| SCHEGGE DI STORIA - CENT'ANNI FA, NEL MARZO 1905 |
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TUTTI SPARANO SUL GOVERNO
DI GIOLITTI. E LUI SI “AMMALA”
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Marzo è il mese del risveglio della natura, della primavera. Ma questo mese di marzo 1905 porta piuttosto ai nostri amici di cent'anni fa un fatto inatteso, che è subito oggetto di discussioni: le dimissioni del Governo. Ma come? La politica di Giovanni Giolitti ha da poco avuto la riconferma della fiducia dell'elettorato, chiamato alle urne in dicembre. Che senso hanno queste dimissioni?
Giolitti ha rimesso il suo mandato nelle mani del Re con la giustificazione che le sue precarie condizioni di salute non gli consentono di seguire con la dovuta attenzione i lavori parlamentari, che vedono in discussione molti e qualificanti progetti di legge governativi. In politica si sa che le "condizioni di salute" riguardano in genere tutt'altri argomenti che nulla hanno a che vedere coi problemi fisici. Né Giolitti fa eccezione a questa regola. Ovviamente non posso dire ai miei amici del 1905 che lo statista di Dronero gode di una salute così buona che gli consentirà di essere il centro della politica italiana fino al 1922; ma di certo ben pochi sono convinti che un semplice strascico di influenza impedisca al Primo Ministro di proseguire nella sua attività.
E in verità la malattia di Giolitti non si chiama "influenza", bensì "nazionalizzazione delle ferrovie", che rischia di bruciarlo politicamente. Così lo statista di Dronero adotta la soluzione (alla quale ricorrerà ancora nel corso della sua lunga carriera politica) di farsi da parte, passando il testimone a un suo uomo di fiducia. Meglio continuare a dirigere le cose in posizione defilata, salvo poi tornare in prima fila al momento opportuno.
E l'uomo di fiducia verrà ovviamente indicato al Re come il più adatto a ricevere l'incarico di formare il nuovo Governo. Perché dunque Giolitti ha scoperto all'improvviso di dover avere cura della sua salute? Il progetto di nazionalizzazione del servizio ferroviario, di cui già parlavamo nei mesi scorsi, stava suscitando un pericoloso coacervo di scontenti. Da un lato le compagnie concessionarie facevano ovviamente opposizione con tutti i mezzi possibili alla nazionalizzazione, o in alternativa puntavano a risarcimenti favolosi. D'altro lato, i sindacati dei ferrovieri non gradivano il nuovo inquadramento del personale previsto nel progetto governativo che attribuiva agli agenti ferroviari la qualifica di pubblico ufficiale, ma vietava lo sciopero e istituiva un regolamento disciplinare di tipo paramilitare.
Il Governo era criticato da quanti rappresentavano gli interessi delle Compagnie ferroviarie; ma era criticato anche perché non faceva, secondo alcuni, nulla di serio per porre fine agli scioperi di protesta indetti dai ferrovieri, che stavano mettendo in seria difficoltà non solo il servizio passeggeri, ma anche il trasporto di merci che all'epoca era ovviamente fatto per la gran parte su strada ferrata. E se le sinistre lanciavano gli strali contro l'esecutivo, soprattutto per il progettato divieto di sciopero, le Destre invece lo accusavano di eccessivo lassismo, rivangando anche gli interventi troppo lievi (secondo loro) in occasione dei tumulti di piazza del trascorso autunno.
Insomma, tutti sparavano sul governo che pur aveva, almeno sulla carta, la maggioranza parlamentare. E quindi Giolitti si ammala. Il Re, dopo le solite consultazioni, decide di dare l'incarico di formare il nuovo governo all’avvocato forlivese Alessandro Fortis, uomo fedelissimo a Giolitti. La strada che Fortis deve percorrere si rivela però da subito irta di ostacoli, creati sia dai suoi stessi compagni di corrente, che pretenderebbero addirittura una sorta di "dichiarazione di impegno" a continuare la politica giolittiana, sia dalla lotta che subito si scatena per la "corsa al posto" di ministro o sottosegretario.
Lo spettacolo complessivo è alquanto desolante e il Corriere della Sera non esita a rimarcarlo, nella prima pagina del 16 marzo 1905, con un articolo dal titolo significativo: "Disgusto".
Fortis non ce la fa, comunica al Re il suo ritiro e allora Vittorio Emanuele III fa mostra di uno spirito di iniziativa che purtroppo gli verrà a mancare, come ben sappiamo, anni dopo, esattamente dal 1922 in poi.
Per ora il Re, ricordandosi di essere il Capo dello Stato, visto che le risse politiche non permettono la costituzione di un nuovo governo, rimanda alla Camera il vecchio esecutivo, incaricando l'onorevole Tommaso Tittoni, ministro degli Esteri, di assumere l'insolito interim di Primo Ministro.
L'intervento di Tittoni alla Camera riesce a smuovere la situazione e a spianare la strada per il secondo tentativo di Fortis, che questa volta andrà a buon fine, costituendo il nuovo governo che entrerà in carica il 28 marzo. La scelta di Fortis da parte di Giolitti non era stata casuale perché il politico forlivese godeva di molte buone relazioni in campo finanziario e industriale. Sarà egli infatti l'uomo che alla fine riuscirà a sbloccare la situazione di stallo, trovando il punto di incontro con le Compagnie ferroviarie.
Se la crisi di governo ha avuto soluzione, non mancano però le ampie critiche per un modo di far politica in cui sembra ormai che l'ambizione personale o di gruppo venga assolutamente prima di ogni altra considerazione, prima addirittura del bene della patria! Ascolto queste discussioni dei miei amici di cent'anni fa. E non posso far altro che tacere, anche perché, vivendo la politica del nostro secolo, non so se ridere o piangere, sentendo queste accorate preoccupazioni...
Per fortuna anche in politica ci sono argomenti che generano meno polemiche, se non addirittura soddisfazione: il giornale dà notizia di una nuova "infornata" di senatori che erano all'epoca, come i nostri lettori sanno, di nomina regia, seppur su proposta governativa. E i milanesi hanno la bella soddisfazione di vedere premiati col laticlavio due dei loro più illustri concittadini: l'architetto Luca Beltrami (suo, tra l’altro, è il progetto del nuovo palazzo del Corriere in via Solferino a Milano) e il medico Luigi Mangiagalli, ostetrico illustre.
Se vogliamo volgere lo sguardo all'estero, sono ancora le notizie dalla Russia ad occupare gran parte della cronaca. E sono purtroppo notizie poco gradevoli che arrivano da questo Paese, tanto grande quanto arretrato, dove la classe dirigente, Zar in testa, sembra non rendersi conto di come si stia da sola scavando la fossa. Il carnaio della guerra contro il Giappone, condotta ormai per meri motivi "di prestigio" continua a bruciare non solo vite umane, ma anche enormi risorse, in un paese in cui le classi più povere manifestano principalmente non per ragioni politiche, ma per la mancanza di cibo. Con la massima naturalezza (come riporta L’Echo de Paris) un “alto personaggio politico russo” fa notare che la prosecuzione della guerra richiederà una spesa di altri 8 miliardi di rubli... il che è folle, in un Paese dove la fame è endemica. Ma quest'ultima notazione è dei nostri amici lettori di cent'anni fa, non dell’ “alto personaggio politico russo”, che si domanda solo "se ci saranno le risorse necessarie per proseguire i combattimenti...”
Inutilmente lo Zar cerca di calmare le acque con la convocazione di una sorta di "costituente" che dovrebbe fungere da organo consultivo per la riorganizzazione dello Stato, senza tuttavia metterne in discussione le basi autocratiche. L'esasperazione popolare è al massimo e mentre lo scrittore Massimo Gorki, fiero oppositore della politica repressiva viene arrestato, poi rilasciato, poi nuovamente arrestato e infine messo in libertà su cauzione di 10.000 rubli, il pope Gapon abbandona i toni pacifici con cui aveva inizialmente guidato il popolo nelle manifestazioni e non esita ad invitare esplicitamente alla rivolta armata.
Il giornale svizzero Le Matin di Ginevra riporta le dichiarazioni dell'animoso prete: "i contadini devono rifiutare le reclute per la vergognosa guerra russo giapponese… a morte tutti! Vendichiamo il sangue innocente dei nostri fratelli!…Tutto il sangue che scorrerà ricadrà sullo Zar! Viva l’insurrezione armata del popolo!…”
Cerchiamo dall'estero notizie meno angosciose e subito ci cade l'occhio sull'avvenimento mondano dell'anno: a Londra il 14 marzo si sono celebrate le nozze tra Guglielmo Marconi e la signorina Beatrice O’Brien, di ottima ed, ovviamente, ricchissima famiglia. Il cronista indugia nella descrizione di alcuni doni nuziali tra gli sposi, e agli sposi pervenuti da parenti e amici. Gli oggetti d'oro si sprecano, e così le pellicce di visone e gli abiti tempestati di pietre preziose. Alle nozze ha assistito tutta la "bella società" londinese e numerosi invitati sono giunti anche da ogni parte d'Europa. Insomma, Marconi ha trovato nella terra di Albione non solo la ricchezza (il mese scorso leggevamo gli eccellenti utili di esercizio della "Compagnia Marconi") ma anche l'amore, il quale, se oltretutto allietato da cospicue ricchezze, non spiace davvero. Un bello smacco per l'Italia, ma uno smacco meritato, laddove si pensi che il geniale scienziato bolognese non aveva trovato ascolto in Patria: la sua invenzione, che avrebbe così profondamente cambiato la vita di tutti, era stata da noi considerata poco più che uno stravagante esperimento sul quale non valeva la pena di sprecare troppo tempo.
Poi, già ne leggevamo nei nostri viaggi a ritroso negli anni scorsi, ci fu la corsa a riappropriarsi di Marconi, conferendogli cittadinanze onorarie, riconoscimenti, esaltando tutti i pregi della radiotelegrafia. Ma, si sa, che del senno di poi...
Un'altra importante notizia interessa estero ed Italia. E' sempre una notizia "mondana", perché riguarda una grande festa, ma è una festa che interessa tutti, perché viene indetta in occasione dell'apertura al traffico del traforo del Sempione, il più lungo tunnel d'Europa. Un'opera titanica, che onora il nostro Paese e la vicina Svizzera.
Se torniamo in Italia, troviamo che il mese di marzo è alquanto avaro di cronache, perché la crisi di governo è stata lunga e laboriosa e ha occupato gran parte delle pagine dei quotidiani. Non ci resta quindi che vedere se anche questo mese l'inarrestabile progresso della scienza non abbia prodotto qualche nuovo prodigio medicinale. E infatti troviamo l'inserto pubblicitario del "Carbone di Belloc", ottimo per tutti i disturbi del tubo digerente. A testimoniare le qualità prodigiose di questo farmaco, viene pubblicata la lettera, nientemeno, di un religioso, l'abate Dubois, parroco nei dintorni di Poitiers. L'uomo di Chiesa racconta come da tempo soffrisse di disturbi digerenti e del ricambio in modo sempre più grave. Di spirito normalmente gaio e cortese, era divenuto irascibile e scostante. Indubbiamente un sacerdote irascibile non va bene: che fa, schiaffeggia i penitenti anziché indurli ad emendarsi nel pentimento? Del resto, il buon abate aveva anche qualche motivo per essere irascibile: ci informa infatti, tra l'altro, che da una decina di giorni non andava più di corpo.
Una confidenza forse fuori luogo per un uomo che veste l’abito religioso, ma senza dubbio un’esperienza quanto mai penosa. Per fortuna l'abate Dubois venne a conoscenza del "Carbone di Belloc" e prese ad usarlo regolarmente dopo i pasti. Miracolo: già dal primo giorno avvertì un netto miglioramento, poi avvenne la sistemazione di tutte le sue funzioni fisiologiche (ci siamo capiti) e in capo a un paio di settimane fu la completa guarigione, che ridiede serenità al reverendo.
Così, grazie al "Carbone di Belloc", poté ricominciare a scrivere con calma e meditazione le sue prediche e ad attendere bene ai doveri del sacro ministero. Si avverte anche: diffidare dalle numerose imitazioni, nessuna di esse vale quanto il prodigioso Carbone di Belloc. La cosa non può che rallegrarci, perché abbiamo scoperto un medicinale che non solo guarisce i disturbi gastrointestinali, ma anche consente una serena opera di evangelizzazione. E con questa buona notizia ci apprestiamo a tornare nel nostro legittimo secolo, dando appuntamento ai nostri lettori per il prossimo aprile. Del 1905, ovviamente.
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