Un popolo che vive secondo codici scomparsi presso altre genti, e in particolare
tiene in grande considerazione l’onore e l’identificazione nel clan patriarcale
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CECENIA: DA SEMPRE IN GUERRA
PER STARE IN PACE. SENZA TIRANNI
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LA SCHEDA
La Repubblica Autonoma di Cecenia è una repubblica autonoma soggetto della Federazione Russa. situata nel cuore del Caucaso, ha una popolazione di poco superiore al 1,2 milioni di abitanti, appartenenti ad un proprio gruppo etnico-linguistico (Nakh), che li differenzia dagli altri popoli caucasici prevalentemente di etnia iranica e turcomanna. Di religione islamica (sunnita) vivono secondo codici scomparsi presso altri popoli, e in particolare tengono in grande considerazione l’onore e l’identificazione nel clan patriarcale. Altro aspetto importante – e anche inquietante – è la sacralità che i ceceni riconoscono alla “vendetta”. In merito a quest’ultima usanza (oramai assunta a prassi per la regolazione di conflitti tra persone e clan, sebbene fosse quasi scomparsa in epoca sovietica) essa è obbligo di ogni membro del clan, come pure si trasmette da una generazione all’altra.
La repubblica ha un’importanza strategica in quanto nel proprio territorio passano gli oleodotti che portano verso l’occidente parte del petrolio della Federazione Russa (alcuni parlano del 13% di quanto estratto) e in futuro questo traffico potrebbe aumentare, anche in considerazione dello sfruttamento dei giacimenti dell’Asia centrale ex-sovietica (Kazakhstan, Turkmenistan, Azerbaidjan) da parte sia delle compagne miste (con società occidentali) sia da parte dei colossi russi del settore.
LA RUSSIA NEL CAUCASO:
RIVOLTE NAZIONALISTE E RICONQUISTE ZARISTE
Il primo contatto tra Mosca e la Cecenia può essere fatto risalire alla seconda metà del XVI secolo. Cessato il sistema politico detto degli “appannaggi”, il granduca moscovita, erede dell’ultimo ramo superstite di casa Riurik, consolidava sotto il proprio dominio gli altri principati russi e iniziava un’opera di espansione che lo porterà ad occupare a est i territori tatari, a occidente riconquistare territori finiti sotto il dominio polacco. Nello stesso periodo inizia l’insediamento di popolazioni cosacche in altre aree, in vista di successive espansioni: Siberia (regione di Tiumen) e area del fiume Terek , quindi a ridosso del territorio ceceno.
La morte di Ivan, gli insuccessi del successore Boris Goudunov uniti alla definitiva estinzione di casa Rjurik porteranno a quasi un trentennio di instabilità (periodo dei Torbidi), durante il quale la stessa sopravvivenza del Granducato Moscovita viene messa in discussione ad opera dei polacchi (il cui re fu ad un passo dal cingere la corona moscovita). Solo nel 1613, con l’elezione di Michele Feodorovich a primo Zar di casa Romanoff, lo stato russo risorse per riprendere la propria espansione. Solo sotto Pietro il Grande, Zar e primo imperatore di Russia, riprenderà l’espansione verso sud, che si consoliderà sotto il regno di Caterina II, con la definitiva sottomissione dei tatari (e annessione della Crimea, sottratta all’Impero Ottomano) e la conquista delle regioni caucasiche settentrionali (Daghestan e Cecenia).
Ma il pretesto per la definitiva annessione all’Impero (1770), fu l’aiuto chiesto agli zar da parte dei ceceni occidentali (ingusci), che allora praticavano ancora il cristianesimo. Non passarono neanche un paio d’anni dalla annessione, che scoppiò la prima rivolta dei ceceni orientali (i ceceni veri e propri, da poco tempo convertitisi all’Islam). La rivolta viene guidata dal Mansur Ushurma, un ex missionario domenicano originario del Monferrato, GiovanBattista Boetti. Mansur Ushurma proclama la “guerra santa” e respinge a nord i russi, che riprenderanno il controllo della zona solamente nel 1791. Questa rivolta riuscì ad aggregare in una confederazione antirussa anche altri popoli caucasici: osseti, cabardini, circassi e buona parte degli ingusceti (che si convertono all’Islam). Nel 1791, con la cattura di Ushurma, i russi riprendono il controllo dell’area, deportando parte della popolazione e insediando nelle terre migliori i coloni cosacchi.Di questa guerra furono testimoni grandi personaggi come Pushkin e Lermontov, che all’epoca dei fatti prestavano servizio come ufficiali proprio in quell’area.
Nel 1824 esplode una nuova e più seria rivolta, guidata da colui che può essere considerato l’eroe nazionale del popolo ceceno, l’Imam Shamil. Unificati i popoli caucasici, Shamil crea l’Emirato del Caucaso del Nord e riconquista la piena indipendenza da Mosca. Solo nel 1859 l’offensiva russa riporterà la regione sotto il potere zarista. Shamil, per il coraggio e la lealtà mostrate durante l’intero conflitto, ricevette l’onore delle armi e il diritto di ritirarsi assieme ai propri fedelissimi in esilio a La Mecca.
La popolazione locale conosce nuovamente la deportazione, una parte si stabilisce nel vicino Impero Ottomano. Nuove comunità cosacche vengono insediate nelle terre migliori. Un nuovo tentativo di rivolta avvenne nella primavera del 1877 con la creazione di un corpo armato ceceno-daghestano di circa 30 mila uomini, mentre la Russia era impegnata in un conflitto con la Turchia nei Balcani. Ma già nell’autunno dello stesso anno i ribelli (che speravano in una vittoria dei turchi) vennero sconfitti e decimati dalla feroce repressione ordinata dallo stesso zar Alessandro II. A quest’ultimo episodio insurrezionale non fecero seguito altri tentativi significativi, questo anche per le misure repressive permanenti prese dalle autorità zariste, ma il sentimento nazionalista continuava a restare vivo tra la popolazione.
TRASFORMAZIONI SOCIALI
Nella prima metà del XIX secolo era iniziato lo sfruttamento di un piccolo giacimento petrolifero in Ossezia, ma alla fine dello stesso secolo nuovi e più consistenti giacimenti vengono scoperti in tutta l’area. Nel 1893 proprio nei pressi di Grozny furono scavati un pozzo ed installate raffinerie e i primi oleodotti. Questa nuova attività attirò l’interesse degli investitori russi e stranieri, portò all’insediamento nell’area di tecnici e operai specializzati (prevalentemente russi e azeri) e alla nascita di un proletariato industriale. Grozny, da semplice villaggio sorto attorno ad una guarnigione russa divenne una città industriale prevalentemente popolata da russi, stante le limitazioni agli spostamenti (anche interni) che gli zar imponevano ai ceceni. Ma proprio questi mutamenti socio-economici coinvolgeranno anche la società cecena, con la nascita di un proprio proletariato anch’esso non insensibile alla predicazione marxista.
LA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA:
LA QUESTIONE CECENA NEL NUOVO ASSETTO LENINISTA
Nel 1917 la Rivoluzione d’Ottobre invoca il diritto di autodeterminazione e rivolge il proprio appello, firmato da Lenin, a “tutti i lavoratori mussulmani di Russia e di Oriente” affinché rovescino i propri oppressori: "Musulmani di Russia, [...] Ceceni e popoli delle montagne del Caucaso, e tutti voi ai quali sono state distrutte moschee e luoghi di preghiera, le cui credenze e costumi sono state calpestate dagli zar e dagli oppressori della Russia: le vostre credenze e i vostri usi, le vostre istituzioni nazionali e culturali sono per sempre libere e inviolabili. E' un vostro diritto. Sappiate che i vostri diritti, come quelli dei popoli di tutta la Russia, sono sotto la poderosa protezione della Rivoluzione e dei suoi organi, i soviet degli operai, dei contadini e dei soldati."
I ceceni aderiscono prontamente e già il 15 dicembre dello stesso anno costituiscono una propria Repubblica Autonoma del Caucaso del Nord, che nel maggio del 1918 proclamerà la propria indipendenza. L’area diventa teatro del conflitto che vede contrapporsi rivoluzionari e controrivoluzionari e allo stesso tempo l’intervento della Turchia, che per un breve periodo occuperà Azerbaidjan e Daghestan. Nel febbraio 1920 le armate bianche di Denikin vengono schiacciate dallo sforzo congiunto dell’Armata Rossa e dell’Esercito Islamico, il cui comandante Huzun Haji si vede offrire dai bolscevichi la carica di Muftì della Ciscaucasia. Dopo la morte di Haji scoppia una rivolta islamica e indipendentista guidata da Said Bek. Dopo alcuni successi iniziali gli islamici vengono sconfitti.
Ma i comunisti, che nella regione sono ora guidati dal lungimirante e preparato georgiano Ordzhonikidze, consapevoli della necessità di non essere percepiti come eredi della Russia zarista, concedono un’ampia amnistia e riconfermano il riconoscimento dei diritti dei popoli del Caucaso del Nord. Nel gennaio 1921 a Vladikavkaz viene costituita la “Repubblica Sovietica Autonoma dei Popoli della Montagna”, dotata di una vastissima autonomia, tanto da poter reintrodurre la legge islamica, in tutti gli uffici pubblici possono essere esposti i ritratti dell’Imam Shamil e tutte le terre che gli zar avevano assegnato ai cosacchi vengono restituite ai ceceni.
STALIN E LA FINE DELLE ESPERIENZE AUTONOMISTE
La morte di Lenin (1924) porrà fine a questa esperienza. Stalin, che nel 1921 era presente a Vladikavkaz, scioglie la Repubblica della Montagna e inserisce le singole nazionalità all’interno della Repubblica Federativa Socialista Sovietica Russa, riducendole al rango di Regioni Autonome, cioè con una autorità molto limitata e comunque sottoposta all’istanza immediatamente superiore (la RSFSR). Nel 1923 l’area venne sottoposta ad una forte campagna antireligiosa e una purga all’interno del PC ceceno che venne depurato dagli elementi ceceni divenendo più un partito della comunità russa. Nel 1928 viene imposta la trascrizione in caratteri latini della lingua cecena (fino ad allora scritta in caratteri arabi), sostituiti nel 1938 dai caratteri cirillici.
L’area restò turbolenta, con periodiche esplosioni di violenza (che costarono la vita anche a dirigenti del partito e dell’amministrazione statale) e tentativi insurrezionali. Combattimenti si ebbero tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930 (conclusisi con la promessa di una amnistia locale). La repressione sovietica portò ad una nuova insurrezione che durò dal 1931 al 1936 anch’essa piegata con deportazioni e fucilazioni di massa. Nel 1934 le Regioni Autonome di Cecenia ed Inguscetia vengono unificate e nel 1936, con l’introduzione della Costituzione dell’URSS, viene istituita la Repubblica Autonoma di Cecenia-Inguscetia. Queste ultime iniziative non fermano il processo di russificazione e non placano i sentimenti nazionalisti. Nel 1940 un comunista dissidente, Hassan Israilov, guiderà l’ennesima rivolta destinata ad essere prontamente sconfitta. Per la prima volta nella storia cecena una rivolta scoppiava senza richiamarsi all’Islam, ma al diritto di autodeterminazione dei popoli.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE
E LA DEPORTAZIONE DEL POPOLO CECENO
Il 22 giugno 1941 le armate naziste attaccano, senza preavviso, l’Unione Sovietica. L’avanzata tedesca si muove in tre direzioni: il nord (area di Leningrado), il Centro (puntando a Mosca, cuore del potere sovietico) e al Sud per impadronirsi dei pozzi petroliferi del Caucaso Sovietico. I nazisti conoscono molto bene le contraddizioni interne e in particolare la situazione cecena. Oltre a lanciare un appello ai mussulmani sovietici (analogo a quello lanciato ai mussulmani dell’Impero Britannico), Berlino da anni offriva asilo ad un gruppo ceceno dissidente, già animatore di un “Governo in Esilio del Caucaso del Nord”, che pubblicava, grazie a fondi nazisti, la rivista “Caucasus”. Uno dei principali esponenti di questo gruppo, Alì Khan Kantemir, sposta la propria attività direttamente in Russia dove, assieme al generale Bicerakhov (di origine daghestana), da vita ad un Comitato di Liberazione che contribuirà a fornire volontari caucasici (ceceni, balcari, caraciai e daghestani) alle Waffen-SS. Allo stesso tempo in Cecenia un comunista nazionalista, Mairbek Sheripov, nel 1942 tenta, ma senza successo, una nuova insurrezione (questo senza alcun aiuto da parte tedesca).
I tedeschi riuscirono a spingersi fino ai confini settentrionali della Cecenia e in quei pochi mesi di occupazione il collaborazionismo da parte delle popolazioni locali fu al di sotto delle aspettative dei nazisti e degli emigrati collaborazionisti. Stalin trasse spunto da questi episodi per accusare i popoli caucasici di collaborazionismo e sabotaggio delle retrovie. Tra il 1943 e il 1944 la repressione staliniana colpì pesantemente quei popoli, deportati in massa verso l’Asia centrale sovietica. Fu il tentativo di liberarsi per sempre di nazionalità che da sempre avevano mal tollerato la dominazione straniera. L’accusa di di collaborazionismo colpì indiscriminatamente e fu una pura e semplice scusa, come dimostrato dalla deportazione di oltre 10 mila partigiani caucasici che avevano combattuto i nazisti, in alcuni casi partecipando alla Battaglia di Stalingrado. Per i ceceni le deportazioni iniziarono il 23 febbraio 1944. I trasferimenti avvennero principalmente su rotaia, utilizzando carri bestiari, con condizioni di vita disumane che provocarono il decesso di migliaia di persone.
Amministrativamente la Cecenia seguì lo stesso destino di altre repubbliche e regioni autonome le cui popolazioni vennero deportate (tipo la Repubblica Autonoma dei Tedeschi del Volga), scomparve per essere incorporata nella Regione di Stavropol. Con la morte di Stalin (1953), iniziò quel processo di revisione e critica storica che culminerà con il XX Congresso del PCUS e la denuncia dei crimini del dittatore georgiano. Nel 1956 vennero tolte le restrizioni agli spostamenti per i ceceni, e nel 1957 venne ricostituita la Repubblica Autonoma di Cecenia-Inguscetia autorizzando i deportati a farvi ritorno. Il ritorno era condizionato da una serie di divieti (come quello che proibiva l’insediamento in montagna, oppure il dover firmare una dichiarazione nella quale si rinunciava a chiedere la restituzione dei beni espropriati. Queste imposizioni, mal tollerate dai ceceni, come pure l’aver trovato le proprie proprietà occupate da altre persone oppure devastate, diedero spazio a proteste ed agitazioni, spesso costate la via a numerose persone.
LA RICOSTRUZIONE DEL PAESE E LA RICOSTITUZIONE DELLA NAZIONE
Gli anni della guerra e del dopoguerra avevano cambiato il volto della Cecenia. La forte russificazione si era accompagnata ad un forte processo di industrializzazione legato all’industria petrolifera. Oltre metà dell’economia cecena era legata all’estrazione, la restante metà in industrie derivate. Il grosso di coloro che rientravano dalla deportazione trovarono impiego in questi settori. Il periodo che va dalla riabilitazione alla fine dell’URSS fu abbastanza tranquillo. Pur non mancando episodi sporadici (alcuni attentati a monumenti alla fine degli anni 60) e pur non riuscendo a contrastare il forte sentimento religioso, le autorità locali non dovettero fronteggiare situazioni come quelle prebelliche. Questo probabilmente anche per la grossa presenza di abitanti di etnia europeo-slava: ancora alla fine degli anni 90 gli abitanti non ceceni di Grozny erano circa il 50%. A calmare la situazione e gli animi contribuirono sicuramente i mutamenti sociali intervenuti, con l’innalzamento del livello di istruzione medio, l’inserimento dei ceceni nel tessuto economico industriale della regione, nonché la loro innata tendenza al commercio che venne agevolata dall’esistenza di influenti comunità cecene formatesi in tutte le principali città dell’URSS.
LA QUESTIONE RELIGIOSA
Nei decenni del potere sovietico particolare attenzione era stata dedicata allo sradicamento della religione. Questa lotta non venne condotta solo confidando nel progresso tecnico-scientifico e nell’innalzamento del livello culturale dei popoli (che in occidente ha portato la religione cristiana ad essere oramai numericamente minoritaria nella società), ma anche con iniziative apertamente antireligiose e con momenti repressivi. Le repressioni antireligiose sostanzialmente cessarono con Stalin; pur essendo lo stato Sovietico esplicitamente ateo la religione e la pratica religiosa erano consentite e viste come un fatto privato che non doveva intervenire in questioni politiche. Negli anni 70 si definiva credente il 50% dei sovietici mussulmani, mentre la percentuale scendeva sotto il 15% per i sovietici di etnia europea-slava. Con il crollo del comunismo entrambe le percentuali sono salite, ma se i cristiani restano tuttora minoritari, gli islamici sono maggioritari nelle loro aree e tendono a far proseliti in aree storicamente ortodosse.
Di fatto l’Islam è oggi – almeno per numero di adesioni e di praticanti – il primo culto della Federazione Russa. Negli anni del comunismo l’Islam era vissuto anche come espressione del proprio sentimento nazionale, e comunque era un Islam molto laicizzato e sostanzialmente privo di quegli aspetti estremistici che, a livello planetario, lo stanno caratterizzando negli ultimi anni. Per onestà intellettuale bisogna anche dire che questo Islam moderato è tuttora maggioritario in tutte le Repubbliche e regioni autonome mussulmane della Federazione Russa. Sfugge a questa impostazione solo la Cecenia, ma la caratterizzazione in senso integralista dell’Islam ceceno è un aspetto recente e riconducibile all’esasperazione del conflitto da parte del Cremlino, che ha favorito le forze estremiste a scapito di quelle moderate. Storicamente i Ceceni e i popoli dell’area diventano mussulmani tra il XVII e il XVIII secolo, grazie all’azione delle confraternite Sufi. Queste confraternite ben si adattavano alla struttura sociale cecena, che pone ancora oggi al vertice del clan gli anziani che spesso assumono anche il ruolo di guida spirituale.
Anche le confraternite Sufi considerano elemento fondamentale della propria ideologia la Jihad, la lotta contro il male: la “grande Jihad” contro il peccato e per la preservazione della purezza dell’individuo e del suo clan, la “piccola Jihad” contro il nemico esterno individuato nei non islamici e contro i rinnegati mussulmani. L’ultimo decennio del XX secolo vedrà un recupero della tradizione islamica e un suo adattamento alle necessità dello scontro con la Russia. Il tentativo di consolidare la Repubblica indipendente, nella prima metà degli anni 90, vedrà anche la ricerca di appoggi internazionali contraccambiati dall’introduzione di legislazioni islamiche e graduale riduzione del livello di laicità comunque ancora esistente e generalmente interiorizzato dalla popolazione cecena urbana.
IL CROLLO DELL’URSS
Il popolo ceceno non si è mai rassegnato alla dominazione russa. Lo sfascio dell’URSS porta alla piena indipendenza delle 15 repubbliche sovietiche. All’interno della Federazione Russa i ceceni rivendicano la propria indipendenza, riuscendo a conseguirla e consolidarla tra il 1991 e il 1993, sotto la guida dell’ex generale e ora presidente Dzafhar Dudaev. Ovviamente questa indipendenza non venne mai riconosciuta da Mosca, come pure mancarono riconoscimenti a livello internazionale. Il biennio indipendentista fu possibile anche per la grave crisi economico-politica che fece seguito allo sfaldamento dell’Unione Sovietica. In questo periodo tutte le regioni della Federazione Russa beneficiarono dell’assenza, o almeno dell’indifferenza, del potere centrale, a sua volta dilaniato da gravi crisi e lotte di potere. Dopo il fallito tentativo di golpe comunista del 1991 (volto a conservare l’Unione Sovietica), la crisi tocco il proprio culmine nell’autunno del 1993.
Il tentativo della Duma di rimuovere il presidente Eltsin si risolse nel sanguinoso assalto al parlamento stesso e alla destituzione del Vicepresidente Rutskoi e del suo immediato collaboratore, il ceceno Ruslan Khasbulatov. Quest’ultimo era un personaggio legato agli ambienti oscuri della comunità cecena moscovita (circa 40 mila persone, dedite ad attività commerciali, molto discusse per la rete di tipo mafioso che hanno creato in seno alla società russa) e con buone relazioni con la dirigenza della neonata repubblica cecena. Inizialmente il Cremlino aveva offerto invano uno status di autonomia alla Repubblica in seno alla Federazione. Di fronte all’insoddisfazione cecena nel 1994 Mosca tenta di ripristinare lo status quo inviando i carri armati. Le operazioni vengono condotte, da parte russa, in modo disastroso, con gravissime perdite e malcontento tra la popolazione russa.
Solo nel 1996 il generale Lebed riprende il controllo nominale del territorio e impone la firma di una tregua che però non soddisfa i ceceni. Esautorato Dudaev, nel gennaio 1997 viene eletto presidente della Repubblica caucasica Aslan Mashkadov che cinque mesi dopo firma un accordo di pace con la Mosca. Nel 1999, dopo una serie di sanguinosi attentati a Mosca e che coinvolgono centinaia di innocenti (attentati sui quali non è mai stata fatta luce e che molti in Russia tendono ad attribuire, ma senza alcuna prova, a forze estranee alla guerriglia cecena), riprendono violentemente i combattimenti in tutto il territorio ceceno. Nello stesso anno Elsin lancia una nuova offensiva militare e non riconosce più la legittimità del presidente Mashkadov. Agli inizi del 2000 Grozny, oramai ridotta ad un cumulo di macerie, torna sotto il definitivo controllo militare. Nel giugno dello stesso anno il nuovo Presidente Putin propone al mufti Akhmad Kadyrov di diventare il nuovo presidente della Repubblica Autonoma, carica che conserverà fino alla sua morte, avvenuta nel 2004 in seguito ad un attentato della guerriglia indipendentista.
IL TERRORISMO INDIPENDENTISTA CECENO
Le azioni del terrorismo ceceno, la sua logica stragista, i suoi legami con Al Qaeda e altre organizzazioni analoghe sono purtroppo note all’opinione pubblica mondiale. Come note al mondo sono le azioni da esso condotte, che ha visto i suoi leader, come Bassaev, non esitare a colpire interi condomini, prendere in ostaggio ospedali e intere scuole, seminando la morte tra gli innocenti. Il terrorismo ceceno non ha fatto altro che esaspere alcuni dei peggiori aspetti della cultura cecena. Caratteristica di queste forze eversive è il riconoscersi in posizioni islamiche integraliste, un aspetto questo che era estraneo all’azione di uomini come Dudaev o il recentemente scomparso Mashkadov (sebbene quest’ultimo avesse dovuto lasciare la scena a vantaggio degli estremisti). E’ allo stesso tempo un terrorismo anomalo, che dialoga con il proprio nemico, gli manda segnali e cerca di inserirsi nello scontro economico-politico tuttora in corso al Cremlino per favorire ora le fazioni antiputin, ora per spingere il Presidente russo ad aggravare la repressione russa nella repubblica caucasica.
Il grosso delle testate giornalistiche indipendenti russe in questi anni non ha mancato di sottolineare questi ultimi aspetti. Ricordando anche che la ripresa della guerra nel 1999 coincise con le azioni terroristiche di Shamil Bassaev in Daghestan. Secondo la stampa democratica russa, e anche secondo quella internazionale, le azioni di questo ex ufficiale del GRU (il servizio segreto militare russo) convertitosi all’integralismo islamico sarebbero da leggere all’interno dello scontro tra gli oligarchi russi (la cui espressione politica era Eltsin) e il nascente astro di Putin (uomo del Kgb, politicamente creato dal complesso militare-industriale russo), giungendo anche a intravedere dietro Bassaev (come riportato anche da autorevoli corrispondenti giornalistici italiani e internazionali) un “incoraggiamento” da parte dell’allora più potente degli oligarchi, Boris Berezovskij. Quindi l’intero conflitto, che origina da aspirazioni nazionali legittime (indipendentemente dal giudizio che si possa dare sui ceceni.
E chi ha avuto modo di frequentarli e conoscerli spesso ha grosse difficoltà a darne un giudizio complessivamente positivo), nasconde tutta una serie di motivazioni economico politiche. Se a livello di opinione pubblica russa (ancora impregnata di sciovinismo Granderusso e rimpianto per il passato imperialcomunista) la maggioranza è contraria all’indipendenza della Cecenia, a livello di gruppi di potere e apparato statale le motivazioni sono ben altre. La Cecenia è uno dei crocevia del petrolio proveniente dal Caspio e dal Kazakhstan, aree in cui negli ultimi anni sono state aumentate le estrazioni e nuovi , e attraverso il suo territorio passava oltre il 10% del petrolio sovietico. Esiste anche un altro aspetto da non sottovalutare, e che si riferisce alla questione petrolifera. Oggi la Russia è alle prese con l’indipendentismo ceceno.
Ma all’interno della Federazione vi sono numerose repubbliche popolate da etnie non russe e sottomesse da secoli: Tatarstan, Bashkortostan, Calmicchia, Buriata, oltre alle numerose repubbliche autonome caucasiche (Daghestan, Ossetia, ecc.). Molte di queste Repubbliche hanno un peso economico non indifferente nell’economia della Federazione. Si pensi al ruolo economico del Tatarstan, regione petrolifera e specializzata nella produzione di derivati del petrolio, destinataria di grossi investimenti da parte del potere centrale moscovita. Nella seconda metà degli anni 90 le autorità di questa Repubblica chiesero (e spesso si presero da sé) una maggiore autonomia nella gestione delle proprie risorse come pure dal punto di vista politico. L’arrivo di Putin al potere, e la sua politica estremamente rigida in Cecenia, ha costretto ad una retromarcia le pavide e corrotte oligarchie di quella e di altre Repubbliche. Una Cecenia indipendente e come tale riconosciuta da Mosca potrebbe avere un effetto trainante in altre realtà nazionali, realtà nelle quali comunque la questione nazionale è sempre più viva e diffusa non solo tra circoli intellettuali ma anche a livello di popolazione.
Come la Cecenia soggetto della Federazione Russa utilizza la propria lingua nella stampa, in alcuni canali televisivi, in atti pubblici, lo stesso avviene anche nelle altre Repubbliche. Anche per creare un monito ben preciso verso le altre nazionalità, Putin ha scelto la strada della durezza e della repressione in Cecenia. Contando anche sulla non interferenza delle principali superpotenze, in particolare degli USA, che hanno riconosciuto il diritto di Putin a trattare la questione cecena come questione interna mentre la Russia negli ultimi tempi aveva lasciato mano libera agli Americani in alcune aree del mondo. Situazione che, guardando i recenti fatti ucraini, le dichiarazioni dell’Amministrazione Bush sulla democraticità di diversi regimi postsovietici, potrebbe mutare (e forse certe intese russo-iraniane vanno lette in questa ottica). Molti dicono che la Russia non potrà vincere questa guerra, ma è pur vero che in passato questo paese non ha lesinato mezzi e uomini per riportare, anche a grosso prezzo, una temporanea pacificazione dell’area.
Resta da capire come Putin intenda sradicare il terrorismo ceceno, che come tutti i terrorismi non ha bisogno di grosse strutture numeriche ma di denaro e armamenti che al momento non starebbero mancando. Al momento non si intravedono vie di uscita, poiché il Cremlino ha rifiutato ogni proposta di dialogo con il fronte moderato ceceno (l’appena scomparso Mashkadov in primo luogo), con il risultato di favorire indirettamente le ale oltranziste e violente degli indipendentisti. La Russia, con la repressione scatenata nella Regione, dove stesse fonti russe parlano di aperte violazioni dei diritti umani e rappresagli sulla popolazione civile da parte dei reparti speciali dell’FSB (l’ex KGB, al quale appartiene il presidente russo), potrebbe giungere a pacificare l’area, ma certamente dovrebbe continuare a fronteggiare il pericolo terrorista, con gli enormi costi umani ed economici che questo comporta.
Solo nel 2004, per evitare il contagio integralista al vicino Daghestan, l’amministrazione presidenziale ha inviato fondi per lo sviluppo economico-sociale per qualche miliardo di dollari, sottraendoli ad altre necessità del paese e prelevandoli dalle tasche del contribuente russo. Forse quello che sta accadendo in quell’area altro non è che la ridefinizione storica che in Europa occidentale si ebbe dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e in Europa orientale e per le Repubbliche Sovietiche tra l’89 ed il 1991: riunificazioni nazionali, rinascite di popoli e stati oramai considerati usciti definitivamente dalla Storia (Baltici, Repubblica Ceca, Slovacchia), nascita di soggetti di diritto internazionale mai esistiti prima (Macedonia, Bosnia, ecc.).
Resta ora da capire cosa accadrà in uno stato multinazionale come la Federazione Russa, che occupa un sesto del pianeta ma con una popolazione appena poco superiore al doppio di quella italiana, dove l’etnia dominante russa sta diventando minoritaria.
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BIBLIOGRAFIA- Storia dell’Unione Sovietica,di Giuseppe Boffa - Mondadori, Milano 1976
- Storia della Russia, di Nikolai Riasanovsky - Bompiani, Milano 1994
- Dopo l’Unione Sovietica. La perestroika e il problema delle nazionalità, di Viktor Zaslavsky - Il Mulino, Bologna 1991
- URSS: Russia, di Vittorio Strada - Rizzoli, Milano 1985
- Storia della Russia Sovietica, di Edward Carr - Einaudi, Torino 1984
- Argumenty i Fakty: annate dal 1995 al 2001, da Isvestija, Annate dal 1991
- Fondazione Saharov: http://www.sakharov-center.ru/
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