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Ancora elezioni! Le
elezioni e la febbre delle elezioni penso ci siano sempre state in tutto il
corso della storia della civiltà e in ogni luogo del mondo perché
il potere e la lotta per il potere anch'essi ci sono sempre stati. Salvo che
in rare occasioni, infatti, il potere è sempre stato il risultato del
consenso; consenso ai governanti o consenso alle mitologie e ai miti del potere
e, piaccia o non piaccia, il consenso è qualcosa di attivo: si manifesta
attraverso il voto e la partecipazione, l'acclamazione. Naturalmente vi sono
molteplici modalità di organizzazione del consenso e l'ideale della moderna
democrazia è stato, proprio a partire dalla Rivoluzione francese, quello
di assicurare, insieme a una precisa legislazione elettorale e a una definizione
del significato e dei limiti della rappresentanza, anche e soprattutto la libertà
delle elezioni e la libera partecipazione del corpo elettorale alle consultazioni.
Le elezioni politiche che ancora oggi si celebrano sono figlie della Dichiarazione
dei Diritti del 1789 che garantiscono il diritto del cittadino di attiva partecipazione
alla politica da parte di ogni cittadino (http://www.lastoria.org/diritti2.htm).
Più in generale e più in profondità è proprio la
Dichiarazione dei Diritti del 1789 che crea la moderna democrazia inventando
la figura del cittadino e archiviando quella di suddito. Si tratta di un passaggio
epocale, di una svolta nella storia del sentire politico della modernità:
di una rivoluzione appunto
ma questo è noto e una analisi del significato
profondo del rovesciamento suddito/cittadino ci porterebbe sul terreno sdrucciolevole
della filosofia e dell'antropologia politica.
Si tratta invece di riportare l'attenzione dei lettori e degli elettori (poiché
appunto siamo freschi della celebrazione dell'antico rito delle elezioni) a
riscoprire le radici lontane di questo ormai consueto rito delle democrazie
occidentali, un rito di rigenerazione della vita politica e del potere che il
sistema dei media e di manipolazione del consenso sembra aver un poco annebbiato,
depresso, reso non più immediato e autentico nella sua sacralità.
Da dove viene l'istituzione delle consultazioni elettorali nazionali? Qual è
la radice del sistema rappresentativo moderno? In virtù di quale concatenazione
di eventi, e nel giro di pochi mesi, si consumò la prima campagna elettorale
moderna con le sue moderne procedure di manipolazione del consenso, i suoi dibattiti,
i brogli e le lotte all'ultimo colpo e all'ultimo voto per la conquista del
potere (di questo si tratta) di rappresentante del popolo e dei privilegi che
ne derivano? Ed è poi vero che solo la nuova era della rivoluzione informatica,
e della massiccia gestione dei media che ne consegue, creano le condizioni per
il successo di questo o quel partito, di questo o quel candidato?
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Alle origini: una campagna
elettorale. Nelle sue grandi linee, tutti gli appassionati di
storia conoscono lo sviluppo, per grandi date ed eventi, della Rivoluzione francese.
Il 1789 poi è un anno cruciale della storia dalle civiltà occidentale;
l'anno cardine della svolta dal vecchio al nuovo, dal passato al presente e
dal presente al futuro, un anno studiato giorno per giorno e ormai quasi ora
per ora. Le date essenziali, gli eventi chiave tornano facilmente alla memoria:
la convocazione degli Stati, il giuramento della Pallacorda, la presa della
Bastiglia, la Grande paura, la notte del 4 agosto, la Dichiarazione dei Diritti
..(http://www.lastoria.org/rivoluzione-eventi-1789.htm)
Ricordiamo anche, come prezioso dono dei libri di testo e delle lezioni a scuola,
la disputa sul voto per testa o per ordine e quella relativa al numero dei deputati
dei vari ordini (Clero, Nobiltà e Terzo stato), il clima di euforia e
tensione che accompagna i primi mesi dell'evento rivoluzionario e più
in generale la celebrazione di questo grande atto unico del pensiero politico
europeo. Ricordi, schegge di storia, aneddoti.
Per una forza di attrazione magnetica che è la capacità della
storia di costruire miti e mitologie, il 1789 e gli Stati generali paiono la
data zero non solo del nostro calendario politico e intellettuale, ma anche
il punto di partenza obbligato per il racconto della Rivoluzione: prima tutto
il passato senza tempo, poi tutto il futuro, un futuro che è il nostro
presente. Gli storici del Settecento e ancor meglio gli storici della Rivoluzione,
ovviamente, ne sanno di più, scavano, aprono sempre nuovi cantieri e
riportano alla luce non solo fatti, ma anche emozioni, immagini, profumi colori
del tempo passato. Da quasi mezzo secolo la data del 1789 è stata definitivamente
sfondata: vi è una Pre-rivoluzione, 1787-1789, (http://www.lastoria.org/rivcrisiantregimeC.htm)vi
è un sommovimento profondo, una lotta politica in piena regola, una competizione
"democratica", una lunga, estenuante campagna elettorale. Il modello
della Rivoluzione, così come la ricordiamo, si fissa lì e lì
prende il suo esclusivo marchio di qualità. Quali furono i tratti e le
modalità di questa prima competizione elettorale?
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Una incerta Costituzione e un mito collettivo.
George Lefebvre amava scrivere e ripetere che senza la convocazione degli Stati
generali non vi sarebbe stata alcuna Rivoluzione; in altri termini il grande
storico lasciava intendere che la vicenda rivoluzionaria era connessa alla assoluta
specificità del caso francese e alla storia di lungo periodo del regno
di Francia. Altrove nulla sarebbe potuto accadere. Ma che cosa sono gli Stati
generali nella storia istituzionale della monarchia francese? E chi ne volle
la convocazione proprio nel 1789 e perché?
Prima della Costituzione del 1789-1791, la Francia aveva una costituzione. Naturalmente
non era scritta e tanto meno era stato codificata in un preciso istante o da
parte di un gruppo politico e da assemblee: era un dono della storia e della
pratiche politiche sedimentate nel tempo (http://www.lastoria.org/moromont2.htm).
Questa costituzione si fondava sulle regole dell'istituto monarchico (la Legge
Salica), sulle pratiche di governo consolidate della monarchia, sulla natura
del monarca, su una serie di patti e contratti stipulati dal potere monarchico
con le varie categorie di sudditi e sugli Stati generali, l'assemblea nella
quale il monarca sedeva con i
"rappresentanti" di tutto il popolo dei suoi sudditi
e questo popolo, o meglio questi popoli (il plurale è di rigore) erano,
per antica tradizione, gli Ordini (Clero, Nobiltà e Terzo stato) che
raccoglievano, in condizioni di parità morale di fronte al potere (Tiers
Etat significa, infatti, "la terza parte dello Stato"), le funzioni
essenziali della
società rurale: pregare, combattere, lavorare. La società francese
(al pari di tutte le società dell'Europa di Antico regime) era una società
di Ordini e non di classi.
Cosa poi fossero davvero gli Stati generali, e questo è il punto, nel
1787 non lo sapeva più nessuno. Delle loro forme e reali funzioni, del
regolamento che li normava, si era perso il ricordo. L'ultima volta erano stati
convocati nel 1614, in tempi remoti se si tiene conto delle obiettive difficoltà
di conservazione delle memoria in una società prealfabeta e nella quale
la conservazione degli archivi risultava assai problematica. E tuttavia se si
era perso progressivamente il ricordo delle loro forme giuridico-istituzionali
e forse proprio per questo, il ricordo del ruolo politico di questa augusta
assemblea non era venuto meno, anzi era cresciuto nel dibattito politico e divenuto
una sorta di mito collettivo, una generale aspettativa di ritorno alle origini
(è questo il significato della parola "rivoluzione" nel 1787-1789),
di ripristino e rinascita della comunità nazionale che il tempo e la
pratica di governo aveva corroso, snervato, deviato. Richiesti più e
più volte nel corso di tutto il secolo gli Stati erano apparsi come la
panacea del consenso. Il luogo privilegiato del confronto-ricongiungimento dei
sudditi con il monarca e dunque con il potere. La richiesta di convocazione
degli Stati era insomma una richiesta di partecipazione, una sorta di rito magico
capace di "rigenerare" la vecchiezza del tempo, di sanarne le offese
e soprattutto di aprire la strada a un regolamento di conti di tutti contro
tutti. Questo antico istituto rassicurava e inquietava insieme e raccoglieva
tutte le tensioni politiche: la richiesta della convocazione degli stati era
il momento culminante di ogni tensione politica, l'ultimo atto dei dibatti più
esasperati. In un certo senso tutto il Settecento fu, in Francia, una interminabile
campagna elettorale per la convocazione degli Stati generali.
Li volevano innanzi tutto la nobiltà, sicura di poterli governare e dirigerli
a sostegno delle sue ambizioni di riconquistare un potere da tempo perduto e
"usurpato" dalla monarchia divenuta assoluta, li volevano i magistrati
(la nobiltà di toga uscita dalle file del terzo stato) convinti di poterli
manipolare a loro esclusivo vantaggio e di assumere la effettiva rappresentanza
del Terzo stato, li volevano infine i ceti emergenti del Terzo stato (avvocati,
notai, professionisti, commercianti, rentiers) nella speranza di conquistare
l'effettiva rappresentanza del Terzo e di rivendicare diritti e privilegi rispetto
agli altri Ordini. La monarchia, consapevole di queste contrastanti tensioni,
e minacciata da una crisi istituzionale che esse avrebbero provocato, resisteva.
Il nodo centrale di questo dibattito, la molla di questo appello al potere era
infatti un problema che il potere (cioè la monarchia) non avrebbe mai
e poi mai potuto risolvere: si trattava infatti di sapere e decidere una volta
per tutte se la monarchia francese fosse nelle sue origini e nella sua vera
natura una monarchia "temperata" o una monarchia assoluta. I termini
del dibattito politico del secolo prima e poi della campagna elettorale erano
questi e nient'altro. E il monarca? Qual era la verità circa le origini
e la natura del potere?
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Il "grande fratello" Se non è
il "grande fratello", il monarca sicuramente "grande padre"
lo è davvero; certo ancor più di quanto oggi si possa fare e immaginare
il monarca è un personaggio mediatico, il prodotto dell'immaginario collettivo
e di un sapiente uso dei media che nel corso dei secoli hanno ingigantito e celebrato
questa dimensione simbolica oltre ogni limite. Più che una persona fisica
o una istituzione il Re è un prodigioso composto di entrambe, è
un corpo mistico. Esiste in Francia una vera e propria "religione della monarchia"
poiché il Re è "cristianissimo", certo è un "potere
dal volto umano" (il Bello, il Buono, il Pio) ma, unto dal Signore, il suo
corpo si
trasfigura, è sacro e le sue virtù sono sovrumane.
Il Re fa miracoli e al pari di uno sciamano è "taumaturgo":
guarisce con l'imposizione della mani gli scrofolosi. Nourrisseur, il Re nutre
il suo popolo e il "pane" dei sudditi è quello del Re. Il suo
stato di salute coincide con quello del regno, la sua malattia può causare
carestie e recessioni, il suo matrimonio fertilità, la sua morte
Il re non muore mai: "il re è morto, viva il re". Monarca dopo
monarca, dinastia dopo dinastia, i Re si susseguono in una sorta di unità
temporale, assorbono il tempo, ne fissano il ritmo e costituiscono il calendario
del potere nella sua globalità e immutabilità.
La "religione della monarchia" non è del resto, nella sua struttura
profonda, un fatto eminentemente popolare. La "gloria" del Re certifica
la sua vera natura eroica e guerriera e crea un principio di identificazione con
l'aristocrazia; "giusto" per effetto della sua eminente funzione il
monarca è il primo e il solo autentico magistrato del regno; "primo
vescovo", il Re è la metafora della necessaria conformità (e
alleanza) tra il Clero e la regalità. Ma il Re, protettore delle lettere
e delle arti, è anche il detentore del sapere, sia del sapere segreto (i
misteri del potere), sia del sapere mondano, quello praticato da scienziati e
filosofi. Questa possente figura simbolica pervade l'intero tessuto morale, culturale
e politico della nazione: la sostiene e l'assorbe contemporaneamente, addirittura
la riassume nella sua persona fisica, "lo Stato sono io"! E gli Stati
generali? Sono l'unità del tutto, il ricongiungimento e la manifestazione
della consustanzialità tra il popolo e il monarca, insomma il corpo politico
inteso come corpo mistico; un mito in azione.
Ha ragione Lefebvre: senza gli Stati non vi sarebbe stata Rivoluzione, perché
gli Stati generali stessi erano una rivoluzione.
Li volevano tutti, ma chi li ha convocati davvero? Fu il disastro della finanza,
la bancarotta, il rischio di una effettiva disgregazione a determinare la convocazione
(http://www.lastoria.org/rivcrisiantregimeB.htm).
Ma con ogni probabilità alla fine fu proprio il governo, la monarchia,
a prendere l'iniziativa. Li convocò nella speranza di poterli governare
e di compiere ancora una volta il miracolo della rigenerazione del corpo mistico:
fu invece la rivoluzione del corpo politico.
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Un prodigioso livello
di audience Fu ancora il governo ad aprire la campagna elettorale
senza avvertire che avrebbe acceso le polveri di una infinita implosione.
"Sua Maestà invita al tempo stesso" rilegga all'art. 8 del
Decreto del 5 luglio 1788 di convocazione della consultazione elettorale "tutti
gli studiosi e le persone istruite del suo Regno, e in particolare quelli che
sono membri dell'Accademia delle iscrizioni e belle lettere della sua fedele
città di Parigi, a rivolgere al Signor Guardasigilli, tute le informazioni
e memorie sugli argomenti contenuti nel presente Decreto".
E fu una valanga: la campagna elettorale nel senso moderno del termine era partita.
Tutti i francesi avevano diritto di parola, di scrivere, progettare, offrire
soluzioni, predisporre manifesti, dibattere, insomma fare politica.
Ancor oggi, per gli storici e gli specialisti del periodo, risulta difficile
orientarsi nell'oceano di documenti che ci è pervenuto: più di
ventimila pamphlet, discorsi, avvisi, riflessioni, appelli, rimostranze, 63
mila cahiers des doléance, una montagna di processi verbali, circolari,
regolamenti, decreti applicativi. I numeri stupiscono ancora: quattro, forse
sei milioni di elettori, forse trenta, quaranta mila assemblee di base in centinaia
di circoscrizioni elettorali ai vari livelli; una macchina burocratica di una
efficienza che lascia interdetti e che nel giro di quattro-sei mesi raggiunge
capillarmente un territori vasto quanto un mare pieno di arcipelaghi e isole
(le città, i villaggi, le comunità più remote). I numeri
si impongono anche sul piano del personale politico sceso in campo.
Il meccanismo elettorale, a più livelli e a colpi di
continui ballottaggi ha visto la discesa in campo di dieci, forse ventimila
deputati dei vari livelli: un esercito di galoppini, portaborse, propagandisti,
agitatori. Fu la grande occasione di studenti, apprendisti, praticanti, di umili
parroci di campagna, dell'esercito della nobiltà decaduta e in via di
miseria, l'ora zero dei giornalisti frustrati, degli intellettuali emarginati
dalla classe dirigente dei lumi
Quel che le ricerche e gli archivi ci
trasmettono è un'atmosfera di eccitazione incontenibile che va via trasformandosi
nella febbre elettorale come ancor oggi la conosciamo: un rito collettivo e
un trionfo mediatico. In fondo uno spettacolo di massa a elevatissimo livello
di audience.
Fu sicuramente la stampa il mezzo rivoluzionario e quello più usato. Libelli,
fogli, manifesti, ma anche caricature, immagini e persino suoni (canzoni, carnascialate,
banchetti e spettacoli improvvisati). Più o meno la ben nota kermesse e
forse la prima della moderna democrazia, sicuramente la più viva e la più
partecipata.
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La grande rivoluzione
mediatica La storia dell'editoria e del libro ha ricostruito
molti dei particolari di questa campagna mediatica. I libelli circolavano con
rapidità lungo una rete e una serie di punti vendita vecchia di secoli,
ma che il grande sviluppo culturale del Secolo dei Lumi aveva definitivamente
potenziato (e tale in Francia rimarrà fino a oltre la metà del
XIX secolo) e circolavano ormai non più clandestini ma alla luce del
sole.
Il Che cos è il Terzo stato? di Sieyès (http://www.lastoria.org/sieyes.htm),
che fu il più venduto e diffuso, fece dodici tirature per circa dodicimila
copie, ma passando di mano in mano fu letto almeno da centoventimila lettori.
Un best seller che tira ancora oggi. Molte altre opere, se ebbero minor fortuna,
circolarono da un capo all'altro del regno e furono la parte di un processo
di acculturazione politica di tali proporzioni, rapidità e intensità
che, comparativamente, non trova riscontri nei secoli precedenti e in quelli
successivi.
Se consideriamo che il livello di alfabetizzazione del secolo sfiorava forse
poco più del cinquanta per cento della popolazione, stimata a 24/26 milioni
di abitanti, e se valutiamo il numero delle opere e dei documenti prodotti nell'arco
di poco più di sei mesi, bisogna concludere che questa rivoluzione mediatica,
sempre comparativamente, è molto di più di quella che ai giorni
nostri possono mettere in campo partiti e lobby politiche. Fu una grande festa,
un evento di enormi proporzioni sia in estensione che in intensità, ma
fu anche un rito di purificazione, una corsa alla mitica età dell'oro
e a quel luogo delle origini nel quale la giustizia e la solidarietà
umana regnano incontrastate. Il Re, Luigi XVI, che aveva posto in essere questo
antico rito e si apprestava a officiarlo, ne avrebbe colto tutti i benefici.
Per effetto della propaganda e dei cerimoniali consolidati dalla monarchia nei
secoli precedenti, il leader incontrastato di questo universale movimento di
opinione era il monarca; era lui il protagonista e il primo attore di questo
dramma popolare, lui a raccogliere ogni interesse e ogni attenzione. "Salvatore
della patria", "rigeneratore della monarchia", "giusto",
"innovatore dei costumi", "salvezza dei popoli", "delizia
dei sudditi": nelle moltitudini di metafore antiche e nuove, la libellistica
della campagna elettorale forgiava slogan di grande successo e questi slogan,
queste formule magiche aggiunte a un susseguirsi di immagini, aneddoti, racconti
fantastici, semplici dicerie che costituiscono quel che per un tempo erano veri
e propri spot pubblicitari portarono al culmine la celebrazione dell'istituto
monarchico e forse, proprio per questo, ne decretarono la fine.
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Un eccesso di informazione
Il pensiero politico del Secolo dei Lumi, se non era stato palesemente ostile
all'idea della forma repubblicana, l'aveva accantonata come un residuale storico
dell'antichità, un sistema di governo anelastico e inadatto ai grandi Stati
moderni. A partire dalla metà del Settecento la filosofia politica francese
aveva spiccato una tratta di fiducia sulle possibilità della monarchia
(e dell'Antico regime) di riformarsi da sé per un processo interno di razionale,
insomma celebrato anch'essi la gloria della monarchia e le virtù di questa
forma di governo cercando di mettere a profitto l'enorme concentrazione di potere
per una "rivoluzione dall'alto" e cioè un programma razionale
di riforme che fosse il risultato di un patto tra potere e sapere, tra monarchia
e classe dirigente cosicché la convocazione del Stati generali fu per
molti (filosofi, aristocratici illuminati, borghesi in marcia verso il regime
del privilegio, quasi tutti raccolti nelle istituzioni culturali e massoniche
(http://www.lastoria.org/intellettuali.htm)
la riprova del buon esito di questa linea politica: il risultato finale di un
programma riformatore e l'avvio di una politica delle riforme.
E così non vi è da stupirsi che il tema dominante della campagna
elettorale fosse ancora, e per l'ultima volta, la celebrazione sacrale del mito
della monarchia.
Forse gli storici del XX secolo, abituati al rito delle elezioni democratiche
e costretti a difenderlo di fronte agli attacchi del totalitarismo, non hanno
riflettuto a fondo sulle dinamiche e sulle conseguenze di questa prima grande
campagna mediatica. Ora che le nuove tecniche di analisi dei fenomeni sociali
ci mostrano con evidenza la dinamica dei comportamenti collettivi e di massa
e ora che le procedure di costruzione del consenso e del consumo hanno un poco
appannato le mitologie portanti della democrazia e delle consultazioni elettorali
di massa, ora sarebbe forse utile indagare a fondo, con l'ausilio delle nuove
conoscenze, questa pagina ancor poco sfruttata dell'evento rivoluzionario.
Si potrebbe infatti forse avanzare l'ipotesi (il che è il suggerimento
a cui portano queste riflessioni) che fu proprio la campagna elettorale per
la convocazione degli Stati e questa prima grande rivoluzione mediatica e il
tentativo di governarla a fissare il destino stesso della rivoluzione, e in
un certo senso a esaurirla, che fu l'eccesso di celebrazione dell'istituto monarchico;
che fu insomma il clamoroso tentativo di rafforzare la monarchia a creare un
eccesso di informazioni e un insieme esplosivo di aspettative che ne determinarono
l'implosione.
Certo in allora non esistevano sondaggi di opinione e neppure era possibile testare
e rilevare gli indici di gradimento e tantomeno si conoscevano le analisi di riscontro
tra domanda e offerta del "prodotto politico" né le sofisticate
tecniche del marketing elettorale che oggi assillano i potenti. Ma una strategia
di comunicazione sicuramente ci fu, la propaganda fu orchestrata, i finanziamenti
raccolti.
Sicuramente il governo (nella persona di Necker, Ministro delle
finanze) prese l'iniziativa e finanziò adeguatamente i propagandisti
e una campagna di stampa celebrativa della monarchia e del buon uso degli Stati
generali. Le forze della magistratura (giudici, avvocati, praticanti avvocati)
disponevano di un arsenale ideologico e di una rete di comunicazioni di prim'ordine
in grado di determinare l'esito delle elezioni. La rete della massoneria fece
la sua campagna elettorale in grande e il Clero con il suo capillare apparato
non fu da meno. Circolavano anche facsimili, prontuari per la redazione dei
cahiers de doleance, catechismi in domande e risposte per affrontare e dominare
i dibattiti. La lettura dei documenti consente di attribuire i testi a questo
o quel movimento di opinione, a questa o quella lobby (parlare di partiti è
ancora imprudente); si possono anche riconoscere alcune aggregazioni o "circoli"
protagonisti, attori e comparse di questo primo grande spettacolo della politica,
ma le reti e il loro funzionamento ancora ci sfuggono nella loro complessità
e mobilità. Quanti e quali furono gli investimenti? Non lo sappiamo,
ma la campagna di stampa per la convocazione degli Stati fu sicuramente un business
per tipografi e stampatori, scribacchini e giornalisti, agenti, propagandisti,
strilloni, informatori.
Libello dopo libello e manifesto dopo manifesto, in un turbinare di volantini,
comizi, chiacchiere e riunioni assembleari, accadde quel che solo oggi potremmo
prevedere. L'appello al popolo voluto dal governo si trasformò in un appello
al sovrano da parte del popolo nella sua infinita pluralità di interessi.
Piaccia o non piaccia la campagna elettorale divenne un referendum sulla natura
stessa della monarchia e sulla persona stessa di Luigi XVI: il leader incontrastato,
l'arbitro per eccellenza di questo universale movimento di opinione che la rivoluzione
mediatica aveva posto in essere con effetti imprevisti e imprevedibili. Fu questa
la prima e forse la più significativa delle "rivoluzioni" che
concorrono a fare quel blocco unico che è la Rivoluzione francese.
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Democrazia e globalizzazione
Furet e Richet hanno definito il 1789 come l'anno delle tre rivoluzioni (una
rivoluzione giuridico istituzionale, una rivoluzione municipale, una rivoluzione
contadina), ma la grande rivoluzione che ha messo in moto lo spirito dell'89
deve essere ricercata nei meccanismi e nel sommovimento operati da questa prima
grande campagna mediatica. Quel che accadde fu che la celebrazione di un vecchio
mito con nuovi linguaggi e nuovi media scompose il corpo mistico della regalità:
la ricerca delle autentiche modalità di esecuzione e gestione delle elezioni
agli Stati generali e cioè della vera natura della costituzione del regno,
dilacerò il corpo del Re e lo rese da un lato sempre più umano,
dall'altro sempre più immateriale. Alla luce della celebrazione della
monarchia tradizionale e di Antico Regime, la Nazione, come aveva intuito già
Aulard, nella sua unità assorbì la sacralità del trono
e Luigi ne divenne il capro espiatorio. Questa campagna elettorale ormai moderna
nei modi e nelle tecniche di comunicazione fu, ancor prima che un rito di legittimazione
politica, un rito di unzione collettiva della sovranità: la sovranità
popolare appunto.
Coperto da questo generale clima di euforia e di celebrazioni dei vecchi miti,
e per effetto di infiniti (quanto sofisticati) processi di manipolazione dell'informazione,
si svolse una pluralità di confronti e conflitti verticali e trasversali
in seno alla società francese, una quantità di microfratture e
di traumi che il sistema pur solido della società di Ordini non era in
grado di gestire e di sopportare. Ci furono alleanze e tradimenti individuali
e di gruppi, subitanei rovesciamenti di fronte, ribaltoni, brogli, conflitti
di interesse, denuncie e contestazioni che si trascinarono in polemiche e procedure
giudiziarie e che costituiscono quel principio di autocombustione dell'evento
elettorale che ancor oggi conosciamo bene.
Non mette conto neppur di accennare qui al complicato sistema elettorale degli
Stati: significherebbe aprire un capitolo (o piuttosto una intera biblioteca)
a sé o ricominciare da capo. Scomposto in molteplici livelli di assemblee
e di elezioni vincolate alla stesura dei cahiers, questo sistema era lo specchio
fedele della società francese, il cui buon funzionamento, e in questo
senso era democratico davvero, era affidato però a un genere di potere
diffuso, quello degli Ordini e dei Corpi (Clero, Nobiltà, Terzo stato,
Città, corporazioni, università e accademie, confraternite religiose,
comunità rurali, libere associazioni di pensiero, ecc.) il cui funzionamento
era a sua volta connesso a un modesto grado di comunicazione trasversale e sicuramente
non era di massa. L'aver trasformato questo sistema di controllo dell'equilibrio
tra i poteri in un appello al sovrano e in un referendum sulla sua persona e
sulla sua capacità politica di riformare sé stesso, innescò
quella catena subitanea e inarrestabile di eventi che chiamiamo Rivoluzione
francese.
E l'irrompere sulla scena di quella rivoluzione mediatica alla quale qui ho
appena accennato come possibile schema interpretativo e territorio di studi,
creò un processo di globalizzazione dell'informazione sul quale solo
ora ci capita anche individualmente di riflettere.
Fu un processo di efficiente modernizzazione, di radicale rinnovamento e di
vera modernizzazione? Fu l'avvio definitivo dell'autentica democrazia o la celebrazione
in forme nuove dei vecchi miti del potere?
Rispondere a queste domande significherebbe forse rispondere anche ai molti
interrogativi che, su questa materia, le circostanze attuali ci suscitano.
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