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UNA PARTITA A SCACCHI
NELL’ASIA CENTRALE
di ALESSANDRO FRIGERIO
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Karl E. Meyer, La polvere dell'Impero. Il "grande gioco" in Asia centrale - Corbaccio 2004, pp. 362, euro 24,50
"Come la corsa alla supremazia da parte delle grandi potenze ha portato all'insorgere del terrorismo islamico e agli attuali conflitti". Così recita l'ulteriore declinazione del sottotitolo di questo volume opera di Karl Ernest Meyer, già corrispondente del Washington Post, oggi membro del comitato editoriale del New York Times e autore di almeno un altro paio di titoli dedicati all'infuocato scacchiere dell'Asia centrale.
Il ruolo una volta ricoperto dalla Gran Bretagna in quell'area – per tutto il XIX secolo Londra svolse un compito di sorveglianza sulle terre di nessuno che separavano il canale di Suez e l'India – ora è passato agli Stati Uniti, che negli ultimi due decenni si sono accollati il fardello di controllare anche i Balcani e il Medio Oriente. E la tesi dell'autore è proprio questa: «gli interrogativi morali e diplomatici che oggi deve affrontare Washington differiscono nella scala ma non nel genere da quelli che doveva affrontare la Gran Bretagna prima della Prima guerra mondiale». Con in più l'aggravante che la moderna vocazione imperiale statunitense deve fare i conti con il principio di democrazia e autodeterminazione dei popoli di cui è storicamente paladina.
Ecco perché il volume di Meyer, rifiutando ogni approccio accademico, indulge efficacemente a un continuo palleggio tra ieri e oggi. Perché gli avvenimenti odierni non sono il frutto di un eterno presente, ma l'esito, spesso confuso e imponderabile, di un passato a volte remoto. E che nelle terre dell'Asia centrale si è sedimentato con un peso superiore a quello che noi europei siamo abituati a considerare. Le innumerevoli crisi nell'area e nel vicino Caucaso risultano scarsamente intelligibili se non si tengono a mente le mire anglo-russe dei secoli passati, il cosiddetto "grande gioco" per il controllo non del petrolio ma della via per l'India, le perenni ribellioni dei più o meno grandi potentati locali, gli stati fantoccio creati dai due contendenti, il crogiolo di etnie in feroce contrasto tra loro e un islam fanatico che si è progressivamente fatto carico di un perverso senso di rinascita nazionale.
Come Londra nel XIX secolo, Washington dovrà confrontare la sua politica con la perenne eredità imperiale russa, che conduce il Paese di Putin – così come era già accaduto ai tempi dell'Unione Sovietica e prima ancora con gli zar – a guardare con diffidenza al di là delle proprie frontiere (all'Accademia di Stato Maggiore a Mosca continua a campeggiare un motto di Alessandro III: "La Russia ha solo due amici nel mondo, il suo esercito e la sua marina"). Non senza che il Cremlino esiga di tornare e svolgere un ruolo egemone nelle regioni comprese tra il Mar Nero e il Mar Caspio.
Come ricordava George Nathaniel Curzon nel 1892, anni prima di assumere la carica di vicerè dell'India e poi di Ministro degli esteri britannico, «Turkestan, Afghanistan, Transcaspia, Persia: per molti questi nomi ispirano solo un senso di estrema lontananza o la memoria di strane vicissitudini o di moribonde avventure. Per me, lo confesso, sono i pezzi su una scacchiera sopra la quale si gioca per il dominio del mondo». E Curzon sapeva bene che la parola "scacco matto" deriva dal persiano shah, "re", e mat, che significa indifeso o sconfitto.
1945 - Editrice Goriziana 2004, pp. 307, euro 21,00
Tra il 1943 e il 1945, mentre le forze tedesche comandate da Kesselring ritardarono per ventidue mesi l'avanzata del gruppo di armate alleate del generale Alexander, l'Italia fu teatro di un'altra guerra. Operazioni di "stay-behind", interrogatori, azioni di spionaggio e controspionaggio, doppi giochi, infiltrazioni attive e passive e sabotaggi opposero in un serrato confronto i servizi segreti dell'Asse a quelli alleati. Al centro di questo volume un serie di episodi che coinvolsero tragicamente la popolazione italiana e in particolare i sabotatori e le spie della RSI mandati dai servizi segreti germanici nel Centro-Sud nel tentativo di supplire all'inferiorità della Luftwaffe, che non era più in grado di compiere voli di ricognizione nell'Italia liberata. Molti giovani mandati allo sbaraglio dai servizi segreti tedeschi, incuranti delle norme di sicurezza e spesso privi di un'uniforme, pagarono con la vita. Pubblicato in Inghilterra una decina di anni orsono in forma poco più che clandestina, questo libro di impianto storiografico rigoroso, alla ricerca originale negli archivi britannici, tedeschi e americani affianca la testimonianza di prima mano, restituendo un'immagine inaspettata dell'Italia alla fine della Seconda guerra mondiale.
G. Agnelli, Una certa idea dell'Europa e dell'America - Einaudi 2005, pp. 336, euro 17,50
Giovanni Agnelli è stato non soltanto il leader della Fiat, dell'ammiraglia del capitalismo italiano. È stato anche uno dei pochissimi esponenti della nostra classe dirigente ad aver mantenuto per quasi cinquant'anni una posizione di particolare rilievo nel Gotha internazionale, negli ambienti piú esclusivi dell'economia e della politica. Amico di John Kennedy, di David Rockefeller, e poi di Henry Kissinger, tra i fondatori della Commissione trilaterale, e in dimestichezza con alcuni dei piú autorevoli personaggi del mondo occidentale, Agnelli è stato di fatto, pur senza mai perdere di vista gli interessi della Fiat, una sorta di ministro-ombra degli Esteri, quale rappresentante del sistema-Paese e fautore della causa europeista e delle relazioni transatlantiche. Dai suoi numerosi discorsi in vari sodalizi e dal suo vasto giro di relazioni al di qua e al di là dell'Atlantico, nonché dal saggio introduttivo di Valerio Castronovo, si ha modo di riscontrare quale importanza abbia avuto la figura e l'opera di Agnelli, in virtú della sua autorevolezza e del suo ascendente personale, nell'accreditare l'immagine di un'Italia impegnata tanto sul fronte della modernizzazione quanto su quello dell'integrazione europea.
M. Cavina, Il sangue dell'onore. Storia del duello - Laterza 2005, pp. 336, euro 19,00
Il duello barbarico, giudizio di Dio in cui si coglieva nello scontro d'armi la sentenza della divinità; il duello in torneo, sospeso fra gioco, addestramento alle armi e regolamento di conti; il duello d'onore, giudiziario o clandestino, espressione e privilegio del ceto nobiliare. I nostri antenati hanno risolto le loro dispute pubbliche e private per più di mille anni sul filo di una lama, fino a quando la società borghese non ha condannato questa pratica come brutale e arcaica. Dalla morte in torneo di Enrico II ai duelli clandestini di Giacomo Casanova, dai duelli del Baiardo – il cavaliere senza macchia e senza paura – alla sciabola del Duce, dalla Russia alla Spagna, dall'Inghilterra all'Italia, in un racconto di episodi rievocati anche nei dialoghi originali, la storia piena di fascino di una istituzione che, se appare bizzarra o mostruosa al lettore contemporaneo, resta tuttavia una chiave di volta per la comprensione del nostro recente passato.
J. Le Goff, Il corpo nel Medioevo - Laterza 2005, pp. 204, euro 16,00
«Perché il corpo nel Medioevo? Perché il corpo ha una storia. La concezione del corpo, il suo spazio nella società, la sua presenza nell'immaginario e nella realtà, nella vita quotidiana e nei momenti salienti hanno subìto mutamenti in tutte le società storiche. Quale trasformazione è intercorsa dalla ginnastica e dallo sport dell'antichità greco-romana all'ascetismo monastico e allo spirito cavalleresco del Medioevo! Ebbene, dove si ha una trasformazione nel tempo, vi è storia. La storia del corpo nel Medioevo è dunque parte essenziale della sua storia globale.»
G. Galli, La magia e il potere. L'esoterismo nella politica occidentale - Lindau 2005, pp. 432, euro 24,00
Il rapporto tra cultura politica e cultura esoterica non è stato spezzato dalla rivoluzione scientifica del XIX secolo. Esso, in realtà, riappare a sprazzi, in singoli paesi e in situazioni specifiche, sino ai nostri giorni, dove ancora brillano lampi di esoterismo, sia a livello teorico sia nella pratica politica. In questo testo, frutto di anni di studio, Giorgio Galli, politologo attento alle tematiche esoteriche, coglie alcuni di quei momenti: nella riflessione di Hobbes e di Weber, nelle oscillazioni in Francia tra rivoluzione e reazione, nell'Inghilterra vittoriana, nella Romania di Codreanu. E ancora: oltre Oceano, negli Stati Uniti come in Argentina, in Italia negli anni del fascismo e in quelli di Prodi, per finire con la Russia del bolscevismo e di Gorbaciov. Un'avventura tra storia, scienze occulte e paranormale, dall'alchimia alla perestrojka, dall'astrologia alla politica.
J. Bradley-R. Powers, Iwo Jima. La battaglia che cambiò il corso della guerra del Pacifico - Rizzoli 2005, pp. 366, euro 18,00
Nel febbraio del 1945, un esercito di venitduemila giapponesi tentò strenuamente e inutilmente di difendere la piccola ma strategicamente fondamentale isola di Iwo Jima dall'assalto dei Marines americani. Oltre che per l'ingente numero di vittime, questa cruenta pagina di guerra è rimasta impressa nella storia e nell'immaginario collettivo grazie a una celebre fotografia scattata nel momento in cui sei giovani soldati americani issavano la bandiera a stelle e strisce su un'asta improvvisata, in cima al monte che domina l'isola. Quella bandiera piantata a Iwo Jima diventò presto un'icona americana e l'emblema stesso della vittoria degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale e degli ideali più alti della nazione. Ora, per la prima volta, il figlio di uno di questi sei uomini racconta la storia che si cela dietro a quell'immagine. Attraverso le vicende del padre e dei suoi commilitoni, James Bradley ricostruisce quella battaglia con la forza inedita delle testimonianze dirette e il ritmo calzante di un autentico romanzo bellico, facendo rivivere al lettore le fasi del combattimento, il dramma degli uomini e il rilievo di una pagina di storia cruciale del Secondo conflitto mondiale. Dalla chiamata alle armi all'addestramento nei campi specializzati; dallo sbarco sull'isola sotto una pioggia di fuoco nemico all'avventurosa conquista del monte, in uno scenario epico, Bradley ricompone i tasselli di una storia sconosciuta e affascinante. Solo tre degli uomini ritratti nella foto tornarono in patria vivi; i sopravvissuti, simbolo di un astratto eroismo, si trovarono invece a fare i conti con la propria tragica esperienza. Basandosi sui documenti, le lettere, i diari e le fotografie originali dell'epoca, ritrovati tra le carte del padre, James Bradley tratteggia in queste pagine il profilo di una generazione, e riflette dolorosamente sulle conseguenze della guerra e sul concetto di eroismo che emerge dalle stesse parole di suo padre: "I veri eroi di Iwo Jima sono i ragazzi che non sono tornati".
P. Agnetti, Nassiriya - Boroli Editore 2005, pp. 160, euro19,00
Basato sui tre viaggi compiuti dall'autore (editorialista di politica estera della 'Gazzetta di Parma') in Iraq nell'ultimo anno, Nassiriya non è solo un diario, appassionato e appassionante, popolato di personaggi sorprendenti e denso di episodi in gran parte sconosciuti al largo pubblico. Fondendo in modo assolutamente originale lo stile del reportage con quello tipico del pamphlet, l'autore affronta uno dopo l'altro i nodi principali del ruolo dell'Italia nello spaventoso dopoguerra iracheno: la polemica attorno al carattere e alle finalità della nostra missione, il comportamento sul campo dei nostri militari anche nelle situazioni di maggiore pericolo, il loro rapporto con la popolazione locale, la reazione dell'opinione pubblica al dramma dei nostri caduti e a quello dei nostri connazionali sequestrati, gli ostacoli enormi che ancora si frappongono alla rinascita dell'antico Paese dei due fiumi: una terra senza mezze misure sia nella grandezza della sua civiltà millenaria, sia nel totale disastro morale e civile prodotto da decenni di dittatura e di guerre.
S. Romano, La quarta sponda. La guerra di Libia: 1911-1912 - Longanesi 2005, pp. 308, euro 17,50
A lungo considerata un episodio, per di più minore, del becero e trionfante nazionalismo nostrano, la guerra italo-turca fu in realtà molto più complessa, e meno provinciale, di quanto possa sembrare a prima vista. Intanto, fu popolare: la vollero non solo i nazionalisti ma anche i cattolici, buona parte dei democratici e persino alcuni socialisti. Per ragioni diverse suscitò consensi nella borghesia del Nord e fra i contadini del Sud. Giolitti, primo ministro e attento sismografo degli umori delle varie piazze, la preparò – probabilmente controvoglia – perché il Paese gliela chiedeva: ne fu il sensale e il notaio. L'Italia sognante e ambiziosa che guardava alla quarta sponda come alla terra promessa andò alla conquista della Libia per ansia di riscatto e per non sembrare il parente povero delle potenze europee. Ma attaccando l'impero ottomano l'Italia rischiava di riaccendere un braciere tutt'altro che spento, con focolai ancora caldi o prossimi a nuove scintille (crisi marocchina e guerre balcaniche), e che sarebbe esploso, due anni dopo, nel primo conflitto mondiale. Sergio Romano (che per questa nuova edizione ha aggiunto un capitolo dedicato alla Libia di Gheddafi) ne traccia un resoconto minuzioso, evidenziando come essa fu importante non soltanto per la nostra storia ma anche in prospettiva europea, con in sé alcuni elementi dei conflitti che oggi affliggono i rapporti tra il mondo occidentale e quello islamico.