La Cristiada, o rivolta dei Cristeros: un evento di grande importanza per la storia
del Messico e che, stranamente, è pressoché ignorato da testi e manuali
INSURREZIONE ARMATA PROTETTA
DALLA MADONNA DI GUADALUPE
di RENZO PATERNOSTER
Gli anni della rivoluzione in Messico avevano messo a dura prova la popolazione, tutte le famiglie avevano perso almeno un parente nella sanguinosa rivolta, ovunque c’era povertà. Nonostante tutto i messicani avevano ancora la forza di far sentire la loro voce, soprattutto quando qualcuno minacciava di cancellare la loro anima cattolica e la figura della Madonna di Guadalupe.
All’origine della nuova identità del Messico c’è l’avvenimento della Fede, materializzato nell’apparizione della Vergine di Gudadalupe (divenuta poi Patrona del Messico e delle Americhe). Il cattolicesimo rappresenta non solo la religione del popolo messicano, ma la sua stessa “nuova” anima che plasma l’identità culturale e nazionale del Messico.
All’alba del 9 dicembre del 1531, sulla collina di Tepeyac (presso la Città di Messico), una Madonna di pelle scura apparve ad un indio, Juan Diego di Cuauhtlatóhuac, parlando il nuáhatl, il dialetto della regione. Questo evento, soprattutto l’uso di una lingua diversa da quella dei popoli dominatori, ma anche il colore della pelle della Madonna, divennero
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La Madonna di Guadalupe
motivo per credere che Dio stesse dalla parte degli indios. La Madonna era venuta per dar fede al Nuovo Mondo. Gli spagnoli non erano venuti per caso, ma diventavano dei semplici strumenti della volontà divina. La Vergine di Guadalupe era venuta anche per rimproverare i metodi d’alcuni dominatori europei, per questo si negò a loro e apparve ad un semplice contadino indio.
Le apparizioni furono cinque ed ebbero luogo fra il 9 e il 12 dicembre del 1531. Fu nella quinta apparizione che, con ogni probabilità, la Signora si presentò come La sempre Vergine santa Maria Coatlaxopeuh (la pronuncia in nuáhatl è “quatlasupe”), che foneticamente nella lingua spagnola si avvicina a “Guadalupe”. Il significato di Coatlaxopeuh è “Colei che calpesta il serpente”. Nella figura impressa sulla tilma di Juan Diego, si vede infatti la Madonna che calpesta un serpente. Il mantello di Juan Diego è stato sottoposto, in epoca recente, a diverse prove scientifiche; tutti gli scienziati concordano sull’origine soprannaturale dell’immagine.
Gli spagnoli cercarono di appropriarsi dell’evento, per questo dedicarono l’apparizione alla Guadalupe dell’Estremadura, una Vergine adorata anche dal conquistatore Hernán Cortés.
L’apparizione ebbe (ed ha) una grande importanza dal punto di vista sincretistico; essa divenne la più viva rappresentazione dell’identità religiosa della Nazione messicana che stava nascendo dalla fusione di due grandi civiltà, quella spagnola e quella azteca.
Tant’è vero che nel 1810, gli slogan “Viva la Vergine di Guadalupe” o “Viva la Morenita” furono gridati dai rivoluzionari messicani della regione di Guanajauto, che, guidati dal parroco di Dolores – don Miguel Hidalgo y Costilla – si opposero ai dominatori europei.
L’apparizione di Guadalupe non è un mito scaturito da un sincretismo, ma un evento che ha plasmato tutta la storia cattolica messicana.

La Costituzione messicana.
Torniamo ai fatti della nostra rivoluzione. Il 31 gennaio 1917, sotto la presidenza di Venustiano Carranza, fu approvata la nuova Costitución de los Estados Unidos Mexicanos. La nuova Costituzione messicana, detta di Queretaro, fu una delle più avanzate del periodo dal punto di vista della legislazione sociale e del riconoscimento dei diritti delle classi lavoratrici.
Gli articoli più innovatori della Carta, sono quelli relativi alla funzione sociale della proprietà e alla regolamentazione del lavoro. La Carta costituzionale infatti prevedeva l’abolizione del lavoro servile e l’istituzione delle otto ore lavorative, del salario minimo garantito, della tutela del lavoro minorile e femminile; ma anche il diritto all’istruzione e all’assistenza per malattia. La Costituzione messicana, tuttavia, minò i rapporti con due realtà fortemente presenti nel Paese: gli Stati Uniti d’America e la Chiesa di Roma.
I vicini americani del Nord avevano rilevanti insediamenti produttivi in Messico, soprattutto nel campo dell’estrazione del petrolio. Le norme contenute nella Costituzione, che penalizzavano molto queste imprese, andavano dagli aumenti fiscali sull’esportazione del greggio alla richiesta dell’autorizzazione preventiva per nuove perforazioni. L’articolo 27 della Carta costituzionale infine dichiarava che le risorse del sottosuolo appartengono allo Stato. In questo modo si determinò un serio contrasto con le compagnie petrolifere, e con gli Usa, e il pericolo di un intervento militare da parte statunitense divenne reale.
Gli articoli 3, 5, 24, 27 e 130 inasprirono invece i rapporti con la Chiesa cattolica. Tali articoli, infatti, concentravano tutti i poteri della società nelle mani dell’autorità politica,
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Stendardo dell’Esercito
di liberazione messicano
abbandonando l’antica collaborazione con la Chiesa. Il dettato costituzionale prevedeva appunto la separazione della Chiesa dallo Stato, la completa scristianizzazione di tutti i luoghi pubblici – dalle scuole agli ospedali – e limitazioni severissime nel campo della pastorale. Si proibiva formalmente alla Chiesa di gestire istituti di istruzione e ai sacerdoti d’insegnare nelle scuole materne elementari statali (art. 3), di far emettere o indurre a voti religiosi (art. 5). Altre disposizioni stabilivano la conversione in beni demaniali dei luoghi di culto (art. 27), il divieto di celebrare cerimonie religiose fuori dai luoghi di culto e quello di indossare l’abito talare in pubblico (art. 24). La Costituzione, al famigerato articolo 130, prevedeva anche la trasformazione del clero in un corpo di funzionari statali, negando ogni status legale alla Chiesa; il veto per i religiosi di ricevere lasciti o eredità, se non erano congiunti al testatore da parentela almeno di quarto grado. Non solo, i matrimoni religiosi perdevano l’efficacia civile, i singoli Stati della federazione potevano fissare un tetto al numero di sacerdoti presenti, che dovevano comunque essere messicani di nascita (nello Stato di Michoacan fu assegnato un sacerdote ogni 33.000 fedeli, in quello del Chiapas uno ogni 60.000, mentre in quello i Vera Cruz uno ogni 100.000 abitanti.). Addirittura, il comma 9 dell’articolo 130, prevedeva la perdita dell’elettorato attivo e passivo da parte degli ecclesiastici, del diritto di associazione a fini politici, la pubblicazione di fogli a contenuto religioso. Anche la stampa cattolica fu colpita pesantemente. La Costituzione liberale si concludeva con l’annotazione che essa sarebbe comunque restata in vigore, anche nel caso di una rivolta.
Questi articoli fortemente antiecclesiastici complicarono l’esistenza della Chiesa, al contempo minarono i rapporti tra la società civile e l’autorità governative.
Una società che tradizionalmente si nutriva delle immagini sacre della Signora di Guadalupe e di Cristo, simboli di speranza e liberazione dalle ingiustizie, non poteva accettare che lo Stato sradicasse Dio dal Messico, decretando la morte spirituale di un intero popolo. In più la Carta costituzionale fu imposta ai messicani da un’Assemblea costituente praticamente autonominatasi, e quindi da deputati non eletti democraticamente, e non fu mai sottoposta alla ratifica del voto popolare.
Il presidente Carranza, accortosi del malumore dei messicani e per timore di sommosse sociali, benché non potesse modificare la legislazione, fu in grado di moderare almeno la sua applicazione.

Cronaca di una persecuzione. Il periodo 1914-1934 fu il più cruento della persecuzione religiosa in Messico, la Chiesa fu considerata come centro sovranazionale conservatore, ostacolo quindi alle riforme “rivoluzionarie istituzionali” (il partito del presidente Calles si autodefinì appunto “partito rivoluzionario istituzionale”).
In Messico, governato da Porfirio Díaz, nonostante le leggi anti-ecclesiastiche, si tennero congressi sociali cattolici che organizzarono l’iniziativa cattolica nel campo sociale (a Puebla, a Morella, a Guadalajara, e a Oaxaca). Si discusse, ad esempio, del problema dell’istruzione scolastica e dell’analfabetismo dilagante nelle campagne, della situazione dei lavoratori e del reddito familiare basso, dell’aiuto agli anziani bisognosi, della gestione dei luoghi di cura. Si suggerì di istituire scuole serali per i lavoratori e l’esenzione delle tasse scolastiche per consentire alle famiglie disagiate l’accesso dei propri figli alla scuola. Per far fronte alla disoccupazione o al reddito modesto si prospettò, invece, d’istituire cooperative di consumo e piccole proprietà terriere. Si chiese infine ai cattolici più ricchi di finanziare una parte delle spese per la gestione dei luoghi di cura.
Lo Stato non prese in considerazione le proposte di questi congressi. A seguito di questa opposizione si formarono associazioni cattoliche che avrebbero dovuto occuparsi dei problemi sociali: la Confederación Católica Obrera, la Sociedad de Obreros Católicos de la Sagrada Famiglia y Nuestra Señora de Guadalupe, l’Associación de los Operarios Guadalupanos. La creazione di riviste cattoliche, invece, contribuì alla divulgazione dei
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L’Esercito rivoluzionario
a Città del Messico
concetti cristiani per plasmare una coscienza sociale. Nacquero così i periodici Democrazia cristiana, El Operaio guadalupano, Restauración. Il nuovo Partido Católico Nacional, tentò di avvicinare i cattolici alla politica, per rivendicare il diritto di partecipare alla stesura delle leggi per il Paese.
Nel 1920 i generali Plutarco Elías Calles, Alvaro Obregón e Adolfo de la Huerta organizzarono la “ribellione di Agua Prieta. Con questa rivolta i due generali deposero il presidente Carranza, il quale il 21 maggio fu ucciso durante un tentativo di fuga nel piccolo villaggio di Tlaxcalantongo. Sino alla fine di quell’anno il Paese fu retto da una giunta provvisoria guidata da De la Huerta. In seguito Alvaro Obregón prese le redini del Messico assumendo la presidenza. Nel 1924 il Paese passò sotto la guida del generale Plutarco Elías Calles. A partire da questa data l’anticattolicesimo assunse un carattere quasi apocalittico.
Il nuovo presidente ordinò a tutti i governatori degli Stati federali messicani di emanare decreti volti a far applicare il dettato costituzionale in materia di disciplina religiosa. Molti governatori non aspettavano altro e misero subito in pratica le raccomandazioni presidenziali. Nello Stato del Tabasco, ad esempio, il governatore Tomás Garrido Canabal promulgò, il 28 febbraio 1824, una legge in cui si richiedeva per l’esercizio del ministero sacerdotale una serie di requisiti: essere tabascheno di nascita, avere più di 40 anni, aver studiato in scuole statali, non aver subito procedimenti giudiziari, essere sposato. Nel 1926 un’ordinanza presidenziale puniva con un ammenda e con la prigione chi faceva suonare le campane, chi distribuiva o conservava santini religiosi, chi indossava medagliette con figure sacre.

La Riforma penale. Il 14 giugno 1926 fu introdotta la riforma al Codice penale messicano. Questa revisione prevedeva gravi sanzioni ai trasgressori degli articoli 3, 5, 24, 27 e 130 della Costituzione. In particolare diveniva reo di delitto chi esercitava il culto senza autorizzazione dell’autorità civile (art. 2) e senza essere di nazionalità messicana (art. 1), chi prendeva o induceva ai voti religiosi (artt. 6 e 7), chi indossava l’abito talare in pubblico (art. 18). Era previsto il carcere anche per chi commentava temi politici per stampa (art. 14); questa pena era prevista anche per gli ecclesiastici che abusavano del pulpito per criticare il governo (art. 10). Pene gravi venivano inflitte se nei luoghi di culto si tenevano riunioni a carattere politico (art. 16), se la Chiesa acquisiva o possedeva, per sé o per interposta persona, beni immobili o capitali (art. 21). L’articolo 22 del Codice penale riformato prevedeva anche la reclusione per chi distruggeva o procurava danni a chiese, seminari, case canoniche, conventi, perché ritenuti proprietà esclusiva dello Stato.
Alla persecuzione istituzionale si affiancarono manifestazioni criminali. A metà maggio del 1921 sulle torri della cattedrale di Morella furono issate le bandiere socialiste rosso-nere, mentre nella chiesa fu pugnalata un’immagine della Vergine di Guadalupe. I cattolici risposero con una manifestazione di protesta pacifica, la quale fu sciolta dall’esercito perché considerata un atto di disubbidienza.
Il 14 novembre dello stesso anno, una bomba di dinamite esplose all’interno della basilica di Nostra Signora di Guadalupe, ai piedi del quadro in cui c’era la tilma miracolosa con l’immagine della Vergine. La sacra immagine rimase intatta, nonostante la forte esplosione.
Il 3 maggio del 1922, la sede dell’Associazione Cattolica della Gioventù Messicana (Acjm) fu attaccata e distrutta da giovani socialisti. Nonostante la gerarchia richiese di individuare i colpevoli, l’azione restò impunita.

L’ostinazione dei cattolici messicani. Nel 1923 la cerimonia della posa della prima pietra del nuovo santuario dedicato a Cristo Re a Guanajauto, che doveva sostituire il precedente costruito nel 1920 di minori dimensioni, provocò non grossi problemi alla Chiesa messicana. Il delegato apostolico, monsignor Ernesto Filippi, che partecipò alla cerimonia d’inaugurazione dei lavori, fu dichiarato persona non grata e per questo gli fu imposto di lasciare il Paese entro settantadue ore.
Nell’ottobre del 1924 il Congresso eucaristico della Città del Messico, dopo aver ottenuto tutti i permessi speciali dalle autorità politiche, stava per iniziare la riunione, quando il governo inviò ordini affinché lo stesso congresso fosse sospeso per il reato di violazione alle leggi di Riforma del Paese.
Nel 1925 fu fondata dallo Stato anche la “Chiesa Cattolica Apostolica Messicana”. Sotto la guida di José Joaquín Péres, sacerdote subito considerato scismatico. La nuova Chiesa nazionale non raccolse consensi da parte della popolazione. Anzi, questo esperimento terminò quando, domenica 23 febbraio, un gruppo di cattolici fedeli a Roma impedì a padre Manuel Monje, un altro sacerdote scismatico, di celebrare la messa nella chiesa dedicata al Corpus Christi; lo stesso Péres riuscì a nascondersi alla folla inferocita. L’intervento dell’esercito soffocò la piccola sommossa. A questa Chiesa nazionale aderirono solo sei parrocchie e tredici sacerdoti, essa comunque ebbe una vita insignificante e breve.
Nella prima metà del 1926, esasperati dalla difficile situazione, i vescovi messicani
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Il presidente Calles (al centro)
sottoscrissero una lettera pastorale in cui si accusava il governo di voler annientare il cattolicesimo, aprire il Messico ai protestanti, favorire la massoneria. Il presidente messicano subito accusò l’episcopato di congiura e tradimento contro lo Stato. Per ritorsione furono chiusi molti conventi e incarcerati sacerdoti e religiosi.
Il colpo di grazia arrivò con la legge del 14 giugno 1926, esecutiva dal 31 luglio. Con tale normativa furono espulse tutte le congregazioni religiose e confiscati i loro beni, tutti gli ecclesiastici avrebbero assunto il titolo di dipendenti dello Stato. Il mondo cattolico reagì a questa campagna anticlericale e si organizzò in una “Lega Nazionale di Difesa della Libertà religiosa”.
Quest’associazione iniziò a lavorare in sintonia con l’episcopato messicano; essa preparò una petizione nella quale si chiedevano l’abrogazione della Costituzione e delle leggi persecutrici contro la Chiesa cattolica. La petizione, che fu firmata da oltre due milioni di messicani, non sortì alcun effetto nei palazzi del potere.
Papa Benedetto XV inviò in Messico un delegato apostolico, monsignor Ernesto Filippi, per intraprendere colloqui diplomatici con il nuovo presidente messicano Álvaro Obregón. Il presidente però, in seguito alla partecipazione del delegato all’inaugurazione dei lavori per la costruzione del nuovo santuario dedicato a Cristo Re, espulse dal Paese il rappresentante vaticano. Dopo trattative con una delegazione ecclesiastica di Washington, accettò un nuovo delegato pontificio. Quest’ultimo, l’ex generale dei francescani Serafino da Cimino, non arrivò ad alcuna conclusione con la controparte governativa.
Nei riguardi del Messico, anche Pio XI intervenne in diverse occasioni: il 2 febbraio del 1926 con la lettera Paterna sane sollicitudo, il 18 novembre dello stesso anno con l’enciclica Iniquis afflictisque.
In quest’ultimo documento, il pontefice affermò che «la legge più recente che è stata promulgata come interpretazione della Costituzione è di fatto peggiore della legge originale stessa e rende l’imposizione della Costituzione molto grave, se non quasi intollerabile». Elencando tutti gli atti promulgati dal governo contro la Chiesa, Pio aggiunse che «l’insulto si aggiunge alla persecuzione», in quanto ai cattolici non è permesso neanche rispondere a chi mette in cattiva luce la Chiesa, perché «gli è impedito di parlare» con fischi e insulti. Nel discorso natalizio del 1927, Pio ritornò a parlare della persecuzione in Messico, lamentando il silenzio della stampa, ma soprattutto della politica mondiale.
Dinanzi all’applicazione delle Ley Calles, al tentativo di far nascere una Chiesa nazionale separata da Roma, e dopo frustanti negoziati da parte della gerarchia cattolica messicana con le autorità governative, in segno di protesta la Chiesa in Messico decise di attuare il boicottaggio economico (prima) e la sospensione del culto religioso (dopo).

Il boicottaggio e la sospensione del culto. Il boicottaggio economico consistette nell’evitare completamente azioni per il quale il governo fosse beneficiato economicamente. Quindi si iniziò a non pagare le imposte, a ritirare i depositi dalle banche, a non comprare la benzina, ad astenersi in generale da acquistare o usare beni superflui, a disertare i luoghi di divertimento. Il sabotaggio economico, anche se portò al fallimento della Banca di Tampico e di quella inglese, assieme alla chiusura delle Camere di commercio del Paese, non ebbe alcun effetto benefico tangibile; anzi alcuni leader dell’Associazione Cattolica della Gioventù Messicana, furono arrestati per congiura contro lo Stato. Il generale Gonzales, comandante della regione di Michoacan , per ritorsione al sabotaggio, emise un decreto in cui vietava il
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Orazione dei rivoluzionari
sacramenti del battesimo e della confessione, pena la fucilazione immediata.
In una lettera pastorale del 25 luglio, in sintonia con la segreteria di Stato vaticana, l’episcopato messicano decise la sospensione del culto i tutte le chiese del Messico, a partire dal primo agosto, giorno dell’entrata in vigore della legge di riforma di Calles.
Sino al 31 luglio le chiese messicane furono assiepate di fedeli, tutti accorsero per ricevere la comunione, per battezzare i loro bambini, per sposarsi. Le chiese furono giorno e notte piene di fedeli, si presentò anche chi tradizionalmente si era dimostrato alieno ai sacramenti. Dalle campagne, nonostante fosse tempo di lavoro, arrivavano folle di contadini per comunicarsi con Dio. L’ultimo giorno prima della sospensione del culto, fu organizzata una santa messa, preceduta dall’esposizione dell’Eucarestia. Alle 23.30 le campane iniziarono a suonare e la gente assiepata nelle chiese iniziò a piangere. Probabilmente tutti avevano uno strano presentimento di quello che stava per accadere.
I messicani, profondamente nutriti dai Sacri testi cristiani e da leggende bibliche, e vedendo la salute spirituale in pericolo, interpretarono la persecuzione come un flagello a cui occorreva reagire, anche con le armi. I primi a dare inizio alla lotta armata furono i messicani delle regioni di Colima e Jalisco, provocando, con un effetto domino, la rivolta in tutto il Paese.
Migliaia di contadini degli Stati federali di Aguascalientes, Michoacán, Durango e Guanajauto, si riunirono a quelli di Jalisco e Colima e si ribellarono, inalberando il sempreverde vessillo della Vergine della Guadalupe e invocando Cristo Re. Tutti imbracciarono le armi per difendere la libertà religiosa. Per questo furono chiamati cristeros, mentre la rivoluzione è stata battezzata con il nome di Cristiada.
La difesa della libertà, soprattutto religiosa: fu questo il senso iniziale della Cristiada. La rivolta nacque dunque come una difesa armata dai piani di distruzione della Chiesa in Messico. Solo in seguito si configurò come una vera e propria rivoluzione di liberazione. Il fattore religioso non fu l’unica causa che determinò la rivolta, ma sicuramente la più importante. Certo è, che senza la motivazione religiosa non ci sarebbe stata alcuna sollevazione armata.

La guerra cristera ha inizio. La Cristiada è stata un movimento spontaneo di auto-difesa, che ha posto le ragioni di un popolo vittima dell’ingiustizia contro quelle di un potere corrotto, antidemocratico e sfruttatore. La guerra cristera che stava per scoppiare fu incredibilmente crudele e spietata da ambo le parti, gli aneddoti di atti di estrema crudeltà sono numerosi. La tattica prestabilita per i soldati dell’esercito federale, fu quella di spargere il terrore per acquietare i rivoltosi, mentre a tutti i prigionieri fu concessa la possibilità di scegliere tra l’abiura o la fucilazione. Il sacerdote Sabás Reyes Salazar, fu torturato per tre giorni e due notti, prima di essere fucilato (egli è stato canonizzato da Giovanni Paolo II nel 2000). Tutti i cristeros avevano scritto il proprio testamento di morte su di un pezzo di carta che portavano sempre con loro. Quando il giovanissimo José Sanchez, che aveva solo tredici anni, fu catturato dai federali, gli trovarono in tasca un biglietto con su scritto: “Alla mia prediletta Mamma. Sono un prigioniero e loro mi uccideranno. Io sono felice. L'unica cosa che mi tormenta è il tuo pianto. Non piangere mamma. Noi ci rincontreremo”. Firmato: “José, ucciso per Cristo il Re”.
Per tre anni cristeros e federali combatterono una guerra crudele senza esclusione di colpi. Alcuni sacerdoti si unirono alla rivoluzione, la Santa Sede si oppose decisamente alla lotta armata, l’episcopato locale era diviso per questo non la promosse né l’appoggiò. Un’altra parte di messicani optò per la resistenza pacifica, appoggiati dalla Lega Nazionale di Difesa della Libertà religiosa. La controparte governativa non faceva distinzione tra rivoluzionari e chi opponeva resistenza legale, il risultato fu una lunga lista di martiri, particolarmente fra il clero. Tra questi ventuno sacerdoti diocesani e tre laici, canonizzati il 21 maggio 2000. Molti altri sono rimasti anonimi.
I sacerdoti che si unirono alla rivolta furono una quarantina, di questi soltanto cinque furono combattenti, tutti gli altri assunsero la figura di cappellani delle milizie rivoluzionarie. Dei cinque sacerdoti combattenti, due arrivarono al grado di generale: padre Reyes Vega e padre Aristeo Pedroza. Molti vescovi decisero, invece, di abbandonare il Paese, tranne i più legati alla loro popolo come l’arcivescovo di Guadalajara, monsignor Francisco Orozcoy Jimenez.
Nell’agosto del 1926 si riunì nella clandestinità il Congresso dei rappresentanti della Lega, che discusse un solo punto: l'insurrezione armata contro del governo. Accettata questa, si creò un “Consiglio Militare” e si designò provvisoriamente come capo a Bartolomé Ontiveros.
L’11 gennaio 1927 fu proclamato il “manifesto alla nazione”, detto de los Altos e nacque “l’Esercito Nazionale dei Liberatori”. Di questo esercito facevano parte studenti, contadini, impiegati, maestri, professionisti e operai, tutti animati da una fede profonda nella Chiesa di Cristo e nella Madonna di Guadalupe. Nel 1927 i combattenti fecero un salto di qualità: nell’esercito cristero si aggiunse l’ex generale federale porfirista Enrique Velarde Gorostieta, che aderì più per spirito rivoluzionario e anticonformista che per convinzione religiosa. Più tardi fu formata anche una brigata paramilitare femminile, intitolata a santa Giovanna d’Arco.
Nonostante l’esercito federale fosse ben equipaggiato, tra la fine del 1928 e gli inizi del 1929, cominciò a profilarsi la vittoria sul campo dell’esercito cristero. Gli Stati Uniti d’America ancora una volta intervennero, ma non direttamente. Questa volta finanziarono l’esercito federale con l’invio di armi e d’equipaggiamento. Scriveva nell’aprile del 1926 monsignor Curley, arcivescovo di Baltimora: «Carranza e Obregón hanno regnato sul Messico grazie all’appoggio di Washington. Le mitragliatrici che hanno aperto il fuoco, qualche settimana fa, contro il clero e i fedeli di San Luis Potosí, erano americane. I fucili utilizzati contro le donne a Città del Messico, per profanare la chiesa della Sacra Famiglia, provenivano dal nostro Paese. Siamo noi, per il tramite del nostro governo, che armiamo gli assassini professionisti di Calles, noi che li sosteniamo, in quest’abominevole piano ch’gli ha intrapreso di distruggere persino l’idea di Dio nel cuore di milioni di bambini messicani».

Gli Arreglos. I primi incontri tra le parti in lotta iniziarono già dal 25 agosto. Il presidente Calles, attraverso la mediazione del generale Obregón, incontrò i vescovi Pascual Díaz e
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Prima di andare in guerra
una foto ricordo con la famiglia
Leopoldo Ruiz y Flores. Altri colloqui si tennero grazie alla mediazione di alcuni membri cattolici dell’elite politica: Alberto Pani, Simón Ortega, Eduardo Mestre, Nemesio Oliera. Il generale Obregón, il 23 marzo del 1927, incontrò nel castello di Chapultepec il vescovo Manuel Fulcheri. In tutti questi incontri l’unico dato rilevante fu la conferma della distanza ideologica che separava il governo dalla Chiesa.
Il 17 luglio 1928, un giovane pittore cattolico, José de León Toral, partecipò a una festa in onore del generale Obregón. Il giovane si avvicinò al generale per donargli dei ritratti, un attimo dopo scaricò l’intero caricatore della sua pistola nella testa di Obregón, risolvendo in questo modo i problemi di alternanza al potere e decretando la fine politica del suo compagno Calles, messo da parte dal più astuto Lazaro Cardenas.
Nel 1929 iniziarono nuovi colloqui diplomatici. Agli incontri parteciparono i vescovi Leopoldo Ruiz y Flores e Pascual Díaz, il gesuita Edmund Wlash (dell’Università di Goergetown nello Stato di Washington), Miguel Cruchanga (un ex diplomatico messicano) e padre John Burke (segretario della National Catholic Welfare Conference degli Usa). L’ambasciatore americano in Messico Dwight Whitney Morrow, un finanziere del potente gruppo bancario Morgan, risultò essere il mediatore tra le parti. Il 22 giugno di quell’anno, il nuovo presidente messicano Emilio Portes Gil e i vescovi Ruiz e Díaz, fissarono un accordo di pace: gli arreglos. Tale accordo implicò la sospensione delle disposizioni antiecclesiastiche emanate dal regime di Calles, ad eccezione dell’obbligo di registrazione per i sacerdoti e l’interdizione da ogni attività politica da parte degli ecclesiastici. Gli arreglos tuttavia non abrogarono questi leggi e, peggio ancora, non contenevano nessuna garanzia a salvaguardia di quella parte di popolazione che aveva appoggiato la rivolta. Gli accordi furono in definitiva una pace di compromesso, che esporrà i combattenti rivoluzionari a rappresaglie di ogni genere che dureranno decenni.
Gli arreglos lasciarono i nemici delle libertà al loro posto. I cattolici e la gerarchia ecclesiastica si illusero di aver riacquistato la libertà di professare il culto. Calles e i suoi uomini prepararono in segreto la vendetta e il tradimento.
Politicamente però fu Calles a perdere la partita: egli, negoziando la pace con i vescovi, di fatto riconobbe l’esistenza della Chiesa. I veri vincitori furono gli stati Uniti d’America. Grazie alla mediazione dell’ambasciatore americano in Messico, Dwight Whitney Morrow, si aprì a Città del Messico una filiale del Banco di New York, ma cosa più gradita al governo di Washington, fu la modifica dell’articolo 27 della Costituzione: gli statunitensi ottenevano per novantanove anni la cessione del sottosuolo messicano per l’estrazione e lo sfruttamento del petrolio.

La Segunda e le proteste di Pio XI. In occasione delle celebrazioni per il quarto centenario dell’apparizione di Nostra Signora di Guadalupe, il governo prese severe misure contro chi aveva partecipato alle cerimonie religiose. La Chiesa indubbiamente continuò a subire vessazioni e, fra il 1934 e il 1938, i cristeros ripresero una Segunda revolución.
Il pontefice protestò contro la violazione degli accordi con una lettera enciclica, la Acerba anima del 25 settembre 1932. Scriveva Pio XI: «Mentre altri governi in tempi recenti sono
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Macabro monito ai rivoluzionari
stati impazienti di rinnovare accordi con la Santa Sede, quello del Messico ha frustato ogni tentativo di arrivare a un compromesso. Al contrario, molto inaspettatamente ha rotto le promesse fatte […]. Un’applicazione molto rigorosa è stata così data all’articolo 130 della Costituzione […]. Pesanti sanzioni sono state quindi emanate contro i trasgressori di questo articolo deplorabile; e, come un nuovo affronto alla gerarchia della Chiesa, è stato stabilito che ogni Stato della Confederazione dovrebbe determinare il numero di sacerdoti autorizzati a esercitare il ministero sacro, in pubblico o in privato».
Il pontefice continuava nella lettera, ricordando alla gerarchia ecclesiastica messicana il lavoro che la Santa Sede aveva intrapreso per mitigare la persecuzione in Messico, sino ad esortare «i governi con cui abbiamo relazioni diplomatiche a prendere a cuore la condizione anomala e dolorosa». Pio ha ricordato che la sospensione del culto pubblico «era stata una protesta efficace contro l’interferenza arbitraria del governo; tuttavia la sua continuazione avrebbe potuto pregiudicare seriamente l’ordine civile e religioso». Ora, se l’attuazione dell’accordo è risultato «contrario allo spirito» per il quale è stato sottoscritto, continua il pontefice, allora «sarà necessario per i vescovi, per il clero e i laici cattolici continuare a protestare con tutta la loro energia contro tale violazione, utilizzando ogni mezzo legittimo. Perché anche se queste proteste non hanno alcun effetto su quelli che governano il Paese, saranno efficaci nel convincere il fedele […] che lo Stato attacca la libertà della Chiesa, a quale libertà la Chiesa non può mai rinunciare, qualunque potrebbe essere la violenza dei persecutori. Pio XI conclude la sua enciclica elogiando i messicani che, mantenendosi ubbidienti alla Chiesa romana, «hanno scritto una pagina gloriosa della storia del Messico».
Per tutta risposta, il presidente denunciò il documento pontificio come una gravissima ingerenza “criminale” di Roma negli affari interni dello Stato messicano, minacciando gravi reazioni se l’evento si ripeteva.
Il nuovo presidente messicano, Lázaro Cardenás, inizialmente adottò severe misure contro la Chiesa, in seguito si rese conto che occorreva mitigare la persecuzione per favorire la pace nel Paese.

La fine della persecuzione. Nell’enciclica del 28 marzo 1937 Nos es muy conocida (conosciuta anche come Firmissimam constantiam), Pio XI si rivolse nuovamente ai cattolici del Messico: «E’ a Noi ben nota» e «gran motivo di consolazione, la costanza vostra […] nel resistere alle imposizioni di coloro che, ignorando la divina eccellenza della religione di Gesù Cristo e conoscendola solo attraverso le calunnie dei suoi nemici, si illudono di non poter compiere riforme a bene del popolo se non combattendo la religione della grande maggioranza». Nel documento il pontefice invitò a promuovere l’Azione cattolica nel Paese, a lavorare per risolvere la questione sociale, auspicò la libertà di religione nel Paese. Pio invitò anche a tutelare i diritti dei cattolici con mezzi legali, tuttavia:«può occorrere talvolta di denunciare e biasimare arditamente condizioni di vita ingiuste e indegne; nello stesso tempo però bisognerà guardarsi, sia dal legittimare la violenza col pretesto di portare rimedio ai mali del popolo, sia dall’ammettere e favorire quelle rapide e violente mutazioni di condizioni secolari della società, che possono portare a effetti più funesti del male stesso al quale si voleva porre riparo».
Pio XI quindi nell’enciclica Nos es muy conocida legittimò il diritto di rivolta, anche armata, aggiungendo però alcune raccomandazioni:
«1) che queste rivendicazioni hanno ragione di mezzo, o di fine relativo, non di fine ultimo ed assoluto;
2) che, in ragione di mezzo, devono essere azioni lecite e non intrinsecamente cattive;
3) che, se vogliono essere mezzi proporzionati al fine, devono usarsi solo nella misura in cui servono ad ottenere o rendere possibile in tutto o in parte, il fine, ed in modo da non recar alla comunità danni maggiori di quelli che si vorrebbero riparare;
4) che l’uso di tali mezzi e l’esercizio dei diritti civili e politici nella loro pienezza, abbracciando anche problemi di ordine puramente materiale e tecnico, o di difesa violenta, non entra in alcun modo nei compiti del clero e dell’Azione Cattolica come tali, benché ad essi appartenga preparare ai cattolici a far retto uso dei loro diritti ed a propugnarli per tutte le vie legittime, secondo l’esigenza del bene comune;
5) il clero e l’Azione Cattolica […] devono contribuire alla prosperità della Nazione, specialmente fomentando l’unione dei cittadini e delle classi e collaborando a tutte le iniziative sociali, che non siano in contrasto con il dogma o la legge morale cristiani».
La situazione cattolica in Messico si rasserenò ulteriormente a partire dal 1940, con l’insediamento del nuovo presidente Avila Camacho.
(2 - Fine)
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BIBLIOGRAFIA
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  • L’economia latinoamericana. Dalla conquista iberica alla rivoluzione cubana, di C. Furtado - Laterza, Roma-Bari, 1995.
  • Messico rivoluzionario. Da Zapata al Chiapas, di A. Aruffo - Massari, 1995.
  • Messico martire, di F. Gonzáles Fernández - in Litterae Communionis, anno XX, marzo 1993, pp. 48-50.
  • Guadalupe. La tilma della Morenita, di C. Perfetti - San Paolo, Cinisello Balsamo, 1988.
  • Les Cristeros, di H. Kéraly - Ed. Dominique Martin Morin, Bouère, 1986.
  • Il Messico insorge, di J. Reed - Einaudi, Torino, 1979.
  • La Cristera, di Luis Miguel Peña - dall’Apostoloteca del sito web della Diócesis de San Juan de los Lagos, Jalisco, Messico: www.mensajero.org (in spagnolo)