L’aggressione contro il Paese africano (1935) era nei piani di Mussolini. Impresa
bellica a carattere economico che venne condotta ricorrendo ad ogni crudeltà
GUERRA FASCISTA CONTRO ETIOPIA:
UN ECCIDIO CON I GAS ASFISSIANTI
di SAMUELE TIEGHI
Agli inizi del 1935 s’intensificarono i preparativi per la guerra di Etiopia, che da più parti viene indicata come il primo vero conflitto dell’Italia fascista. L’Etiopia, più comunemente nota come Abissinia, giocava da tempo un ruolo importante nell’immaginario collettivo dell’italiano medio. D’altra parte bruciava ancora nelle coscienze il ricordo delle battaglie di Dogali (1887) e Adua (1896), culminate in sconfitte del Regio Esercito ad opera dell’armata del Negus Menelik. L’Etiopia era ufficialmente un grande impero, posizionato tra le colonie italiane dell’Eritrea e della Somalia; l’unico Paese africano ancora indipendente, sul quale non si erano mai posate le mire di nessuna potenza europea, fatta eccezione, naturalmente, per l’Italia umbertina.
L’Abissinia è grande sei volte l’Italia; i bassipiani sono poveri e aridi, mentre gli altipiani, i famosi acrocori, che raggiungono anche quote superiori ai 3000 metri, sono ricchi di vegetazione e di foreste. Verso la metà degli anni Trenta, le attività economiche erano principalmente legate all’agricoltura e alla pastorizia nomade, denotando la pressoché inesistenza di qualsivoglia attività industriale. Il commercio si basava sulla compravendita del bestiame, mentre ancora diffusa risultava la pratica della schiavitù, praticata soprattutto da mercanti di origine araba.

Le classi sociali erano dominate da un gran numero di ras (pressappoco corrispondenti ai nostri duchi), spesso in lotta con l’imperatore e con il diritto di riscuotere le tasse e di arruolare eserciti che ovviamente rispondevano solo alla loro autorità. Questa suddivisione del potere in tante realtà locali che ricorda da vicino le caste feudali,
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Truppe italiane in marcia (1935)
rivelava una latitanza del potere centrale alquanto rischiosa. Accanto ai facinorosi ras trovava posto la casta sociale dei sacerdoti cristiani - copti, il cui patriarca, abuna, viveva ad Axum, capitale spirituale dell’Etiopia.
L’Etiopia, infine, non era molto frequentata dai frengi, i bianchi,che spesso limitavano la loro presenza a missionari e avventurieri, tra i quali si era distinto nel traffico d’armi tra il 1880 e il 1891 il “poeta maledetto” Arthur Rimbaud.
Non si sa esattamente quando Mussolini cominciò a meditare per la prima volta la conquista dell’Etiopia; si può comunque affermare con un certo margine di certezza che i primi piani d’invasione furono predisposti a partire dal 1925.
Nel 1959 in un’intervista al quotidiano francese “Le Figarò”, Heilè Salassiè, imperatore d’Etiopia dal 1930 al 1975 sosteneva:
”Quattro anni dopo il mio [primo] incontro con Mussolini (1924), l’Italia e l’Etiopia firmarono un trattato di arbitrato e di amicizia; ma nello stesso tempo l’Italia fascista incominciava la sua lunga campagna di preparativi per invadere l’Etiopia. L’Italia non aveva mai smesso sognare una rivincita. Le sue azioni, presentate come amichevoli, del 1923, del 1924 e del 1928 erano state studiate soltanto per dissimulare meglio le sue vere intenzioni ed i suoi preparativi militari”.

Era questa politica, che risaliva alla vittoria etiopica del 1896, che condizionava tutto”. Inutile nascondere che il “complesso di Adua”, abilmente sfruttato in campo propagandistico, giocò un grosso ruolo nella questione etiope. Lo stesso trattato d’amicizia del 1928 era un aspetto della politica a due facce adottata da Roma nei confronti di Addis Abeba. Da un lato, l’Italia cercava di assicurarsi l’amicizia etiope attraverso trattati e accordi che favorissero l’espansione commerciale italiana. D’altro canto, la politica italiana era interessata alla destabilizzazione dell’autorità imperiale, attraverso un’azione “periferica” basata su appoggi e forniture d’armi ai riottosi ras locali spesso in lotta con l’imperatore”. (G. Candeloro, 1981).
Tuttavia qualcosa cambiò tra il 1928 e il 1930. Il trattato del 1928, ad esempio, impegnava i due Paesi a collaborare per la realizzazione della strada camionale Assab-Dessiè, da realizzarsi con capitali italiani. Il nuovo imperatore Heillè Salaissiè, riluttante a fornire al paese confinante una rapida via d’invasione, lasciò cadere il progetto della strada camionale. Si trattava di piccoli, ma reali segnali di un sostanziale cambiamento nelle relazione dei due Paesi.
Molteplici erano le ragioni che spingevano l’Italia verso la nuova avventura africana; in primo luogo la diffusa convinzione tra i gerarchi del fascismo, che il regime avesse disperato bisogno del prestigio conseguente a una vittoria militare, inoltre, la conquista del regno del Negus avrebbe permesso una dilatazione del territorio coloniale ove inviare parte della popolazione italiana in esuberante crescita.
Da qui il mito dell’Etiopia descritta come Eldorado, Paese che celava oro, petrolio e ogni materia prima di cui l’Italia era notoriamente sprovvista.
Ovviamente, le vere cause culminate poi nell’impresa etiopica vennero mascherate secondo schemi ben noti al colonialismo di matrice europea. Infatti la grancassa dei mass
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Truppe coloniali sfilano per le vie
di una città italiana – 1935
media cominciò a propagare il mito della “missione civilizzatrice dell’Italia fascista” nei confronti di una terra ove ancora si perpetrava il selvaggio costume della schiavitù.
Gli Etiopi erano incivili e inetti, condannati a un’esistenza da età della pietra. Mancavano loro le più elementari norme igieniche e la loro istruzione era pressoché inesistente. Il Negus era descritto in modo canzonatorio come un selvaggio che si aggirava con un ombrello come bastone da passeggio e una sveglia attorno al collo, mentre il suo popolo imbelle subiva le più spietate angherie della casta feudale dei ras.
Certamente la tesi civilizzatrice come giustificazione di un’aggressione armata già in quegli anni non convinceva più nessuno. Tanto meno quando a farne le spese doveva essere proprio l’Etiopia, colpevole di aver causato all’Italia una notevole perdita di prestigio.
Il tema della missione civilizzatrice era un argomento caro al colonialismo europeo, per cui irrinunciabile. Non bisogna dimenticare che nel 1935 erano ancora intatti enormi imperi coloniali creatisi principalmente nel corso dell’Ottocento. Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda, con la scusa della supremazia della civiltà europea avevano sottomesso popoli africani, asiatici e dell’Oceania.

Anche la Germania aveva avuto il suo effimero impero coloniale durato sino alla Prima guerra mondiale, quando il Trattato di Versailles aveva stabilito la sua spartizione tra Francia e Inghilterra, lasciando all’Italia, a detta di Mussolini, “solo le briciole”. Così le rivendicazioni italiane di un riconoscimento coloniale si innescavano nella mai dimenticata querelle della “vittoria mutilata”, che dal 1918 aveva rovinato i sogni di molti connazionali.
Sembra quasi superfluo aggiungere che la guerra, tanto persistente nei discorsi retorici del regime, diventava anche un banco di prova per l’Italia, che, dal 1934 in base a un decreto di Mussolini in veste di Ministro della Guerra, era stata “elevata” al rango di nazione militare la cui educazione bellica doveva cominciare dalla scuola elementare. D’altra parte era convinzione del Duce che “un popolo debba compiere uno sforzo guerresco ogni venticinque o trent’anni” e che, conseguentemente, l’educazione militare dovesse avere inizio all’età di otto anni.
I precedenti dell’avventura coloniale in Abissinia cominciarono nel 1934; certo Mussolini, come già visto, vagheggiava da tempo la conquista dell’Etiopia, ma fu solo grazie agli avvenimenti di quel anno che maturarono le condizioni per realizzare l’impresa.

Non si dimentichi che l’Etiopia era un membro della Società delle Nazioni, Lega ove Inghilterra e Francia giocavano un grosso ruolo. Inoltre in Africa Orientale vi erano rilevanti interessi coloniali anglo-francesi, il che faceva propendere verso una forte opposizione nei confronti del progetto italiano. Comunque il 1934 premiò soprattutto gli sforzi italiani. In primo luogo vi fu la questione dell’Austria; qui governavano i cristiani-sociali, guidati da Dollfuss, eletto cancelliere della Repubblica nel 1932 e che si trovò presto a lottare contro i nazisti austriaci e tedeschi. Questi ultimi erano risoluti a rovesciare il governo legale con l’aiuto dei camerati austriaci, con l’evidente scopo finale di favorire l’Anschluss. Così, quando nel il 25 luglio del 1934 Dollfuss fu assassinato dai nazisti durante un assalto alla Cancelleria, Mussolini ordinò a quattro divisioni di stanza in Veneto di schierarsi lungo il confine del Brennero con il compito di impedire un’eventuale invasione tedesca dell’Austria.
La Germania, troppo debole in quel momento, non se la sentì di sfidare l’avversario, rinunciando di fatto all’annessione e lasciando soli i nazisti austriaci ad affrontare la reazione governativa che si abbatté terribile.
Di fatto, Mussolini apparve l’unico statista europeo in grado di fronteggiare la Germania di Hitler e questo fatto ebbe un certo peso sul futuro sviluppo delle relazioni diplomatiche italiane, impegnate tra l’altro a perorare le rivendicazioni sull’Etiopia.

Nel dicembre dello stesso anno avvennero i fatti di Ual Ual. In una zona dell’Ogaden (regione etiopica prevalentemente abitata da somali) si trovavano i 359 pozzi di Ual Ual,
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Cartolina coloniale
contesi tra italiani ed etiopi, ritenuti di vitale importanza sia per le popolazioni nomadi dell’Ogaden sia per eventuali operazioni militari.
Questo territorio, il 5 dicembre, fu teatro di uno scontro armato tra le forze governative etiopiche dell’Ogaden e le truppe somale del Governo italiano di Mogadiscio. Alla fine dello scontro, che fece più di un centinaio di morti, quasi tutti etiopi, il governo italiano accusò Addis Abeba della responsabilità, pretendendo le scuse ufficiali, il pagamento di un’indennità, la punizione degli ufficiali responsabili dell’attacco e il riconoscimento di Ual Ual.
Il tutto finì sul tavolo della società delle Nazioni a cui si rivolse Heilè Salassiè, mentre dal gennaio 1935 cominciarono ad intensificarsi gli invii di materiali e di armi dall’Italia verso le colonie somale ed eritree.
Oltretutto, tra il 4 e il 7 gennaio 1935, si tennero a Roma i colloqui tra Mussolini e il Ministro degli Esteri Pierre Laval (futuro capo del governo della Repubblica di Vichy, fucilato come collaborazionista nel 1945), che portarono Mussolini a convincersi del disinteresse francese nei confronti delle pretese italiane in Etiopia. Laval, da parte sua, sostenne sempre che i colloqui avevano semplicemente ribadito l’impegno francese ad appoggiare le pretese italiane di espansione commerciale nella regione africana e nulla più.

Comunque, fraintendimenti a parte, Laval sembrava certamente più preoccupato di perdere l’appoggio italiano in funzione antitedesca che per le vicende etiopiche. Tale indifferenza è passata alla storia come "desistment" liberamente tradotto in idioma italiano come "mano libera".
Per di più, a favore di questa ipotesi cominciarono a pesare anche i risultati della Conferenza di Stresa tenutasi nell’aprile dello stesso anno.
Qui, i rappresentanti di Gran Bretagna, Francia e Italia si riunirono in un convegno, che portò alla creazione del cosiddetto “Fronte di Stresa”, nel quale si condannò il riarmo tedesco e si ribadì l’indipendenza austriaca. Tuttavia non si presero misure concrete contro Hitler, sicché quest’ultimo ebbe di fatto una notevole libertà.
Mussolini, forte della posizione assunta nei confronti dell’Austria nel giugno del 1934, seppe utilizzare a suo vantaggio le paure anglo – francesi, che facevano distogliere lo sguardo da qualsiasi altro problema. Così anche da Stresa il duce trasse un’ulteriore convinzione che sull’Etiopia l’intera SdN (Società delle Nazioni) avrebbe lasciato mano libera all’Italia. La questione etiopica fu abilmente evitata dai rappresentanti anglo-francesi, con la speranza che Mussolini, non avendola anche lui toccata, fosse d’accordo a concentrarsi sul pericolo tedesco. Ci fu, in verità, un’ammonizione informale nei confronti dell’Italia in base alla quale Francia e Inghilterra non avrebbero tollerato un’invasione dell’Etiopia, ma tutto finì lì. Mussolini fu ancora più convinto che le condizioni per l’impresa fossero ormai mature.

In realtà sia la conferenza di Stresa sia i dibattiti in seno alla Società delle Nazioni mostravano sempre più i sintomi di un prossimo decesso del sistema diplomatico internazionale sorto in seguito alla Prima guerra mondiale. Che Mussolini ormai avesse deciso per la guerra fu chiaro agli inglesi nel giugno del 1935, quando una proposta del Governo di sua Maestà Britannica finalizzata ad evitare il conflitto in Africa venne bruscamente respinta, provocando quasi un incidente diplomatico con Anthony Eden, Ministro degli Esteri e latore della proposta.
In queste posizioni risolute di Mussolini si scorge un atteggiamento determinato, che probabilmente gli derivava dalla sicurezza che i governi inglesi e francesi non si sarebbero mossi.
Tuttavia nessuno poteva assicurare Mussolini che l’invasione dell’Etiopia non avrebbe scatenato le ire dell’opinione pubblica mondiale e non scosso i già fragili nervi dei rappresentanti in seno alla SdN.
“Sfortunatamente Mussolini fu ingannato dai suoi collaboratori, i quali giocando sulle sue speranze, suggerirono che in Francia e in Inghilterra, l’opinione pubblica si sarebbe schierata al suo fianco” (Mack Smith, 1976). Inoltre, a confermare le convinzioni del duce sulla neutralità britannica, intervenne anche un rapporto top secret di provenienza inglese, mentre, poco tempo, dopo il SIM gli fece sapere che la Home Fleet, (flotta del mare del Nord) inviata nel Mediterraneo il 20 settembre, nonostante le sue 144 unità, era a corto di munizioni e che difficilmente avrebbe ostacolato le azioni italiane. Tutto ormai sembrava propendere per l’invasione.

Per dare inizio alle operazioni bisognava attendere la fine delle piogge autunnali, dopo di che l’esercito italiano sarebbe penetrato in territorio nemico da Nord (Eritrea) e da sud (Somalia), con l’evidente intento di impegnare l’esercito del Negus su due fronti
Contemporaneamente la diplomazia italiana tentava di mescolare le carte sul tavolo della SdN, giustificando le imponenti spedizioni di materiale bellico come azione di tutela del territorio eritreo, minacciato da una, quanto mai fantasiosa, aggressione etiopica.
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Manifesto celebrativo della giornata
della fede
- 18 novembre 1936
L’aggressione, a questo punto, se ci fu, fu solamente italiana. La mattina del 3 ottobre 1935, senza dichiarazione di guerra, violando un certo numero di trattati, la guerra ebbe inizio. Centomila uomini, guidati dal generale De Bono, quadrunviro della Marcia su Roma e veterano di Dogali, raggiunsero il fiume Mareb, che segnava la frontiera settentrionale tra Etiopia e Eritrea. Il Mareb giocava un altro ruolo nell’immaginazione del fante italiano: era la frontiera della vergogna, mito negativo alimentato dal “complesso di Adua” e dalle sconfitte dell’Italia umbertina e liberale (A. Del Boca, 1965). L’avanzata inizialmente fu agevolata da una resistenza pressoché inesistente, dato che le forze etiopiche si erano ritirate nell’interno adottando la vecchia tattica abissina di far allontanare il più possibile i soldati dai rifornimenti
Le forze italiane comprendevano cinque divisioni dell’esercito e cinque divisioni di camicie nere, sostenute da una nutrita artiglieria e una moderna aviazione che si dimostrerà spesso determinante nelle azioni belliche,

Nonostante la rapida conquista di Adua, Adigarat e Macallè, due mesi dopo l’inizio delle ostilità, Mussolini decise la sostituzione di De Bono con il maresciallo Badoglio. Il provvedimento probabilmente fu generato dai contrasti con il duce sulla conquista dell’Amba Alagi e dalla contemporanea sfiducia manifestata all’anziano ufficiale da vari settori del partito.
Le dimissioni di De Bono furono raddolcite con la promozione al grado di maresciallo, secondo l’antica lezione del promoveatur ut moveatur. D’altra parte stando alle parole di un autorevole storico come Mack Smith: “… De Bono stava dimostrandosi, come comandante, una scelta sbagliata. Aveva sessantanove anni e non era che un soldato dilettante, timido e privo di fantasia”.
Comunque inizialmente il suo sostituto non ebbe vita facile. Badoglio giunse in colonia il 26 novembre e praticamente non riprese l’iniziativa fino al 20 gennaio, il che permise alle armate dei ras di riconquistare parte del territorio perduto.
Oltre al significato psicologico, le prime operazioni belliche in territorio abissino generarono presto dure ripercussioni a livello internazionale. Velocemente anche il supposto disinteresse francese venne meno per colpa di Mussolini, che non si prese neanche il disturbo di organizzare un falso incidente di frontiera per mascherare l’attacco italiano. Laval, che nel corso dei colloqui di Roma aveva abbracciato la politica del “desistment”, fu messo nell’impossibilità di difendere l’intera operazione.

Venuto meno l’appoggio francese, il 7 e l’11 ottobre il Consiglio della SdN dichiarò l’Italia stato aggressore e deliberò il 18 novembre le sanzioni economiche appoggiate da ben 52 nazioni. Solo Austria, Ungheria e Albania si dichiararono contrarie.
Le sanzioni prevedevano, tra l’altro, il divieto di concedere prestiti e aprire crediti all’Italia, il divieto di importare dall’Italia ed esportare verso di essa materiali utili all’industria bellica, il che comprendeva un vero e proprio embargo contro armi e munizioni provenienti da qualsiasi Paese. Curiosamente nella lista delle merci soggette a interdizione non comparivano il petrolio ed altre materie prime, il che alimentò la resistenza italiana. In ogni caso non mancarono i casi di defezione alla risoluzione della SdN. Germania e Usa, usciti precedentemente dalla SdN, si dichiararono estranei alla questione e disposti soltanto a rispettare il divieto imposto sulle dotazioni di materiale bellico.
Se queste disposizioni fossero state osservate rigorosamente, probabilmente l’Italia avrebbe avuto non pochi problemi a proseguire l’impresa. Un esempio basti per tutti: la sola chiusura del canale di Suez avrebbe immobilizzato ogni azione italiana “col risultato di render noto ai dittatori che le manovre bellicistiche venivano punite”. (Mack Smith, 1976).
Le sanzioni economiche furono abilmente aggirate col tacito consenso di Francia e Inghilterra che mai si sarebbero impegnate a fondo nella difesa dell’Etiopia. Nessuno voleva combattere per un paese così lontano e soprattutto nessuna nazione avrebbe mai consentito di dare un nuovo scossone ai già precari equilibri europei.

Paradossalmente, le sanzioni fecero il gioco del regime fascista. La splendida occasione di presentare l’Italia come paese vittima dell’assedio economico di 52 nazioni, fu presto sfruttata per frantumare l’ultimo residuo di resistenza al fascismo in Italia. L’azione propagandistica ebbe gioco facile ad accusare le democrazie occidentali,
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Vittime etiopi di gas venefici
sganciati dall’aviazione italiana
presentate all’opinione pubblica come decadenti, infiacchite e risolute nel voler negare il giusto diritto degli italiani di assicurarsi “un posto al sole”. L’Inghilterra in modo particolare fu dichiarata principale nemica del popolo italiano e per l’occasione venne definita con una perifrasi ormai celebre: “perfida Albione”. Primi segnali di una spaccatura tra Italia e Gran Bretagna destinata ad avere un triste seguito negli anni futuri.
Gli effetti della propaganda non si fecero attendere. Cominciarono a susseguirsi manifestazioni a sostegno del governo, giungendo a proclamare il 18 dicembre 1935 “giornata della fede”. In quel giorno, sulle note di “Faccetta nera”, furono donate le fedi nuziali alla Patria, obbedendo alla richiesta di sostenere lo sforzo bellico destinando oro alla nazione. L’effetto psicologico di tale gesto non deve essere sottovalutato ed è ben lungi dall’essere sdoganato con la semplice etichetta di manifestazione esteriore. Per molte coppie, la fede nuziale rappresentava uno dei rari oggetti preziosi di famiglia. Donarlo significava adempiere controvoglia ad un doloroso ordine, al punto che chiunque potesse permetterselo, acquistava un anello da donare in sostituzione dell’originale. La raccolta dell’oro, che proseguì per diversi giorni dopo il 18 dicembre, fruttò al Governo circa 500 milioni di lire.

Non si sa quanto “oro donato alla patria” sia finito, come già allora si disse, nelle tasche dei gerarchi preposti alla raccolta stessa. In ogni modo per il regime fu un grande successo propagandistico e politico, che fu clamorosamente esaltato come prova di adesione delle masse del popolo italiano alla politica di espansione voluta da Mussolini” (G. Candeloro, 1981).
D’altra parte cominciavano a sentirsi gli effetti di tredici anni di propaganda. Basta rendersi conto che molti di quelli che poi diventeranno decisi oppositori antifascisti, scopriranno proprio attraverso quell’esperienza i lati oscuri del regime. Ma prima di allora, tutti partirono convinti d’incarnare l’avanguardia della civiltà, perfettamente omologati a un modello di sviluppo basato sulla prevaricazione e sul pregiudizio. Per la conquista dell’Abissinia si rispolvera l’usato costume del crociato, avanguardia di una nazione proletaria alla ricerca del suo “giusto posto nella storia”.
L’avventura coloniale sembrava accontentare tutti: gettava speranza per i futuri posti di lavoro che si sarebbero creati, illudendo la mai carente schiera di disoccupati. Alimentava le attese degli operai, allettati dalla paga quotidiana di 45 lire, che era quanto guadagnavano in una settimana; venivano poi gli industriali sempre pronti ad accaparrarsi le commesse governative che uno sforzo bellico comporta e, last but not least, i gerarchi.
Questi ultimi,annoiati dalla routine quotidiana dei vuoti tributi al regime, presto si precipitarono in Africa, desiderosi di fare incetta di “prebende e benefici”.

Tra i primi ad accorrere al richiamo ci furono il ministro Piero Parini, Attilio Teruzzi, Carlo Scorza, Gherardo Casini, Giuseppe Bottai e Nino Dolfin. Si aggiunsero in seguito Galeazzo Ciano. Il “delfino” del regime formò con Alessandro Pavolini una squadriglia aerea nota con il nome di “Disperata”, rievocando la tristemente famosa squadra d’azione che tanto terrore generò nella Firenze dei primi anni Venti e di cui lo stesso Pavolini fece parte.
Una nota a sé meritano Roberto Farinacci e Achille Starace che si precipitarono in Africa Orientale con il palese intento di farsi propaganda.
Il primo ricevette una medaglia al valore militare per aver perso una mano in combattimento. Più tardi, tra le alte sfere, girerà la vera versione dell’episodio: l’arto era stato ferito da una granata, mentre pescava con esplosivi nel lago Tana.
Il secondo consegnò le sue gesta africane a un libro dal titolo “La marcia su Gondar”, in cui il segretario del PNF narrava le azioni temerarie che poco avevano a che fare con la realtà. Anzi una testimonianza non lusinghiera di Starace in Etiopia ce la fornisce Giuseppe Bottai, affermando nel suo diario: “ Galeazzo [Ciano] mi à detto di Starace, che à voluto, in quel di Gondar, personalmente “lavorarsi” (giuro che deve avere adoprato questa espressione, che appartiene al formulario dell’ironia borghese) un gruppo di prigionieri. Fattolo disporre in fila davanti a sé, cominciò un tiro al bersaglio, centro il cuore. Abilissimo, centrava sempre. Al quarto si fermò: “Così soffrono troppo poco”, osservò con aria d’intenditore. E, dal quinto, puntò prima ai testicoli, e, poi, ma solo per finire le sue vittime, al cuore. Testimoni oculari hanno raccontato questi dettagli. Naturalmente, poiché non se ne deve parlare, tutti ne mormorano”.

In Patria, intanto, furono richiesti numerosi sacrifici agli italiani, senza distinzione di ceto o classe, limitando il consumo della carne, dell’energia elettrica, della lana e della benzina. Ma l’effetto propagandistico fu comunque notevole.
Addirittura alcuni esuli antifascisti come Sem Benelli, Vittorio Emanuele Orlando, Arturo Labriola rientrarono in Italia, pronti a mettersi al servizio della Patria nel momento del bisogno.
Mussolini sembrava proprio aver convinto tutti. Così il 18 dicembre, pochi probabilmente si
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Aereo italiano con un carico
di bombe all’iprite
stupirono sentendo le parole del duce (pronunciate all’inaugurazione di Pontinia) in cui si ribadiva la ferma decisione di non cedere alle sanzioni diplomatiche, rigettando il nuovo piano anglo - francese Laval - Hoare di risoluzione della questione etiopica.
Tra il gennaio e il maggio del 1936, la guerra conobbe la sua seconda fase. Badoglio si dedicò principalmente al consolidamento delle conquiste territoriali, rimandando alla metà di gennaio qualsiasi azione offensiva.
Gli abissini approfittarono della stasi sul fronte settentrionale per dare inizio a una serie di azioni controffensive, che portarono alla fortificazione del fronte all’altezza di Macallè, all’occupazione delle regioni dello Scirè e del Tembien.
Insomma non si poteva certo dire che la situazione bellica fosse delle migliori, se a salvare la faccia non fossero intervenuti i successi militari ottenuti sul fronte meridionale dal generale Graziani. Quest’ultimo grazie a massicce azioni offensive sostenute da bombardamenti in cui fecero la comparsa le bombe all’iprite e altri gas asfissianti, riuscì a penetrare per 400 chilometri e ad occupare Neghelli.

A nord, l’iniziativa passata in mano italiana innescava una serie di battaglie. La prima venne combattuta a Tembien tra il 20 e il 24 gennaio 1936 e aveva come scopo quello di bloccare una probabile controffensiva etiopica. In seguito si ebbe la battaglia Endertà (10-15 febbraio) che portò alla pressoché totale distruzione dell’armata al comando del celebre ras Mulughietà.
L’avanzata italiana da questo momento si arrestò solo ad Addis Abeba.
Nella seconda battaglia del Tambien ( 27-29 febbraio) e nella battaglia dello Scirè (29 febbraio – 3 marzo) furono duramente colpite le armate dei ras Sejum, Cassa, Immirù. Badoglio fu così in grado di oltrepassare l’Amba Alagi, che tra l’altro rappresentava la massima espansione italiana del 1895. In qualche modo il “complesso di Adua” era stato superato.
Infine nella battaglia di Mau Ceu (31 marzo), detta anche del lago Ascianghi, venne sconfitta l’ultima armata etiope al comando dello stesso Negus.
Innegabile il valido aiuto dato alle armi italiane dall’aviazione e dall’uso dei gas asfissianti. I dubbi sulla presunta falsità di tale utilizzo, che in passato generò polemiche e che ispirò la famosa querelle tra Indro Monanelli e lo storico Angelo Del Boca di qualche anno fa , oggi sembrano essere stati fugati. Che l’aviazione italiana abbia usato gas venefici e altri strumenti di natura batteriologica è oggi fatto indiscutibile, peraltro confermato da numerose prove oggettive (si pensi solo ai telegrammi di Mussolini a De Bono, Badoglio e Graziani in cui si autorizzano le forze armate ad utilizzare tutti i mezzi per ottenere la vittoria compresi i gas e le armi batteriologiche).

Dopo Mai Ceu il Negus si ritirò verso Addis Abeba senza combattere e rifiutando qualsiasi contatto con le autorità italiane. Raggiunta la capitale il 30 aprile, due giorni dopo decise di lasciare il paese per un esilio volontario. Giunto a Gibuti, qui si imbarcò su una nave da guerra inglese.
Il fatto di non voler trattare la resa da parte di Heillè Salaissè fu di determinante importanza per gli anni a venire, ma di fatto lasciò campo libero a Mussolini in Etiopia per alcuni anni.
Badoglio entrò nella capitale il 5 maggio, riportando la tranquillità in una città che da tre giorni subiva saccheggi e uccisioni da parte degli shiftà (banditi). Il 9 maggio le truppe di Graziani occuparono Dirè-Daua sulla ferrovia Gibuti-Addis Abeba, dove si ricongiunsero con i soldati di Badoglio, giunti in treno da Addis Abeba.
Lo stesso giorno, Mussolini annunciò solennemente la proclamazione dell’Impero, di cui Vittorio Emanuele III assumeva ufficialmente la corona. La questione etiope ebbe numerose appendici dopo la sua apparente conclusione. In primo luogo restava aperta la questione delle sanzioni economiche che, pur non strangolando l’Italia come andava lamentando la propaganda, risultavano comunque fastidiose, senza considerare che restavano comunque uno spiacevole ostacolo per la diplomazia italiana.
Sul fatto che le sanzioni fossero ormai fuori luogo, convennero anche le diplomazie inglesi e francesi, convinte dalla disponibilità di Mussolini a giungere a nuovi accordi.

Fu presto deciso di abolire le restrizioni economiche, ma non prima che il 30 giugno 1936 il deposto Negus tenesse un accorato discorso davanti al consesso della Società delle Nazioni. Il Negus parlò con accenti commoventi a tutto il mondo perché la sua patria non
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Manifesto del “Moretto”, rimedio
alle sanzioni economiche.
venisse abbandonata dai paesi civili. Era allora, come lo ricorda Leonard Mosley: “… un personaggio minuto e patetico, con il mantello che quasi gli cadeva dalle spalle curve, un uomo stanco e ammalato per i disastri provocati dalla guerra”. Eppure riusciva, anche in quel momento, a conservare la dignità di un vero imperatore, quando, severo, denunciava: “Mai, sinora, vi era stato l'esempio di un governo che procedesse allo sterminio di un popolo usando mezzi barbari, violando le più solenni promesse fatte a tutti i popoli della terra, che non si debba usare contro esseri umani la terribile arma dei gas venefici”. Prima di cominciare a parlare, il Negus venne interrotto da numerosi fischi provenienti dai giornalisti italiani, precedentemente forniti di fischietti da alcuni diplomatici. L’Italia fascista accoglierà come eroi, al loro rientro, gli autori di questa vile azione.
In ogni modo, le parole del Negus servirono a poco; infatti le sanzioni vennero definitivamente abolite il 6 luglio con il voto a favore di 44 nazioni. La guerra tuttavia non cessò, trasformandosi presto in guerriglia, destinata a continuare sino alla definitiva perdita della neo - colonia africana da parte dell’Italia nel 1941.

Già il 9 maggio mentre Mussolini proclamava l’impero e le truppe di Badoglio si congiungevano con quelle del generale Graziani a Dirè-Daua, i guerriglieri interruppero le comunicazioni ferroviarie subito dopo il passaggio della colonna di Badoglio.
Quest’ultimo, lasciò l’Etiopia il 21 maggio, passando le insegne del comando a Graziani, nominato vicerè e incaricato di pacificare il paese e di reprimere la guerriglia, che, comunque, non venne mai eliminata del tutto.
Qualche parole conclusiva può essere certamente spesa sul costo umano e materiale della guerra. Nel 1938 cominciarono a circolare le cifre sulle perdite umane. L’esercito italiano ebbe 2.317 morti, a cui vanno aggiunti 88 morti nella marina mercantile e 453 operai scomparsi per malattie o altre cause. Il numero dei feriti ammontava a circa il doppio.
E’difficile stabilire con certezza le perdite etiopi soprattutto per la carenza delle fonti e la difficoltà nello stabilire la loro credibilità. Le stime italiane parlano di circa 70 mila morti, anche se Adis Abeba riporta una cifra molto diversa, 275 mila morti, tra cui molti civili.
Il costo materiale della guerra, secondo un documento ufficiale etiopico, è di 26.813.155 sterline. A questa cifra va aggiunto il bestiame distrutto, valutato in 44 milioni di sterline. Senza considerare la perdita di “5 milioni di buoi, 7 milioni di ovini, 1 milione di cavalli e muli, 700 mila cammelli. In 2 milioni di sterline è valutato il costo delle 2.000 chiese bruciate, dei libri e dei dipinti andati perduti e in 10 milioni e mezzo il costo delle 525 mila case e capanne distrutte”. (www.anpi.it/colonie/etiopia_costi.htm)
BIBLIOGRAFIA
  • Diario 1935-1944, di Giuseppe Bottai - Rizzoli, Milano 1982.
  • La guerra d’Abissinia 1935-1941,di Angelo Del Boca - Universale Economica Feltrinelli, Milano 1965.
  • Il Fascismo e le sue guerre, di G. Candeloro, in Storia dell’Italia moderna, vol. IX - Feltrinelli, Milano 1978.
  • Faccetta Nera, di A. Petacco - Mondadori, Milano, 2003.
  • Le guerre del duce, di Denis Mack Smith - Editori Laterza, Bari 1976.
  • La chiamavamo Patria, di S. Bertoldi - Milano, 1989.
  • Il Negus, di Leonard Mosley - Longanesi, Milano1964.
  • I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d'Etiopia, di Angelo Del Boca - Editori Riuniti, Roma 1996.

Si vedano inoltre, sugli arretrati di STORIA in network, i seguenti articoli:

Sull’attentato al Maresciallo Graziani : “Carneficina fascista in Addis Abeba”, Matteo Sommaruga, n. 55.
Sulla campagna di stampa organizzata dal fascismo: “Salutate e andate in Abissinia”, Ermanno Tancredi, n. 30.
Sulle vicende successive alla perdita della colonia etiope: “L’Impero italiano costò sangue, rese zero, finì nel ridicolo”, Ilaria Tremolada, n. 77.
Le immagini sono state prese da:

http://www.zadigweb.it/amis/foto.asp?id=101&idfot=181
http://www.anpi.it/colonie/etiopia_costi.htm
http://utenti.lycos.it/etiopia/Guerra%20d-Etiopia%20ottobre%201935%20-%20maggio%201936-82.htm
http://www.archiviostoricounibo.it/Template/listImmagini.asp?IDFolder=158&LN=IT
http://www.regiaaeronautica.it/livree_1.htm

A questi siti si rimanda anche per eventuali approfondimenti.