Un fenomeno europeo sul quale gli storici di varie tendenze disputarono
per lungo tempo dicendone tutto il bene e il male possibile
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IL DISPOTISMO ILLUMINATO:
LA GRANDE SVOLTA DEL XVIII SECOLO
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L’espressione dispotismo illuminato, con il suo sinonimo assolutismo illuminato o riformatore, è stata coniata dalla storiografia tedesca a metà dell’Ottocento ma si è imposta nel linguaggio storiografico solo dopo la prima guerra mondiale, dopo essere stata oggetto di dibattiti e divergenze interpretative.
Autori come M. Lhéritier, E. Lousse e F. Valsecchi ne hanno sottolineato l'importanza come fenomeno di dimensioni europee: con i loro studi hanno contribuito a superare una visione riduttiva del dispotismo illuminato, che era comune a storici marxisti e non.
Fra questi ultimi ricordiamo R. Mousnier, il quale sosteneva che il dispotismo illuminato non ha rappresentato nulla di nuovo; altri argomentarono che l'assolutismo era strutturalmente contrario alle teorie illuministiche.
Per gli studiosi marxisti come G. Lefèbvre esso non era che una copertura culturale, un alibi per giustificare il dominio assolutistico, sostenendo che le riforme del XVIII secolo furono promosse soprattutto per ragioni di stato e non in omaggio agli ideali illuministici, dei quali i principi si servirono prevalentemente per dare una giustificazione alla loro tradizionale politica assolutistica.
Nell'ultimo periodo la storiografia ha accettato la tesi che il dispotismo illuminato rappresenti un fenomeno storico significativo il quale, pur avendo comuni matrici ideologiche e culturali, ha assunto forme differenti a seconda delle condizioni storiche dei Paesi in cui si è sviluppato. Esso sarebbe la fase cronologicamente finale dell'assolutismo europeo.
Per dispotismo illuminato si intende una tipologia di governo monarchico nella quale il sovrano attuò una serie di riforme ispirate alla cultura illuminista, con il fine di far trionfare i principi della ragione; il connubio tra iniziativa politica dell’assolutismo e il suo ispirarsi a un’idea di “lumi” da portare nella vita dello Stato e della società, con evidente collegamento con la cultura illuministica.
La critica illuministica e le prime formulazioni scientifiche dell'economia, infatti, indicavano chiaramente le linee essenziali di un programma di riforma: i filosofi e l'opinione pubblica più avveduta non credevano più al "diritto divino dei re", ma accettavano un programma di riforma della società e dello stato affidato ad un principe guidato dagli ideali filosofici dell'epoca e capace di operare il trapasso dal dispotismo arbitrario del sovrano, al dispotismo legale, vincolato al compito di provvedere alla "felicità dei popoli".
Tuttavia non tutti gli storici sono concordi nel valutare il peso delle teorie illuministiche come base per le riforme politiche: secondo alcuni, come F. Bluche, i sovrani si sarebbero semplicemente serviti della filosofia illuministica; altri, come K.O. von Aretin, sostengono invece che le teorie illuministiche erano la forza portante dell'azione politica dei sovrani.
Nel complesso, i sovrani illuminati, a volte sinceramente e a volte in modo strumentale, compresero che la cultura illuministica costituiva la grande frontiera culturale della loro epoca e quindi ne trassero elementi per immetterla nella loro ideologia politica, al servizio dello Stato e della sua propaganda.
In questo quadro di rinnovamento ideologico, la monarchia assoluta mirava a giustificare se stessa come istituzione necessaria per il bene pubblico: i sovrani tendevano a presentare se stessi come “servitori dello stato” impegnati nei loro “doveri” al pari di tutti gli altri cittadini, anche se nella loro unica posizione e responsabilità.
Tale dispotismo, più o meno illuminato dagli ideali razionalistici, sembrava corrispondere alle necessità oggettive di molti paesi e coincideva con il proposito dei sovrani di continuare con maggior coerenza ed efficacia l'azione di accentramento del potere, fino allora condotta con troppe concessioni alle condizioni di fatto.
In particolare, i rapporti fra Chiesa e Stato furono profondamente modificati a favore del potere politico, rivendicando lo Stato la sua sovranità rispetto alle tradizionali interferenze del potere ecclesiastico.
In questo periodo storico vennero recuperate le teorie del giurisdizionalismo, la politica, nei confronti dell'istituzione ecclesiastica, tesa a rivendicare l'intero controllo amministrativo, fiscale e giuridico del territorio da parte dello Stato e delle sue autorità, sottraendolo alle strutture parallele costituite da diritti e privilegi ecclesiastici.
Nello specifico, vennero aboliti il Tribunale dell’Inquisizione, il foro ecclesiastico ed il diritto d’asilo; venne imposta l’approvazione statale degli atti pontifici e di quelli concernenti l’insediamento dei vescovi; si sospese la censura ecclesiastica sulla stampa.
Inoltre, molti ordini religiosi contemplativi vennero eliminati, con la chiusura di monasteri e l'incameramento dei loro beni: le proprietà vennero introdotte sul libero mercato dei terreni con la conseguente possibilità di creare una nuova proprietà agraria di tipo imprenditoriale.
In particolare, si sviluppò una vera e propria guerra contro i Gesuiti a causa della potenza raggiunta dalla Compagnia di Gesù nella politica, nell'educazione delle classi superiori, nel campo degli affari.
In Portogallo, Paese fervidamente cattolico, il clero possedeva circa due terzi della proprietà immobiliare e la Corona doveva spendere gran parte delle sue entrate per il mantenimento di un numero spropositato di sacerdoti.
In questa situazione il Marchese di Pombal, nominato ministro degli esteri e della guerra nel 1750 da re Giuseppe I, trasse pretesto da un attentato contro la vita del sovrano per accusare i Gesuiti di congiura contro lo Stato: nel 1759 li fece imprigionare ed espellere da tutti i territori dell’impero portoghese e li fece trasportare a Civitavecchia, nello Stato Pontificio, procedendo immediatamente al sequestro dei collegi e dei beni della Compagnia.
Con modalità diverse, l'esempio portoghese fu seguito negli anni successivi dalla Francia, dalla Spagna e dai Borboni di Napoli e di Parma, mentre forti pressioni erano esercitate sul papato perché procedesse a sciogliere la Compagnia. Tale risultato fu raggiunto nel 1773, quando Papa Clemente XIV ne decretò la soppressione. L'ordine continuò peraltro a vivere clandestinamente sin quando fu restaurato, nel 1814, in conseguenza di un radicale mutamento del clima culturale e politico europeo.
Se da un lato le direttive del riformismo assolutistico andavano nella direzione di subordinazione delle Chiese, dall’altro rivendicavano una sostanziale tolleranza nei confronti delle minoranze religiose (Ebrei, Valdesi…), essendo l’intolleranza uno dei mezzi principali del potere di una Chiesa sulle altre e della sua influenza sullo Stato stesso.
I despoti illuminati, che gli storici riconoscono in modo più o meno concorde in Federico II di Prussia (1740-1786), Maria Teresa d’Austria (1740-1780: il suo status come despota illuminata è dibattuto) e Giuseppe II (1765-1790), Caterina II di Russia (1762-1796), Carlo III di Spagna (1759-1788), sono accomunate da un interesse per le riforme economiche che si manifestò in modo differente a seconda delle realtà peculiari dei vari Paesi.
Generalmente, venne eliminata ogni forma di autonomia, di potere feudale, di privilegio ecclesiastico, operando gradualmente la tassazione dei beni dei nobili e del clero (i catasti servirono per censire le proprietà immobiliari che vennero in seguito tassate dalla Stato tramite l'imposta fondiaria).
Inoltre, cessò di esistere l'appalto delle imposte ai privati, venendo posto nelle mani di funzionari statali; furono aboliti i dazi e le corporazioni, che impedivano la creazione di una libera concorrenza tra produttori ed un regime di prezzi regolato dal mercato.
M. Weber, uno dei massimi studiosi dello Stato moderno, ha sottolineato nella sua opera Economia e società (1921-22) come la modernizzazione dello stato sia avvenuta in stretta analogia con quella economica, compiutasi attraverso un movimento di espropriazione dei poteri tradizionali (feudatari, clero…) a favore del sovrano, così come il capitalismo moderno si è realizzato espropriando i piccoli produttori autonomi:
“Lo sviluppo dello Stato moderno ha avuto inizio ovunque nel momento in cui, da parte del principe, viene messo in moto il processo di espropriazione dei detentori “privati” indipendenti della potenza amministrativa, che sussistono accanto a lui – cioè di quei possessori di mezzi di impresa amministrativi e militari, di mezzi di impresa finanziari e di beni politicamente utilizzabili di ogni specie. L’intero processo costituisce un perfetto parallelo dello sviluppo dell’impresa capitalistica mediante una graduale espropriazione dei produttori autonomi. Alla fine si vede che nello Stato moderno la disponibilità di tutti i mezzi di impresa politici è concentrata in un vertice unico.”
Per quanto riguarda lo sviluppo agricolo, vi furono bonifiche, canalizzazioni che portarono alla nascita di colture specializzate.
In molti paesi europei vi fu l'abolizione della servitù della gleba che favorì la nascita di nuovi contratti agrari e lo sviluppo della piccola proprietà. Questa riforma non si attuò nella Russia di Caterina II che, più favorevole alla nobiltà che ai contadini, dovette sedare con l’esercito una delle più grandi rivolte contadine della storia russa, scoppiata nel 1773 e guidata dal cosacco Emal’jan Pugacev.
Importanti furono anche le riforme in campo giuridico, fra cui spicca l’abolizione della tortura e della pena di morte.
A Milano, sotto il governo asburgico di Giuseppe II, venne pubblicato il nuovo codice penale e nel 1764 venne pubblicata l'opera di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene, presto tradotta in molte lingue.
Beccarla, esaltando “i lumi”, condusse un attacco distruttivo alla legislazione tradizionale, scagliandosi contro la tortura e la pena capitale, ritenuti strumenti barbarici, e preferendo a quest’ultima una lunga pena detentiva basata sul lavoro. Egli, inoltre, sottolineava l’esigenza imprescindibile dell’autonomia della magistratura e delle sue sentenze “inappellabili”:
“Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi.”
Al movimento riformatore che, pur con profonde differenze, toccò buona parte dell’Europa continentale rimasero estranee l’Inghilterra e la Francia.
Nel primo Paese che, dopo la “gloriosa rivoluzione” del 1688-89 e la sconfitta del progetto assolutistico, aveva ottenuto una costituzione da Guglielmo III d’Inghilterra (1689-1702), si era consolidato un sistema parlamentare: lo Stato aveva funzioni più ridotte che altrove ed il governo, attraverso il Parlamento, era reso particolarmente sensibile ai bisogni di una società segnata da uno sviluppo socio-economico che si reggeva ormai sull’adesione della stessa nobiltà agli interessi dei ceti borghesi. Un discorso sostanzialmente analogo valeva per i Paesi Bassi.
In Francia, invece, fra la seconda metà del XVIII secolo e lo scoppio della rivoluzione francese nel 1789, l’istituzione monarchica subì un processo di delegittimazione crescente, che portò alcuni storici a parlare di assolutismo debole.
Nel complesso, la monarchia continuava ad essere riconosciuta dalla quasi universalità del paese ma l’assolutismo non aveva più le risorse necessarie per costituire un centro sicuro di forza e autorità: una parte rilevante della nobiltà, dei ceti intermedi e delle elites culturali formava un ampio schieramento che, benché segnato da obiettivi diversi, aveva in comune quello di opporsi alle pretese assolutistiche della monarchia e ai suoi progetti di riforma.
La maggior parte degli storici è concorde nel riconoscere in Federico II di Prussia (1740-1786) l’exemplum del despota illuminato.
A differenza degli altri sovrani illuminati, egli non emanò nessun editto di tolleranza, ma gestì l'apparato statale attenendosi ai principi illuministici diffusi nella società del Settecento. Oltre ad avere stretto rapporti di amicizia con grandi intellettuali europei, in particolare con Voltaire, iniziò a scrivere saggi di storia e politica.
Nell’Antimachiavelli (1739), suo primo scritto, l’ideologia del “dispotismo illuminato” trovava piena espressione.
“Bisogna dire che lo scopo principale del sovrano deve essere la giustizia, e che è il bene dei popoli a guidarlo e a fargli trascurare ogni altro interesse. E allora, che ne è di questi concetti di interesse, grandezza, ambizione e dispotismo? Ne risulta che il sovrano, lungi dall’essere il padrone assoluto dei popoli soggetti, è il primo suddito.”
Salito al trono nel 1740, Federico II si pose con successo lo scopo di fare del suo Paese uno dei grandi soggetti sovrani dell’Europa del tempo: i progressi in campo commerciale, manifatturiero e minerario furono notevoli; con la riforma scolastica del 1763, egli potenziò l’istruzione valorizzando il contributo dei Gesuiti, proprio in un periodo in cui la Compagnia di Gesù veniva soppressa nei paesi cattolici.
Federico II morì nel 1786, pochi anni prima della rivoluzione francese e delle grandi guerre dell’epoca rivoluzionaria. La costruzione federiciana, adatta a confrontarsi con gli stati monarchici settecenteschi continentali, avrebbe mostrato la fragilità della costruzione troppo rigida a confronto con la Francia moderna di Napoleone dal momento che lo Stato aristocratico, accentrato, burocratico e militare aveva fatto di borghesi e contadini un corpo troppo passivo nell’ora del pericolo supremo.
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BIBLIOGRAFIA- Der aufgeklarte Absolutismus, di K.O. von Aretin – Kiepenhauer & Witsch, Colonia 1974.
- Dizionario di storiografia, a cura di A. De Bernardi, S. Guarracino - Bruno Mondatori, 1996.
- L’Antimachiavelli, di Federico II – Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1987.
- L’Età Moderna, di M. Salvadori – Loescher Editore, Torin 1995.
- La vicenda dello stato moderno, di G. Poggi – Il Mulino, Bologna 1976.
- Le despotisme éclairé, di F. Buche – Fayard, Parigi 1969.
- Lo stato assoluto, di P. Anderson – Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1980.
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