Con questa espressione il dittatore si riferiva a handicappati, omosex, mutilati,
malati di mente e terminali che, come gli Ebrei, vennero uccisi e poi bruciati
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STERMINATI PER ORDINE DI HITLER
SETTANTAMILA “TEDESCHI INUTILI”
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I TEDESCHI INUTILI. Con questa espressione ci si riferiva agli oltre settantamila handicappati, omosessuali, mutilati, malati di mente e terminali che, durante il regime nazista, vennero uccisi e poi bruciati come gli Ebrei.
Un vero e proprio programma di eutanasia collettiva, il programma T4, come fu chiamato dal nome della strada di Berlino, Tergartenstrasse 4, dove aveva sede la direzione dell’operazione. Il programma "Action T4”, che indicava il centro organizzativo della “Fondazione di utilità pubblica per la cura ed il ricovero in istituti”, eufemismo sotto cui si celava il “Programma di Eutanasia”, fu il punto di arrivo di un percorso iniziato nel 1920, in occasione della pubblicazione del testo “L’autorizzazione all’eliminazione delle vite non più degne di essere vissute” (lebensunwerten Lebens), ad opera del giurista Karl Binding e dello psichiatra Alfred Hoche.
Il primo passo verso l’attuazione del piano di eutanasia si ebbe nel 1933 con l’emanazione della “Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie”, che venne discussa il 14 luglio. Poiché il 20 luglio si sarebbe dovuto firmare il Concordato tra Chiesa Cattolica e Stato Nazista, si ritenne politicamente più opportuno promulgarla ufficialmente il 25 luglio successivo. L’8 ottobre 1935 venne emanata una seconda legge per “La salvaguardia della salute ereditaria del popolo tedesco”. Con essa si autorizzava l’aborto nel caso in cui uno dei genitori fosse affetto da malattie ereditarie. Datata 1935 era anche la legge sulla salute coniugale, che impediva i matrimoni fra persone con disabilità, con la motivazione di preservare la purezza della razza.
La legge del 1933, di fatto, autorizzava la sterilizzazione forzata delle persone ritenute portatrici di malattie ereditarie. Il risultato pratico fu la sterilizzazione di più di quattrocentomila tedeschi durante i dodici anni di regime. Parallelamente venne varata una intensa campagna di propaganda destinata a convincere il popolo tedesco della giustezza della sterilizzazione e dell’eutanasia: film, grandi mostre e periodici vennero diffusi capillarmente. Prima ancora che fosse varato ufficialmente il piano di eutanasia, la Direzione Sanitaria del Reich, guidata da Leonardo Conti, si mise in moto per eliminare i bambini giudicati fisicamente o psichicamente disabili. Venne creata la Commissione per le malattie genetiche ed ereditarie, che disponeva di una rete di cinquecento medici sparsi in tutta la Germania e l’Austria, organizzati nei “consultori della morte”, che erano i “Centri di consulenza per la protezione del patrimonio genetico e della razza”.
Il 18 agosto 1939 Conti emanava un provvedimento segreto noto con la sigla IV-B 3088/39-1079 Mi. Grazie a questa disposizione, i medici dei “Centri di consulenza” dovevano essere obbligatoriamente informati, dagli ospedali e dalle levatrici, della nascita di bambini deformi o affetti da gravi malattie fisiche o psichiche. Una complessa rete di collaboratori medici aveva l’incarico di schedare gli individui da eliminare, ricoverati in ospedali e cliniche pubblici e privati, dividendoli in tre categorie: ricoverati affetti da schizofrenia e sindromi neurologiche; ricoverati da più di cinque anni; ricoverati nei manicomi criminali, appartenenti alle “razze inferiori”, oppure stranieri, anche se non affetti dalle patologie suindicate.
Una volta informati, i medici convocavano i genitori ed illustravano loro i grandi progressi della medicina tedesca: gli veniva detto che erano stati creati centri specializzati per la cura delle malattie dei loro figli. Veniva sottolineata la possibilità di decessi visto il carattere sperimentale delle cure, ma si invitavano i genitori ad autorizzare immediatamente il ricovero anche in presenza di speranze di guarigione ridotte. Ottenuto il consenso, i bambini venivano ricoverati in cinque centri: Brandenburg, Steinhof, Eglfing, Kalmenhof ed Eichberg. Qui giunti, venivano uccisi con una iniezione di scopolamina o lasciati progressivamente morire di fame. Il dottor Pfannmüller, direttore del centro di Eglfing, così descriveva il processo di eliminazione:
“Nel mio Istituto veniva utilizzato il Luminal. Un bambino fortemente idrocefalo, con una ridotta capacità di vita può essere addormentato con una dose di Luminal inferiore alla dose massima (...) Nell'arco di alcuni giorni il bambino dorme molto tranquillamente e non muore per avvelenamento: su questo insisto, anche se ho già avuto modo di dirlo. Il bambino muore per il sopravvenire di un ristagno polmonare e quindi per complicazioni cardiache e polmonari: di questo muore”. Una volta deceduti, i bambini venivano sezionati, in quanto ai medici interessava soprattutto studiarne il cervello. Ad Eichberg, ad esempio, ad effettuare le dissezioni cerebrali era il dottor Walter Eugen Schmidt e, successivamente, i cervelli venivano inviati all’Istituto di Heidelberg dal professor Carl Schneider. Non venivano uccisi soltanto neonati o bambini di pochi anni.
Gli istituti si occupavano dei bambini ebrei che, sani o malati, venivano immediatamente uccisi e dei bambini tedeschi disadattati. Nel processo di Francoforte del 1947 la signora Rettig testimoniò sull’eliminazione del figlio tredicenne che era scappato di casa ed era stato trovato dalla polizia. Il ragazzo era stato ricoverato a Idstein e la madre venne informata che si trovava nell’Istituto per ricevere tutte le cure appropriate. Dopo poche settimane, in una lettera ufficiale, venne informata che suo figlio era morto. Tra i vestiti che le vennero restituiti, la signora Rettig ritrovò un bigliettino del figlio che diceva: “Cara mamma! Se ne sono andati e mi hanno lasciato rinchiuso. Cara mamma io non resisto otto giorni qui con questa gente: io me ne vado, io qui non ci resto. Vieni a prendermi. Anche la mia valigia è rotta, è caduta. Cara mamma, fa qualcosa affinché la mia richiesta sia esaudita”.
Non è possibile stabilire con assoluta precisione quanti bambini vennero uccisi negli istituti, ma sembra probabile che il numero ammonti a diverse migliaia. A dare inizio formalmente al processo di eutanasia fu un ordine scritto di Adolf Hitler datato 1° settembre 1939 su carta intestata della Cancelleria. Il testo recitava:“Il Reichsleiter Bouhler ed il dottor Brandt sono incaricati, sotto la propria responsabilità, di estendere le competenze di alcuni medici da loro nominati, autorizzandoli a concedere la morte per grazia ai malati considerati incurabili secondo l'umano giudizio, previa valutazione critica del loro stato di malattia”.
Si trattava di un “Provvedimento del Führer”, ossia quelle deliberazioni con forza di legge che Hitler prendeva dopo aver ascoltato i suoi ministri. In altri termini, egli informava i ministri delle sue intenzioni e ne ascoltava il parere senza esserne vincolato. Nella copia del provvedimento che si è conservata, vi è la nota a mano che riporta la “presa visione” del Ministro della Giustizia Gürtner. L’ordine appariva incredibilmente generico: Hitler parlava di “malati incurabili”, una definizione estremamente larga, che, di fatto, lasciava carta bianca ai medici. Ad aprire la strada ai massacri furono le persone con disabilità, definite da Hitler come "involucri vuoti le cui vite sono indegne di essere vissute". Al processo di Norimberga il segretario di Stato Lammers ricordò il punto di vista di Hitler sull’eutanasia:
“Ho sentito parlare per la prima volta di eutanasia nel 1939 in autunno: era la fine di settembre o l'inizio di ottobre quando il Segretario di Stato dottor Conti Direttore del Dipartimento di Sanità del Ministero degli Interni fu convocato ad una conferenza del Führer e vi fui portato anche io. Il Führer trattò per la prima volta in mia presenza il problema dell'eutanasia, affermando che riteneva giusto eliminare le vite prive di valore dei malati psichiatrici gravi attraverso interventi che ne inducessero la morte. Se ben ricordo portò ad esempio le più gravi malattie mentali, quelle che consentivano di far stare i malati solo sulla segatura o sulla sabbia perché, altrimenti, si sarebbero sporcati continuamente, oppure i casi in cui i malati ingerivano i propri escrementi e cose simili. Ne concludeva che era senz'altro giusto porre fine all'inutile esistenza di tali creature e che questa soluzione avrebbe consentito di realizzare un risparmio di spesa per gli ospedali, i medici e il personale”.
Con questo ordine la macchina per l’eliminazione fisica dei disabili fisici e mentali trovava la sua copertura giuridica. Subito dopo l’emanazione dell’ordine di Hitler, Phillip Bouhler e Karl Brandt iniziarono ad organizzare la struttura che avrebbe dovuto condurre l’operazione di eliminazione. In primo luogo venne stabilita la sede dell’organizzazione. A Berlino, al centro dell’elegante quartiere residenziale di Charlottenburg, venne espropriato un villino di proprietà di un ebreo. Lo stabile si trovava al civico numero 4 della Tiergartenstrasse. Proprio da questo indirizzo fu ricavato il nome in codice per l’operazione di eutanasia: “Aktion T4”. Mentre Phillip Bouhler si disinteressò presto dell'operazione, Karl Brandt (probabilmente in quanto medico) vi si impegnò a fondo.
Per mettere in piedi la struttura, Brandt si appoggiò al suo vice Viktor Brack che, assunto lo pseudonimo di “Yennerwein”, iniziò il reclutamento del personale. Brack ed il suo collaboratore Werner Blackenburg scelsero personalmente tutti gli uomini e le donne che avrebbero dovuto far parte della Aktion T4. L’intero processo di reclutamento venne sviluppato in un’atmosfera di estrema segretezza. Viktor Brack decise di creare una Direzione della “Aktion T4”: il “Comitato dei Periti”, che era, di fatto, il vertice della operazione ed era costituito da tre professori: Werner Heyde, Paul Nitsche e Maximilian de Crinis. I tre - tutti psichiatri e nazisti affidabili - crearono la struttura amministrativa ed idearono tutti i passaggi esecutivi per lo sterminio dei disabili fisici e psichici.
Per mantenere strettamente segreto l’intero progetto vennero create tre strutture fittizie: la Fondazione Generale degli Istituti di Cura, che si curava della gestione del
Per mettere in piedi
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personale della “Aktion T4”; l’Associazione dei Lavoratori degli Istituti di Assistenza e cura del Reich, che doveva preparare e spedire i questionari destinati a censire i malati ricoverati negli istituti psichiatrici; la Società di Pubblica Utilità per il trasporto degli ammalati, che doveva trasferire i pazienti destinati alla eliminazione dagli Istituti alle cliniche della morte. Verso l’autunno del 1939, dalla sede di Berlino della T4, cominciarono a partire i questionari indirizzati agli istituti psichiatrici del Reich. Essi erano molto generici per non allarmare alcun direttore.
Ufficialmente si trattava di un censimento per conoscere le capacità lavorative dei malati. Ovviamente i direttori - che temevano di perdere buona manodopera - compilarono i questionari dichiarando inabili al lavoro anche coloro che invece venivano impiegati proficuamente. In più - considerando la compilazione dei test un lavoro inutile e noioso - i direttori delegarono il personale amministrativo degli istituti. Il risultato fu che i questionari venivano riempiti in tutta fretta ed in modo totalmente superficiale. Senza saperlo, in questo modo, migliaia di malati venivano condannati a morte. La procedura escogitata era stata pensata per mantenere il più stretto segreto. Quando i questionari tornavano indietro, venivano fotocopiati in tre copie ed esaminati da tre periti. Il loro parere veniva inviato ad un quarto perito supervisore, che decideva sulla vita o la morte del paziente.
Naturalmente il malato non veniva mai realmente visitato. Una volta scelte le persone da eliminare, la sede centrale di Berlino preparava delle liste di trasferimento che inviava ai singoli istituti avvertendo che si preparassero i malati per la partenza. Il giorno stabilito si presentavano uomini della “Società di Pubblica Utilità per il trasporto degli ammalati”. I pazienti venivano caricati su grossi pullman dai finestrini oscurati e trasportati in uno dei sei centri di eliminazione: Grafeneck, Bernburg, Sonnenstein, Hartheim, Brandenburg, Hadamar. In questi istituti erano state predisposte delle camere a gas camuffate da sale docce e forni crematori per l’eliminazione dei cadaveri. Ai direttori non si indicava la località finale di arrivo del malato, ma un istituto nel quale venivano trattenuti i malati per alcuni giorni.
Questa tappa intermedia era stata decisa per evitare che i parenti si recassero nelle cliniche di eliminazione. Una volta giunti nella sede finale, i malati venivano uccisi dopo pochi giorni. Ai parenti veniva inviata una lettera standard che annunciava la morte per una causa qualsiasi. Si avvertiva che, per ragioni sanitarie, il cadavere era stato cremato e si avvertiva che l’urna con le ceneri era a disposizione. Si precisava che i beni personali dovevano essere ritirati entro 14 giorni, ma l’invio delle lettere era calcolato in modo tale che quando la notizia giungeva alla famiglia i termini utili erano già trascorsi. Dai cadaveri venivano tolti i denti d’oro che venivano inviati ad appositi uffici. Una parte dei cervelli venivano sezionati o inviati al “Kaiser Wilhelm Institut”, dove una équipe medica guidata dal professor Julius Hallervorden sviluppava i suoi studi sulla neuropatologia.
Per depistare ulteriormente i parenti, i centri di eliminazione venivano scelti in modo da essere il più distante possibile dal luogo di residenza del malato. Naturalmente, oltre ai disabili, ad essere eliminati in massa furono anche i cosiddetti “psicopatici” (cioè asociali). Il Programma T4 nel suo svolgimento tra il 1940 ed il 1941 pose fine alla vita di 70.273 persone classificate come “indegne di vivere”. Questa attività di morte - per quanto fossero state prese tutte le precauzioni necessarie- non poteva rimanere a lungo segreta. In primo luogo, lo spostamento attraverso tutto il Reich di così tante persone non passò inosservata alle autorità giudiziarie. Il procuratore generale di Lipsia scrisse al Ministro della Giustizia Gürtner facendo notare l’insolito proliferare di necrologi che riferivano di morti improvvise avvenute nelle cliniche della morte.
Identica iniziativa venne presa dal procuratore di Stoccarda. Gürtner, assai preoccupato, scriveva: “Sono convinto che sia ormai necessario sospendere immediatamente l'uccisione dei malati di mente. Se la cosa si è risaputa così velocemente, se ormai la gente ne parla, significa che il tentativo di segretezza è fallito (...) è impossibile sostenere che il ministero di Giustizia del Reich ignora la faccenda". La faccenda divenne di dominio pubblico: i cittadini di Hadamar oramai sapevano perfettamente che il fumo nauseabondo che si alzava dal camino della clinica era il frutto della cremazione dei malati. La Chiesa, sia protestante che cattolica, iniziò a far sentire la propria voce contro la pratica dell'eutanasia. Tra le tante voci che si levarono vi fu quella dell’arcivescovo di Münster, Clemens August von Galen.
Egli pronunziò un sermone durissimo il 3 agosto 1941: la condanna dell’eutanasia non solo fu durissima in teoria, ma l’arcivescovo denunziò lo Stato come autore delle uccisioni. Parallelamente cresceva l’inquietudine della gente: sempre più frequenti erano i familiari che rifiutavano di consegnare i loro congiunti. Hitler, di fronte alla marea di proteste, decise di sospendere l’Aktion T4 impartendo l’ordine orale a Brandt ed a Bouhler. L’azione di eutanasia era ufficialmente finita, ma l’eliminazione dei “malati di mente” non era terminata: iniziava quella che i medici tedeschi chiamarono “eutanasia selvaggia” ed un’altra “Aktion” ancora più segreta: la “14F13”, dalla sigla del formulario utilizzato nei campi per registrare i decessi. Heinrich Himmler e le SS, pur avendo infiltrato i propri uomini all’interno della Aktion T4, non avevano mai assunto un ruolo di guida.
Himmler si stava concentrando sulla gestione dei campi di concentramento e sulla eliminazione degli Ebrei ad Oriente. Quando l’operazione eutanasia iniziò ad entrare in crisi per la troppa opposizione cresciuta in Germania, egli ne approfittò per usare la struttura per i suoi fini. Nella tarda estate del 1941, infatti, ordinò che i prigionieri affetti da malattie di mente dei campi di concentramento fossero sottoposti a controlli medici. Commissioni si recavano nei Lager e compilavano liste dei destinati alla soppressione dopo un sommario esame, talvolta raccogliendo adesioni volontarie con la prospettiva di inesistenti “campi di riposo”. Lo scopo era eliminare tutti coloro non in grado di lavorare. Secondo Himmler il personale medico incaricato di svolgere le “visite” doveva essere esterno per garantire maggiore affidabilità.
Perciò si rivolse a Philipp Bouhler, chiedendogli di mettere a disposizione un gruppo di psichiatri esperti. Bouhler incaricò Viktor Brack di organizzare l’operazione. La commissione medica che quest’ultimo mise insieme proveniva direttamente dalle fila della Aktion T4 ed ebbe come capo il professor Werner Heyde. Essa doveva recarsi nei campi di concentramento per visitare malati di mente, psicopatici e detenuti ebrei inizialmente del campo di Buchenwald e - successivamente - di tutti i campi di concentramento controllati dalle SS. I “selezionati” dovevano essere inviati nelle cliniche di eliminazione e gasati. In una lettera circolare del 12 novembre 1941, Himmler scriveva ai comandanti dei campi di concentramento:
“Come già comunicato per lettera ai comandanti dei campi di concentramento di Dachau, Sachsenausen, Buchenwald, Mauthausen e Auschwitz, nei prossimi giorni giungerà nei suddetti campi una commissione medica con il compito di selezionare i detenuti. Per i campi di concentramento di Flossenburg, Gross Rosen, Neuengamme e Niederhagen l'arrivo della commissione è previsto per la prima metà del gennaio 1942. Poiché i medici disponibili sono molto impegnati, il lavoro di verifica nei campi di concentramento dovrà essere il più breve possibile. Concluse le verifiche dovrà essere inviata all'ispettore dei campi una relazione con la comunicazione del numero di detenuti selezionati per il trattamento speciale 14F13”. Le vittime dell’operazione 14F13 venivano portate prevalentemente a Sonnenstein e Hartheim.
Da Mauthausen e Gusen sono stati documentati trasporti di questo tipo per un totale di circa cinquemila vittime; da Dachau furono inviate più di tremila persone; circa millequattrocento da Buchenwald e poco più da Ravensbrück. Il Castello di Hartheim, struttura rinascimentale, divenne il principale centro di esecuzione del trattamento. La camera a gas era accessibile dal cortile interno; le bombole di gas si trovavano in un ripostiglio attiguo da dove veniva fatto affluire tramite un tubo posto all’altezza del pavimento. La stanza era camuffata da doccia, con finti spruzzatori al soffitto. Fra il dicembre 1944 ed il gennaio 1945 l’impianto smantellò e si allontanò tutto quello che riguardava lo sterminio: a guerra conclusa, vi vennero alloggiate famiglie.
Ancor oggi il castello è sede di abitazioni private; solo qualche lapide e targa commemorativa e pochi materiali documentari, radunati in una stanza al pianterreno, ricordano
Non è possibile
stabilire quante
persone vennero
uccise nel quadro
della Aktion 14F13 |
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l’atroce passato. Non è possibile stabilire quante persone vennero uccise nel quadro della Aktion 14F13. Occorre tenere presente che, nell’ambito dell’operazione, venivano eliminate persone non affette da alcuna malattia. In più le visite della commissione si svolgevano in modo assolutamente approssimativo e superficiale. Julius Muthig, medico delle SS a Dachau, descrisse così una delle visite della “commissione”: “Nell'autunno 1941, in occasione di una visita di servizio nel mio reparto del dottor Lolling mi fu da lui comunicato che una commissione composta di quattro medici sotto la direzione del professor Heyde sarebbe presto giunta a Dachau. Il compito della commissione sarebbe stato iscrivere nell'apposito elenco per i trasferimenti a scopo di eutanasia i detenuti inabili al lavoro e disporne il trasferimento al campo di Mauthausen per l'eutanasia nelle camere a gas. Poco tempo dopo la comunicazione del dottor Lolling giunse l'attesa commissione. Era costituita da quattro psichiatri oltre al direttore, il professor Heyde (...) vidi i quattro medici seduti a quattro scrivanie collocate tra le due baracche e parecchie centinaia di prigionieri in fila dinanzi a loro. Ciascuno si presentava ad un medico che, previa verifica dell'inabilità al lavoro e degli incartamenti politici, lo iscriveva nell'apposito elenco. So che la commissione rimase solo pochi giorni a Dachau e che in quel breve tempo era impossibile una visita medica di così tanti detenuti”.
Ancora più interessante la testimonianza di un altro medico delle SS, Waldemar Hoven: “Il comandante del lager Koch chiamò a raccolta i più autorevoli dirigenti delle SS del lager dicendo che aveva ricevuto un ordine segreto da Himmler, in base al quale tutti i detenuti malati di mente o disabili dovevano essere eliminati. Aggiunse inoltre che, per ordini superiori ricevuti da Berlino, in questo programma di eliminazione dovevano rientrare tutti i detenuti di razza ebraica del campo di Buchenwald. Conformemente all'ordine circa 300-400 detenuti ebrei di diverse nazionalità furono trasferiti al centro di eutanasia di Bernburg. Un paio di giorni dopo ricevetti dal comandante del campo una lista di ebrei uccisi a Bernburg, con l'incarico di redigere falsi certificati di morte. Eseguii l'ordine. Questa azione speciale venne eseguita sotto la sigla di copertura 14F13”.
Il programma di eutanasia condotto verso i bambini disabili venne attuato utilizzando iniezioni letali di scopolamina, morfina e barbiturici. Le enormi quantità di questi medicinali venivano fornite con tutta la discrezione necessaria dalla Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich (RSHA), vale a dire dalle SS. In particolare era la Sezione della polizia criminale (Kripo), comandata da Arthur Nebe, ad acquisire e spedire il veleno alle cliniche. L’eutanasia degli adulti fu risolta con l’utilizzo del gas. Non è chiaro chi abbia avuto l’idea. Secondo alcuni storici fu Karl Brandt, che prese spunto da una semiasfissia occorsagli a causa dei fumi difettosi di una stufa. Secondo altri, più probabilmente, fu il professor Werner Heyde che la suggerì a Hitler. In ogni caso, nel gennaio 1940 il metodo venne sperimentato per la prima volta nella clinica di Brandenburg. All’esperimento erano presenti i vertici del programma: Bouhler, Brandt, Leonardo Conti, Herbert Linden del Ministero degli Interni e Christian Wirth, funzionario di polizia e futuro comandante delle unità di sorveglianza dell’operazione.
Il direttore della clinica, il dottor Irmfried Eberl, gasò per i suoi ospiti otto malati mentali con pieno successo. Da allora in poi l’uso delle camere a gas camuffate da docce si diffuse. I cadaveri venivano poi affidati agli addetti alle caldaie, che li bruciavano nei forni crematori. Queste stesse modalità vennero poi utilizzate nei campi di sterminio; per questo motivo, a buon diritto, si può affermare che l’Aktion T4 fu la “palestra” alla quale si allenarono i carnefici che avrebbero condotto il massacro nei lager. Quando, nell’agosto del 1941, l’operazione di eutanasia verso gli adulti venne sospesa, il personale ed i mezzi tecnici vennero impiegati immediatamente per l’inizio della “soluzione finale”. Viktor Brack, il braccio destro di Bouhler, spiegò così gli eventi al processo:
“Nel 1941 ricevetti l'ordine di sospendere il programma eutanasia. Per non lasciar disperdere il personale che in tal modo veniva messo in libertà e per essere eventualmente in grado di riprendere il programma eutanasia dopo la guerra, Bouhler mi invitò - credo dopo averne parlato con Himmler - a mandare questo personale a Lublino e a metterlo a disposizione del generale delle SS Globocnik. Solo molto tempo dopo, verso la fine del 1942, mi resi conto che veniva impiegato nello sterminio in massa degli ebrei, oramai di pubblico dominio nelle sfere più alte del partito”. Così si passò dall’eutanasia allo sterminio di milioni di persone nei lager. Il personale della operazione T4 venne inviato in Polonia dove creò i più terribili campi di sterminio: Treblinka, Sobibor e Belzec. Frattanto l’eutanasia continuò sino alla fine della guerra nei campi con l’operazione 14F13, e nelle cliniche, dove continuò l’eliminazione dei bambini disabili ed attraverso la sopracitata “eutanasia selvaggia”, ossia l’uccisione dei malati senza alcuna autorizzazione.
Il programma di eutanasia soltanto formalmente si rivolgeva ai disabili psichici e fisici. In realtà la sua applicazione si estese anche a quelle persone che, per stili di vita e comportamenti fuori della norma venivano considerati una “minaccia” biologica. Ogni comportamento non conforme alla logica nazista poteva essere sanzionato come pericoloso per il popolo tedesco. Di qui la necessità di eliminarlo dalle radici. Un massacro che non rimase certo nei confini tedeschi. Come testimonia lo storico Michele Pacciano:“Con l’estendersi dei fronti di guerra, lo sterminio dei disabili non risparmiò certo i Paesi occupati, con drammatici strascichi anche in Italia, come testimonia la deportazione dei disabili ebrei internati negli ospedali psichiatrici di Venezia, deportati ad Auschwitz-Birkenau. Perché nella tragedia di ognuno, si ritrova la Storia di tutti”.
L’eliminazione di un numero così elevato di persone affette soltanto da lievi disturbi della personalità si accompagnò all’eliminazione di alcolisti, di ragazzi “difficili”, ma mentalmente sani, spesso anche di ospiti di orfanotrofi in perfetta salute psichica e mentale. Questo atteggiamento può essere spiegato con un preciso progetto degli psichiatri tedeschi: trovare la soluzione biologica della malattia mentale, vale a dire ricercare cause fisiche. Per questo ad essere protagonisti degli studi basati sull’eutanasia furono i medici dell’Istituto di Studi sul cervello del Kaiser Wilhelm Institut di Berlino. Nel 1937, a capo del Dipartimento di Istopatologia Cerebrale, venne nominato il professor Julius Hallervorden. Il Dipartimento sino al 1945 operò a Brandenburg tutte le sue attività anatomiche.
Nel 1939 Brandenburg venne trasformato in “Asilo di Stato” e qui vennero svolte le principali attività di eutanasia dei bambini e degli adolescenti. Tutto ciò grazie all’appoggio del Direttore del Kaiser Wilhelm, il professor Hugo Spatz, amico, oltreché collega di Hallervorden, intorno al quale si formò presto un gruppo di studiosi e di studenti interessati all’idiozia, alla sindrome di Down e ad altre malattie congenite. L’occasione per poter sperimentare con un vasto numero di reperti non poteva essere perduta. Hallervorden ed i suoi colleghi si mossero per ottenere cervelli sui quali lavorare da Brandenburg. Facevano parte del gruppo il tossicologo Waldemar Weinmann, il patologista Georg Friedrich, che, per concessione di Brack, dissezionò cervelli a Lipsia per conto dell’Istituto.
Lo stesso Hallervorden dissezionava cervelli e sceglieva personalmente le sue vittime tra i ragazzi del cosiddetto “Asilo” di Brandenburg: ricercava i portatori delle malattie che studiava ed il 28 ottobre ne scelse ben trentatre dai sette ai diciotto anni, alcuni di questi perfettamente sani. Particolarmente attivo era il giovane assistente di Carl Schneider, Julius Deussen, che organizzava il lavoro per il suo capo. Schneider era “infaticabile”, in un suo scritto precisava a proposito dei suoi studi che: “Non si possono ottenere risultati certi se non prima di aver sistematicamente esaminato almeno 300 idioti”. La collezione di cervelli di Hallervorden arrivò a contare 697 esemplari. I cervelli di queste povere vittime sono stati usati fino al 1990 dal “Max Planck Institut” per le ricerche sul cervello, il nuovo nome del Kaiser Wilhelm Institut. Tra i Tedeschi inutili rientravano anche omosessuali e transessuali. Il Partito Nazista elaborò una sua teoria sulla omosessualità, sostenendo che si trattasse di una malattia contagiosa in grado di diffondersi anche agli eterosessuali.
Per i nazisti gli omosessuali rientravano nella categoria dei “sabotatori sociosessuali”; in una presa di posizione ufficiale per spiegare le ragioni dell’attacco agli omosessuali il Partito scriveva:“E’ necessario che il popolo tedesco viva. Ed è solo la vita che può lottare perché vita significa lotta. Si può lottare soltanto mantenendo la propria mascolinità e si mantiene la mascolinità con l'esercizio della disciplina specie in materia di amore. L’amore libero e la devianza sono indisciplina ... Per questo respingiamo ogni forma di lascivia, specialmente l’omosessualità, perché essa ci deruba della nostra ultima possibilità di liberare il nostro popolo dalle catene che lo rendono schiavo”. Il nazismo aveva un suo preciso progetto: l’uomo doveva combattere, la donna generare. Il popolo tedesco doveva sopravvivere e moltiplicarsi.
L’omosessualità era vista come il sabotaggio alla crescita della nazione tedesca. Non erano tanto questioni di morale borghese, quanto problemi di ideologia a rendere nazismo ed omosessualità incompatibili. Soltanto un mese dopo l’ascesa al potere di Hitler, il nuovo governo proibì tutti i periodici della comunità omosessuale e mise fuori legge tutte le loro organizzazioni. Già nel 1923, a Vienna, seguaci del Partito Nazista avevano fatto irruzione nella sala dove il professore di sessuologia Magnus Hirschfeld teneva una conferenza tentando di ucciderlo a colpi di pistola. Hirschfeld fu il primo a fondare una associazione per i diritti delle persone omosessuali: il “Comitato Scientifico Umanitario”, nel 1897. Locali, ritrovi, omosessuali e transessuali dichiarati divennero il bersaglio delle squadre d’assalto naziste.
La stampa e, in special modo il Volkischer Beobachter, l’organo ufficiale del Partito nazista diretto da Julius Streicher, moltiplicò i suoi attacchi e le sue istigazioni alla
La principale casa
editrice omosessuale,
di proprietà di Adolf
Brand, venne
devastata
cinque volte |
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violenza contro gli omosessuali. Il vice di Hirschfeld, Kurt Hiller, venne arrestato e inviato nove mesi nel campo di concentramento di Oranienburg. Il 6 maggio 1933 la sede dell’Istituto di Sessuologia (Institut für Sexualwissenschaft) veniva devastata ed i libri della biblioteca sequestrati e bruciati. Hirschfeld - che era impegnato in un ciclo di conferenze all’estero - sfuggì all’arresto, ma non poté rientrare in Germania. La principale casa editrice omosessuale, di proprietà di Adolf Brand, venne devastata cinque volte. Tra la primavera e l’estate 1933 vennero sistematicamente chiusi tutti i luoghi pubblici di ritrovo, tra cui il noto Eldorado, classificandoli come “minacce all’ordine pubblico”.
Nel 1934, dopo la famosa “Notte dei Lunghi Coltelli”, che vide l’eliminazione delle SA (l’ala sinistra del partito nazista) e del suo capo Rohm (anch’egli omosessuale) l’attacco divenne ancora più violento. Nel 1935, un anno prima la promulgazione delle leggi discriminatorie contro gli ebrei, il governo nazista riprese in mano il “Paragrafo 175”, allargandone la casistica ed ampliandone la portata. Il nuovo testo della legge così recitava: “Un uomo che commetta un atto sessuale contro natura con un altro uomo o che permetta ad un altro di commettere su di sé atti sessuali contro natura sarà punito con la prigione. Qualora una delle due persone non abbia compiuto i ventuno anni di età al momento dell'atto, la Corte può, specialmente nei casi meno gravi, astenersi dall'irrogare la pena”.
Seguiva un articolo aggiuntivo ed esplicativo, il 175a: “I lavori forzati sino a dieci anni o, in caso di circostanze attenuanti, il carcere di durata non inferiore ai tre mesi saranno applicati a: un uomo che, con la violenza o la minaccia di violenza, costringa un altro uomo a commettere atti sessuali contro natura o consenta ad essere oggetto di atti sessuali contro natura; un uomo che, approfittando del rapporto di dipendenza sia esso servizio, impiego o subordinazione, induca un altro uomo a commettere atti sessuali contro natura o consenta ad essere oggetto di atti sessuali contro natura; un uomo maggiore di 21 anni che seduca un altro uomo minore di 21 anni per commettere atti contro natura o per far si che vengano commessi su se stesso; un uomo che pubblicamente compia atti contro natura con altri uomini o offra se stesso per gli stessi atti”.
L’omosessualità maschile veniva differenziata da quella femminile. Secondo il Ministro della Giustizia Frick, infatti: “Considerando gli omosessuali maschi ad essere danneggiata è la fertilità poiché, usualmente costoro non procreano. Ciò non è ugualmente vero per quanto riguarda le donne o almeno non con la medesima ampiezza. Il vizio è più pericolo tra uomini piuttosto che tra donne”. Alla fine del 1936 venne costituito l’Ufficio Centrale per la lotta all’omosessualità ed all’aborto. Il decreto che istituiva l’Ufficio recitava: “L’alto numero di aborti ancora commessi provoca considerevoli pericoli alla politica demografica ed alla salute della nazione costituendo anche un grave attentato ai fondamenti ideologici del nazionalsocialismo. Le attività omosessuali di una non trascurabile parte della popolazione, costituiscono una seria minaccia per la gioventù. Tutto ciò richiede l'adozione di più incisive misure contro queste malattie nazionali”.
Le porte dei campi di concentramento si aprirono per gli omosessuali molto presto: nel 1933 abbiamo i primi internamenti a Fuhlsbuttel, nel 1934 a Dachau e Sachsenhausen. Molte centinaia furono internati in occasione delle Olimpiadi di Berlino del 1936 per “ripulire le strade”. Gli omosessuali morti nei campi di concentramento tra il 1933 ed il 1945 furono circa settemila. Si trattava per la quasi totalità di omosessuali di nazionalità tedesca, poiché, a differenza degli Ebrei e degli Zingari, i nazisti non perseguitarono o cercarono di perseguitare gli omosessuali non tedeschi. Sempre tra il 1933 ed il 1945, le persone processate per la violazione del Paragrafo 175 furono circa sessantamila, di questi circa diecimila vennero internati nei campi di concentramento. Gli altri furono condannati a pene detentive.
Questo perché i nazisti distinguevano tra “cause ambientali”, che avevano condotto alla omosessualità ed “omosessualità abituale”. Nel primo caso il carcere duro, i lavori forzati, le cure psichiatriche e la castrazione volontaria erano ritenuti provvedimenti utili al reinserimento nella società. Nel secondo caso, invece, l’omosessualità veniva considerata incurabile. Il tasso di mortalità degli omosessuali nei campi fu del 60% contro il 41% dei prigionieri politici ed il 35% dei Testimoni di Geova. Un altro dato significativo è dato dal fatto che due terzi degli omosessuali internati morirono durante il primo anno di permanenza nei campi. L’omosessualità “abituale” veniva considerata una malattia degenerativa della “razza ariana” e, per questo motivo, sugli omosessuali vennero condotti con particolare intensità esperimenti pseudoscientifici quasi sempre mortali.
In più, come emerge dalle testimonianze, l’accanimento delle SS contro di loro era particolarmente violento. A questo si aggiunga che i detenuti omosessuali - a differenza delle altre categorie - secondo numerose testimonianze, assumevano un atteggiamento di rinuncia alla sopravvivenza con un tasso di suicidi (gettandosi sul filo spinato elettrificato dei campi o rifiutando il cibo) estremamente elevato. Più di altri prigionieri, essi subivano un crollo psicologico profondissimo. In un primo tempo gli internati in base al Paragrafo 175 erano costretti ad indossare un bracciale giallo con una “A” al centro, che stava per la parola tedesca “Arschficker”, ossia sodomita. Altre varianti furono dei punti neri o il numero “175” in relazione all’articolo di legge.
Soltanto successivamente, seguendo la rigida casistica iconografica nazista, venne adottato un triangolo rosa cucito all’altezza del petto. La vita nei campi di concentramento per i “triangoli rosa” fu terribile e seconda soltanto ai prigionieri ebrei. La testimonianza più agghiacciante sulla detenzione nei campi di concentramento degli omosessuali proviene dalle “Memorie” che Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz, scrisse prima di venire impiccato. Höss ricordava in questo modo gli omosessuali nel campo di Sachsenhausen: “Già a Dachau gli omosessuali erano stati un problema per il campo, sebbene non fossero così numerosi come a Sachsenhausen. Il comandante e lo Schutzhaftlagerführer erano dell'opinione che fosse molto più opportuno suddividerli per tutte le camerate del campo, mentre io ero d’avviso contrario, avendoli conosciuti molto bene in carcere”.
“Non passò molto tempo che da tutti i blocchi cominciarono a giungere denunce di rapporti omosessuali, e le punizioni non servirono a nulla, perchè il contagio si diffondeva dovunque. Su mia proposta, tutti gli omosessuali vennero allora messi insieme ed isolati dagli altri, sotto la guida di un anziano che sapeva come trattarli. Anche sul lavoro vennero separati dagli altri prigionieri ed adibiti per un lungo periodo a lavorare con i rulli compressori, insieme ad altri prigionieri di altre categorie, affetti dal medesimo vizio. Di colpo il contagio del loro vizio cessò, e, anche se qua e là si verificarono questi rapporti contro natura, si trattò sempre di casi sporadici. Del resto, costoro vennero sorvegliati rigorosamente nei loro alloggiamenti, in modo che ... non potessero ricominciare.…
A Sachsenhausen, fin dal principio gli omosessuali vennero posti in un blocco isolato, e ugualmente vennero isolati dagli altri prigionieri durante il lavoro. Erano adibiti ad una cava di argilla di una grande fabbrica di mattonelle; era un lavoro duro, e ciascuno doveva assolvere una determinata norma. Inoltre, erano esposti a tutte le intemperie, perché ogni giorno doveva essere fornita una determinata quantità di materiale finito, ed il processo di cottura non poteva essere interrotto per mancanza di materia prima. Così estate o inverno, erano costretti a lavorare con qualunque tempo. L’effetto di quel duro lavoro, che avrebbe dovuto servire a riportarli alla «normalità», era differente a seconda delle diverse categorie di omosessuali. I risultati migliori si ottenevano con i cosiddetti «Strichjungen». Nel dialetto berlinese erano chiamati così quei giovani dediti alla prostituzione, che intendevano per tal via guadagnarsi facilmente da vivere, rifiutando di compiere qualunque lavoro, sia pure leggero”.
“Costoro non potevano assolutamente essere considerati dei veri omosessuali, poiché il vizio era per essi soltanto un mestiere, e quindi la dura vita del campo e il lavoro faticoso furono per essi di grande utilità. Infatti, nella maggioranza, lavoravano con diligenza e cercavano con ogni cura di non ricadere nell’antico mestiere, poiché speravano così di essere rilasciati al più presto. Arrivavano al punto di evitare addirittura la vicinanza dei veri viziosi, volendo in tal modo dimostrare che non avevano nulla a che fare con gli omosessuali. Molti di questi giovani così rieducati vennero rilasciati senza che si
"L’«amico» era tutto
per costoro.
Parecchie volte
si verificò anche
il doppio suicidio
di due amici." |
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verificassero delle ricadute; la scuola che avevano fatto al campo era stata abbastanza efficace, tanto più che si trattava in maggioranza di ragazzi molto giovani. Anche una parte di coloro che erano diventati omosessuali per una certa inclinazione - coloro che, saturi di provare il piacere con le donne, andavano in cerca di nuovi eccitamenti, nella loro vita da parassiti - poté essere rieducata e liberata dal vizio.
Non così quelli ormai troppo incancreniti nel vizio, cui si erano volti per inclinazione. Questi ormai non potevano più essere distinti dagli omosessuali per disposizione naturale, che in realtà erano pochi. Per questi non servì né il lavoro, per quanto duro, né la sorveglianza più rigorosa: alla minima occasione erano subito uno nelle braccia dell'altro, e anche se fisicamente erano ormai mal ridotti, perseveravano nel loro vizio. Del resto, era facile riconoscerli. Per la leziosità femminea, per la civetteria, per l’espressione sdolcinata e per la gentilezza eccessiva verso i loro affini, si distinguevano assai bene da coloro che avevano voltato le spalle al vizio, che volevano liberarsene, e la cui guarigione, ad una attenta osservazione, si poteva seguire passo passo. Mentre quelli che intendevano realmente guarire, che lo volevano fortemente, sopportavano anche i lavori più duri, gli altri decadevano fisicamente giorno per giorno, più o meno lentamente secondo la loro costituzione”.
“Non volendo, o non potendo, liberarsi del loro vizio, sapevano benissimo che non sarebbero più tornati in libertà, e questo pesante fardello psichico affrettava, in queste nature in genere anormalmente sensibili, la decadenza fisica. Quando poi vi si aggiungeva la perdita dell’«amico», per una malattia o addirittura per la morte di questi, era facile prevedere l’esito finale; parecchi, infatti, si uccisero. L’«amico» era tutto per costoro, nel campo. Parecchie volte si verificò anche il doppio suicidio di due amici. Nel 1944 l’ SS - Reichsführer fece compiere a Ravensbruck degli esami di «riabilitazione». Gli omosessuali della cui guarigione non si era perfettamente convinti, vennero messi a lavorare, come per caso, insieme a prostitute, e tenuti sotto osservazione. Le prostitute avevano il compito di avvicinarsi come per caso ad essi e di eccitarli sessualmente.
Quelli che erano realmente guariti approfittavano senz’altro dell'occasione, senza neppure bisogno di essere stimolati, mentre gli incurabili non guardavano neppure le donne. Anzi, se esse si avvicinavano loro in modo troppo evidente, si allontanavano con manifesto disgusto. Secondo la procedura, a quelli che stavano per essere rilasciati venivano offerte occasioni di stare con individui del loro sesso. Quasi tutti rifiutavano questa possibilità e respingevano energicamente tutti i tentativi di avvicinamento dei veri omosessuali. Vi furono però anche dei casi limite, che accettarono e l’una e l’altra occasione. Non so se costoro potrebbero essere definiti dei bisessuali. In ogni caso, fu molto istruttivo per me poter studiare la vita e gli stimoli degli omosessuali di ogni genere e osservare le loro reazioni psichiche in relazione alla prigionia”.
La testimonianza di Hoss sottolineava bene la mentalità nazista: gli omosessuali possono essere “guariti”, almeno quelli non “innati”. Gli esperimenti con le prostitute, la convinzione che un lavoro massacrante potesse riportare alla eterosessualità i “triangoli rosa” faceva emergere la preoccupazione di non veder sabotata la crescita del sangue tedesco. Questo atteggiamento fu alla base del tentativo di “guarire” gli “irrecuperabili” con l’intervento della medicina. Un medico danese delle SS, Karl Vearnet, chiese di poter sperimentare un suo preparato a base di ormoni che, secondo i suoi studi, sarebbe stato in grado di “guarire” definitivamente i “triangoli rosa” (un giornale scrisse che presso la sua clinica si sentivano le galline usate come cavie cantare come galli).
In un intervento che ebbe una certa risonanza impiantò testosterone su di un insegnante omosessuale. Secondo Vearnet l’operazione ebbe grande successo tanto che il paziente si sposò. Un certo numero di omosessuali vennero inviati al campo di concentramento di Buchenwald dove Vearnet installò il proprio laboratorio. In via preliminare, esaminati i prigionieri, li divise in tre categorie: omosessuali incalliti (che amano lavorare a maglia o ricamare); irrequieti (che oscillano tra virilità e indifferenza omosessuale) e problematici (recuperabili sotto l'aspetto psicologico). La prima categoria, separata dagli altri, fu la protagonista degli esperimenti. La “cura” di Vearnet consisteva nell’incidere la cute dell’addome e nell’inserimento di una dose massiccia di testosterone che sarebbe dovuta essere sufficiente per un anno.
A distanza di tre settimane l’80% delle persone operate era deceduto ed il 20% rimanente non presentava sintomi di guarigione. Lo stesso insuccesso e le stesse percentuali di mortalità si registrarono nei soggetti “irrequieti” e “problematici”. Il suo rivale, Knud Sand, era, invece, dell’avviso che l’omosessualità fosse una “malattia guaribile” attraverso il trapianto di “testicoli sani” negli omosessuali. Abbiamo visto che l'Articolo 175, che condannava l’omosessualità maschile, non prendeva in considerazione quella femminile. Il lesbismo non era considerato dalle autorità una minaccia o un “sabotaggio socio-sessuale” dei fondamenti del Terzo Reich, perciò, a patto che non dessero pubblico scandalo, le lesbiche non furono formalmente perseguitate.
Quando nel 1933 i nazisti arrivarono al potere proprio in virtù della loro convinzione che la donna fosse inferiore all’uomo, si disinteressarono al problema. Ciò non significò che essere lesbiche fosse consentito come stile di vita. All’indomani della presa del potere i nazisti chiusero tutti i locali di ritrovo lesbici, come il “Dorian Gray” ed il “Flauto Magico” e crearono un clima di costante timore incoraggiando le azioni di polizia e le denunce anonime contro le lesbiche. Bastava la lettera anonima di un vicino di casa per ritrovare alla propria porta la Gestapo. Molte lesbiche cambiarono città per rompere i legami con i circoli che avevano frequentato, altre si sposarono con omosessuali maschi per ridurre la loro visibilità. Ciononostante i nazisti continuarono a sorvegliare con particolare attenzione le lesbiche. Se anche l’omosessualità femminile non era considerata un reato esplicitamente vietato dalla legge, le lesbiche vennero ugualmente perseguitate non in quanto tali ma in quanto “asociali”.
Così, ufficialmente, non vi furono arresti per lesbismo, ma per comportamenti personali contrari all’ideologia nazista. Nei campi di concentramento le lesbiche non furono catalogate come omosessuali ma come pervertite alla stessa stregua delle prostitute. Questa distinzione era marcata dal fatto che per esse nei campi vi fu l’obbligo di indossare il triangolo nero, simbolo delle prostitute. Si deve aggiungere che la politica del lavoro nazista danneggiò ulteriormente le lesbiche. Poiché il lavoro femminile era guardato con sospetto ed i posti di responsabilità negati alle donne, le lesbiche - perlopiù non coniugate - si trovarono a dover combattere con drammatici problemi economici. La mancata persecuzione esplicita del lesbismo non toglie nulla alla repressione generalizzata che queste persone subirono ed al clima di paura nel quale vissero per tutta la durata del regime.
Una curiosità: il Paragrafo 175 venne modificato soltanto nel 1969 ed abolito definitivamente solo nel 1994.
(2 - Fine)
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Di fondamentale ausilio per la stesura del saggio e per l’iconografia che lo accompagna, è stata la consultazione del sito: www.olokaustos.org ed i seguenti testi:
- Il nazismo e l’eutanasia dei malati di mente, di Alice Ricciardi di Von Platen, a cura di Cosimo Marco Mazzoni - Le Lettere, Firenze 2000.
- In quelle tenebre, di Gitta Sereny - Adelphi, Milano 1975.
- Comandante ad Auschwitz, di Rudolf Hoss - Einaudi.
- Le ragioni di un silenzio: la persecuzione degli omosessuali durante il nazismo ed il fascismo, a cura del Circolo Pink - Ombre Corte, Verona 2002.
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