampio dei rapporti tra popolazioni italiane e slave nei primi decenni del XX secolo. Senza tuttavia cadere nelle logica di una contestualizzazione interessata. Troppo a lungo, infatti, e già immediatamente dopo la guerra, quando i profughi giuliano-dalmati fuggivano dalle loro terre si è definita la loro tragedia come il giusto prezzo pagato dall'Italia per l'occupazione della Iugoslavia e per la sua feroce politica nazionalizzatrice.

Come se il motore primo andasse cercato solo lì e ogni evento successivo fosse nulla più di una reazione spontanea e fisiologica. In una sorta di sequenza causa-effetto che ha poi portato a un ulteriore atteggiamento: l'accusa di neofascismo, nazionalismo,
Clicca sulla immagine per ingrandire
Qui e sotto i due libri
sulle foibe usciti di recente
anticomunismo e antislavismo nei confronti di chi osasse parlare dell'esodo e delle foibe senza premettere un circostanziato riferimento ai crimini fascisti. Non può sorprendere, dunque, che la storia abbia poi dimenticato i profughi. Abbandonarono quella che fino a poco prima era stata la loro terra (e non l'oggetto di un'estemporanea conquista coloniale), nel timore di vendette e ritorsioni da parte del nuovo governo iugoslavo. Fuggirono per difendere la propria identità nazionale, un'identità che a lungo è stata vista come il primo elemento di un'equazione che unificava il patriottismo al nazionalismo e al fascismo.
Sulla storia rimossa dell'esodo e degli insediamenti italiani lungo l'altra sponda dell'adriatico ha scritto un interessante volume Raoul Pupo (Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Rizzoli 2005, pp. 334, euro 18,00), docente di storia contemporanea all'Università di Trieste che da più di un decennio indaga su quel periodo storico. Cercando di farsi strada tra i "miti" che la terra istriana sembra periodicamente generare per confondere le idee degli studiosi. Una delle caratteristiche della storia della frontiera giuliana, infatti, sembra proprio quella: «di aver favorito la creazione di miti politici dalla funzione importante e trasversale, all'interno di molte fra le culture politiche italiane del Novecento, di destra e di sinistra.

Pensiamo – primo fra tutti – al mito della "vittoria mutilata", che tanto contribuì all'affermazione del fascismo; e al mito dell'occupante pietoso e solidale durante la seconda guerra mondiale, divenuto stereotipo largamente diffuso tanto dalla memorialistica, quanto dai mezzi di comunicazione di massa, a cominciare dal cinema. D'altra parte, pensiamo anche al mito del movimento di liberazione jugoslavo, che a sinistra è stato a lungo considerato – e spesso rimpianto – come un esempio per tutti i movimenti resistenziali europei, o ancora al mito della Jugoslavia di Tito, capace di scegliere, pur all'interno del campo socialista, una strada autonoma rispetto all'Unione Sovietica».
La storia della presenza italiana nelle terre giuliane ha radici antiche (fatta eccezione per i modesti flussi migratori seguiti al 1918), ma si è limitata ai grandi insediamenti urbani, mentre le zone rurali interne sono sempre state a maggioranza slava. Una presenza, quella italiana, disposta sul territorio a macchia di leopardo. Anzi, nelle province di Trieste, Gorizia e Fiume la presenza italiana è sempre stata minoritaria, mentre è nella ragione istriana che i numeri salivano, con una consistente presenza anche in ambito contadino. In sintesi, una situazione di mescolanza etnico-culturale tipica di molte zone di confine, dove l'articolazione e la compenetrazione delle popolazioni autoctone si sviluppa per successivi accrescimenti.

Il passaggio della Venezia Giulia dall'Impero Asburgico al Regno d'Italia provocò una sorta di trauma per quell'area geografica, che da emporio del vecchio impero, aperto ai
Clicca sulla immagine per ingrandire
commerci sull'Adriatico e con il resto del mondo, andò a perdere tutto il suo retroterra centrorientale, entrando nel regno d'Italia dalla porta di servizio. L'unico destino che gli ambienti radicali dell'irredentismo e del nazionalismo triestino riuscirono a individuare per la città fu quello di una sorta di punta avanzata dell'imperialismo italiano verso i Balcani.
È in questo clima che va ad inserirsi la politica slavofoba del Regno d'Italia e del fascismo. Una politica che mirava ad eliminare la componente slava dall'amministrazione e dagli ambiti più schiettamente culturali (va osservato, per inciso, che durante il suo ultimo decennio di vita, per contrastare il fenomeno dell'irredentismo italiano l'Impero Asburgico aveva agito in modo uguale e contrario, favorendo cioè la componente slava e tedesca a scapito di quella italiana). Di suo il fascismo aggiunse la legislazione liberticida introdotta dopo il delitto Matteotti, che consentì, spiega Pupo, :«di sciogliere tutte le organizzazioni legali delle minoranze slovena e croata: partiti politici, circoli culturali, associazioni sportive, giornali e riviste. E là dove non arrivava lo Stato, a "ripulire gli angolini" erano sempre pronti gli squadristi, tant'è che ancora nel 1936 a Gorizia si poteva morire per aver diretto un coro di Natale in lingua slovena».

Nelle scuole, a partire dal 1928 furono abolite le classi in lingua slovena e croata, mentre sul piano economico fu smantellata l'efficiente rete cooperativistica e creditizia slava. L'italianizzazione forzata fu applicata nei nomi e nei cognomi, così come nei toponimi delle località.
E il risultato fu che tra le due guerre mondiali, grazie a questi mezzi di pressione, alcune decine di migliaia di sloveni e croati furono indotti ad abbandonare le loro case e a trovare rifugio nel nuovo stato iugoslavo. Il quale, da parte sua, era impegnato in un'analoga opera di snazionalizzazione verso gli ungheresi e gli albanesi che il trattato di pace aveva compreso nei suoi confini nordorientali e meridionali, così come nei confronti della presenza tedesca in Slovenia (Maribor, già Marburg, fu completamente abbandonata dal secolare insediamento tedesco). Negli anni Venti e Trenta il mondo balcanico si trasformò in un gigantesco laboratorio di ingegneria etnica e di "purificazione", nazionale in cui gli stati vincitori a Versailles, con sistemi diversi, tentarono di perseguire il mito della "purezza nazionale".
La guerra non fece che inasprire le tensioni accumulate. Con un un'ulteriore aggravante che andò a soffiare sul fuoco delle storiche rivalità etnico-nazionalistiche: la lotta ideologica.
Con la nascita del movimento clandestino antifascista istriano si realizzò infatti una saldatura tra il tradizionale nazionalismo croato, già sufficientemente ramificato nel territorio, e il rivoluzionarismo comunista, che con i successi dell'armata di Tito andava conquistando sempre maggiori consensi.

Queste due tendenze avevano come obiettivo non solo la liberazione del Paese dal nazifascismo, ma anche la cancellazione della storica presenza italiana nella regione. Perché negli italiani erano individuati, contemporaneamente, i portatori di un nazionalismo ostile e gli esponenti di un ceto cittadino borghese e imprenditoriale che non poteva non
Clicca sulla immagine per ingrandire
Esame di un corpo
estratto da una foiba
essere di ostacolo a una futura trasformazione marxistica della società. Negli ultimi anni di guerra in Istria e in Dalmazia l'italianità era vista come un tutt'uno col fascismo e il capitalismo.
Dopo il 25 luglio e l'8 settembre, nel clima di smarrimento e di feroci repressioni messe in atto dalle truppe nazifasciste (pare che le foibe siano state utilizzate anche da loro, oltre che dai partigiani comunisti), la percezione del pericolo incombente non sfiorò le autorità italiane, che sottostimarono la portata del movimento clandestino filoslavo.
Sul finire del settembre 1943 i diversi movimenti di liberazione e i consigli antifascisti per la liberazione della Iugoslavia emanarono una serie di proclami per l'annessione dell'Istria alla Croazia e di Gorizia, Monfalcone e Trieste alla Slovenia. Si trattò di atti eminentemente politici, unilaterali, che avevano bisogno però di trovare una conferma sul campo. Da un lato organizzando il controllo del territorio e, dall'altro, cercando di suscitare un consenso a internazionale attorno alle rivendicazioni.

Entrambi i risultati furono conseguiti nell'estate del 1944, quando il progressivo sgretolamento delle forze tedesche e italiane nell'area, e le difficoltà incontrate dall'esercito angloamericano a raggiungere il nord Italia e l'Europa centrale, rese possibile un migliore controllo del territorio, spalancando le porte al fatto compiuto dell'annessione. Sul piano diplomatico, in quella stesa estate Gran Bretagna e Unione Sovietica riconobbero Tito come loro interlocutore per la liberazione della Iugoslavia.
Ma l'armistizio del settembre 1943 segnò anche l'inizio di una fase di violenze dei partigiani slavi contro gli italiani in Istria. Antichi rancori, vendette private, uccisioni di gran parte dei funzionari legati al regime fascista o all'amministrazione civile italiana, eliminazione di ricchi possidenti: questa la logica di conquista del territorio che, come abbiamo visto prima, trovava il suo motore, oltre che nell'antifascismo anche in un forte sentimento nazionalista e in una mobilitazione ideologica di stampo rivoluzionario. Italiani come nemici del popolo, spiega Pupo. «Tale dizione rinvia immediatamente all'esempio rivoluzionario sovietico, proprio come al modello delle purghe staliniane rimanda la formula prescelta per la repressione, articolata sulla combinazione di campi di lavoro – che non si fece in tempo a realizzare – e sulla pena capitale, che venne invece comminata con larghezza. Com'è noto, nell'esperienza resistenziale jugoslava la voluta indeterminatezza della categoria di nemici del popolo si prestava a comprendere fra gli avversari da eliminare tutti coloro che non collaboravano attivamente al movimento di liberazione.

È evidente perciò che, fondato su tali premesse, lo spettro della repressione in Istria poteva dilatarsi a piacimento, e si spianava strutturalmente la strada a ogni sorta di abusi e deviazioni».
Tra questi vanno ricordate anche le foibe, cioè le cavità carsiche nelle quali i partigiani slavi gettarono soldati e civili italiani in almeno due riprese, attorno al settembre 1943 e poi nei primi giorni del maggio 1945.
Su quella vicenda getta nuova luce un volume di Claudia Cernigoi (Operazione "foibe" tra storia e mito, KappaVu 2005, pp. 308, euro 16,00), pubblicista triestina che analizza meticolosamente i numeri, spesso gonfiati, relativi alle uccisioni di italiani nelle foibe istriane. I dati diffusi negli ultimi decenni hanno sempre parlato, con una certa leggerezza, di 6-7000 italiani infoibati, senza però che a questi numeri corrispondessero prove certe. Spesso, infatti, nel termine "infoibamento" si sono comprese tutte le uccisioni nell'area giuliana, incluse le esecuzioni sommarie messe in atto dai partigiani titini e avvenute in luoghi diversi (ne furono vittime gli italiani in genere, civili, funzionari dello stato o militari che fossero). I conteggi, poi, come spesso accade in situazioni di guerra civile, sono stati eseguiti sulla base di testimonianze discordanti, o di notizie talvolta di seconda mano. E anche le operazioni di riesumazione non hanno dato grandi risultati, perché hanno permesso di estrarre solo poche decine di corpi. Le stime che propone l'autrice sono quindi decisamente più basse, attorno alle 6-700 vittime.

Ma ciò che stupisce nel volume della Cernigoi non è tanto il dibattito sui numeri, ma l'atteggiamento nei confronti dell'indagine. Che rimanda a quell'uso ideologico della storia cui accennavamo in apertura. E cioè a una ricostruzione del passato manovrata come un'arma contundente contro gli avversari di ieri e di oggi. Manca del tutto la serenità e il distacco storico, mentre abbonda una tensione antifascista più indicata a un clima da guerra civile culturale. In un saggio che si pretende "storico" desta infatti sorpresa – e un filo di imbarazzo – l'uso di frasi come queste: «Si sono calunniati e insudiciati i componenti delle forze partigiane: s'è ammazzata la verità storica. In tutti questi anni abbiamo assistito a una continua campagna stampa di criminalizzazione della lotta partigiana [...] ora la destra vuole la riabilitazione, la legittimazione per quello che è stato fatto dal fascismo, anche sotto gli ordini di Hitler. [...] questo rientra in quel disegno di revisionismo storico tendente a riabilitare i "vecchi" fascisti e legittimare quelli "nuovi", quelli che non hanno mai fatto ammenda del loro passato né intendono farla; quelli che non hanno mai condannato l'ideologia razzista, xenofoba, nazionalista, imperialista, corporativista del fascismo; quelli che però si trovano oggi nell'area di potere e sono ben intenzionati a rimanerci ad ogni costo».
E tutta la ricostruzione è pervasa da un livore inusitato. Ecco allora che chi sostiene che nelle foibe siano state uccise migliaia di italiani diventa automaticamente un propagandista nazionalfascista o, più sarcasticamente, un "foibologo".

Ecco allora che la politica fascista è dichiarata "etnocida", senza mezzi termini o giri di parole. Con il risultato che le testimonianze sui crimini fascisti sono attendibili a priori mentre quelle sui crimini slavi vengono smontate e contestate una ad una.
Nel lettore sorge quindi il dubbio che alla vicenda venga applicato una sorta di
Clicca sulla immagine per ingrandire
Riconoscimento di alcune salme
recuperate in un abisso istriano
giustificazionismo a corrente alternata, con annesse teorie complottiste a danno della verità. L'autrice sostiene infatti che sulle foibe i fascisti e il CLN diffusero notizie esagerate per screditare il movimento partigiano slavo. E che di conseguenza le successive uccisioni di alcuni membri del CLN da parte delle autorità partigiane slave deve inquadrarsi, spiega ancora, nell'ambito degli atti politico-amministrativi svolti da un'organizzazione che operava contro le attività eversive (cioè la presunta collaborazione col nemico). Ma a parte il fatto che un pubblicista di parte avversa potrebbe giustificare le atrocità nazifasciste come una reazione a fenomeni eversivi interni, è tutto l'intento riabilitatorio della lotta partigiana che rischia di scivolare nel grottesco. Ecco allora che l'occupazione slava di Trieste del maggio 1945 viene letta come un momento di stabilità e di ordine, che impedì regolamenti di conti o faide intestine. Ecco ancora il campo di prigionia Borovnica, di cui si racconta che i numerosi italiani rinchiusi (fascisti, militari e civili) furono vittima delle carenze igieniche causate dalla guerra (viene da chiedersi cosa succederebbe a uno storico se usasse lo stesso argomento per i campi di concentramento nazisti!).

La cultura del sospetto dell'autrice arriva poi a ipotizzare la longa manus fascista nella strage di Porzus, nella creazione del mito delle foibe e in gran parte degli avvenimenti del dopoguerra, tutti frutti di un complotto ordito da Gladio e dai servizi segreti. Una sorta di potere occulto – conclude con sorprendente disinvoltura – a cui il brigatismo rosso degli anni Settanta si oppose per evitare l'involuzione antidemocratica del Paese!
Ma torniamo al volume di Pupo e alla storia degli ultimi due anni di guerra. Le foibe e il clima da guerra civile suscitarono nelle popolazioni italiane prima stupore e poi terrore. E creò una sedimentazione di paure, alimentate dalle uccisioni e dai regolamenti di conti dell'immediato dopoguerra, che si trascinerà a lungo, fino a diventare memoria collettiva. Come è divenuta memoria collettiva il bombardamento alleato su Zara, città priva di qualsiasi interesse strategico. Tra gli esuli è ancora forte il sospetto (in parte confermato dai documenti) che le incursioni siano state sollecitate dal movimento di liberazione jugoslavo per "ripulire" un insediamento a larga maggioranza italiana.
Il fronte di liberazione slavo non faceva alcuna distinzione tra fascisti e antifascisti moderati, perché entrambi miravano a mantenere la sovranità italiana su quelle terre. Ma come abbiamo già detto sopra, lo spirito di rivalsa e il nazionalismo non bastano a spiegare gli eventi. Perché a complicare il quadro si inserì la componente ideologica, scompigliando equilibri e schieramenti.

Nelle parole d'ordine dei partigiani slavi c'era, oltre alla liberazione delle terre occupate dai nazifascisti e la presa del potere a Lubiana, Gorizia, Trieste e Klagenfurt, anche quella dell'insurrezione di stampo bolscevico. Le forze partigiane iugoslave si caratterizzavano infatti per la loro "corsa in avanti" verso la rivoluzione. In loro era già presente una visione politica da guerra fredda e nell'estate del 1944 gli Stati Uniti erano già visti come un nemico capitalista, alfiere di un imperialismo soffocante e antiproletario. «E l'interpretazione iugoslava dell'internazionalismo - spiega Pupo - con la sua
Clicca sulla immagine per ingrandire
Iugoslavi fucilati dall’esercito
italiano in Montenegro
sottolineatura del ruolo "oggettivamente" progressivo della lotta dei popoli oppressi, si prestava ottimamente a esprimere sia le rivendicazioni nazionali che la volontà di potenza del nuovo Stato che stava sorgendo, con grandi ambizioni e grandi sofferenze, dalla lotta partigiana».
Una prospettiva di lotta di classe che allettava anche molti comunisti italiani, che trovavano il modello rivoluzionario di Tito assai più seducente dei temporeggiamenti messi in atto da Togliatti in Italia. Si spiega così il motivo per cui la gran parte degli operai giuliani italiani fossero a favore di un'annessione alla Iugoslavia, dove le prospettive di instaurazione di un regime autenticamente comunista erano maggiori che non in Italia (la presenza delle truppe angloamericane avrebbe impedito qualsiasi evoluzione in tal senso).
Negli ultimi mesi di conflitto le forze partigiane del CLN e del PCI ostili all'annessione furono messe in minoranza. In parte per un'ondata di arresti da parte della polizia fascista, che ne decapitò le formazioni, in parte per la guerra intestina che gli dichiarò il IX corpo d'armata partigiano sloveno (l'eccidio di Porzus, con l'eliminazione fisica delle brigate di orientamento democristiano e azionista, si inserisce in questo contesto).

Quando Trieste fu liberata, nel maggio del 1945, tutte le forze partigiane erano allineate sulle posizioni annessionistiche del IX copo sloveno.
L'antifascismo giuliano non comunista non esisteva più. «Non solo infatti i poteri popolari creati dal movimento di liberazione jugoslavo posero tra i punti qualificanti della propria strategia la criminalizzazione e la persecuzione del CLN. Fatto ancor più grave, una componente fondamentale della stessa Resistenza italiana, quella di orientamento comunista, si espresse in favore dell'annessione alla Jugoslavia», opponendosi così alle stesse indicazioni di Togliatti.
Il ruolo degli Alleati nel impedire la consegna del capoluogo giuliano alla Jugoslavia fu fondamentale. Come disse Churchill, «[riuscimmo a] infilare un piede nella porta» prima che questa si chiudesse definitivamente. A ciò va aggiunto anche il relativo disinteresse sovietico, che si manifestò nello scarso appoggio dato alle imbarazzanti richieste di Belgrado (che nel frattempo aveva avanzato pretese territoriali nei confronti di Austria, Ungheria, Romania, Grecia, Bulgaria e Albania). Mosca infatti non era interessata a creare un'area di crisi in una zona che tutto sommato riteneva periferica.
In conclusione, il successivo esodo di più di 200 000 italiani dall'Istria e dalla Dalmazia non fu il frutto di una violenza spontanea da parte delle popolazioni slovene e croate, ma l'esito di un'ondata di panico scatenata dall'alto. Furono centinaia i prigionieri della RSI passati per le armi. Le ondate di arresti nei confronti di personalità più o meno compromesse col regime accrebbero ulteriormente i timori.

Non si trattò però di una vera e propria "pulizia etnica" (nonostante gli esponenti del fronte di liberazione sloveno si siano espressi più volte in tal senso), ma di un'operazione per sgretolare la saldezza della comunità italiana e combattere chiunque fosse contrario al nuovo potere popolare iugoslavo.
«Possiamo dire quindi – sintetizza Pupo – che per una serie di ragioni storiche e politiche riguardanti il passato (ossia le colpe del fascismo), il presente (cioè l'opposizione alle rivendicazioni slovene e croate) e anche il futuro (vale a dire la permanenza, data per scontata, dell'Italia nel mondo capitalista) da parte della dirigenza jugoslava il gruppo nazionale italiano della Venezia Giulia era ritenuto nella sua globalità, se non automaticamente nemico, perlomeno altamente sospetto».
BIBLIOGRAFIA
  • Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Rizzoli 2005
  • Claudia Cernigoi, Operazione 'foibe' tra storia e mito, KappaVu 2005
  • Francesco Semi, Istria e Dalmazia. Uomini e tempi, Del Bianco Editore 1991