Teresio Olivelli identificò il regime come portatore di valori cristiani. Ma negli
Anni 40 la sua fede rifiutò gli orrori compiuti dal nazismo e dall’alleato
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DRAMMA DI UN GIOVANE CATTOLICO
CHE CREDETTE AL FASCISMO. E POI... |
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“Che nel giorno della mia consumazione (morte), io mi trovi consumato per te, o Signore Gesù. (…) Il tuo categorico amore, che ti spinse a sacrificarti per me, fa nascere in me un amore nuovo, puro, sereno, inestinguibile, che mi fa considerare il martirio per te, l’immolazione pei fratelli”.
Queste parole, scritte dal ventenne Teresio Olivelli nel 1936 in occasione di un Convegno Diocesano, rappresentano una profetica dichiarazione d’intenti destinata a realizzarsi pienamente solo alcuni anni più tardi. Medaglia d’Oro al Valore militare, comandante partigiano fra il novembre 1943 e l’aprile 1944, martire nel campo di concentramento di Hersbruck, per Teresio Olivelli, grazie all’interessamento delle diocesi di Como,Vigevano e Pavia, si è aperto nel 1987 il processo di beatificazione alla sua persona.
Nato in provincia di Como, a Bellagio il 7 gennaio 1916, Olivelli crebbe in una famiglia credente e praticante dalla quale ricevette una salda educazione religiosa che, come egli ebbe a dire, assunse per lui il significato di una “seconda creazione”. Importante per la formazione del suo carattere fu anche l’influenza esercitata da uno zio, arciprete di Tramezzo, con il quale mantenne lungo il corso degli anni un costante dialogo intellettuale e religioso. Dopo il trasferimento della famiglia in Lomellina, avvenuto nel 1923, frequentò le scuole prima a Mortara, poi a Vigevano e infine a Pavia dove, nel 1934 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza presso il Collegio Ghislieri.
Durante il periodo universitario si distinse oltre che per le capacità negli studi e per l’attivismo nelle attività culturali e sportive dell’istituto, anche per l’irrinunciabile professione della sua fede, sempre dichiarata alla luce del sole, che gli valse il soprannome di don Oliva. Un particolare destinato a ripetersi anche negli anni a venire quando sul fronte russo, per via dell’abitudine alla preghiera e dell’impegno spirituale profuso in favore dei militari, i suoi soldati lo denominarono il prete. Questi aneddoti permettono di capire quanto forte e profondo fosse il sentimento religioso che lo animava, una componente della sua personalità che è punto di riferimento obbligato per coglierne il pensiero e l’azione.
Olivelli visse la propria fede in maniera intensa sia per ciò che riguarda l’aspetto formale, adempiendo sempre e in qualsiasi circostanza agli obblighi sacramentali della religione cattolica, sia sul piano sostanziale traducendo in azione concreta l’insegnamento evangelico. La sua fede fu una continua conquista di se stesso ottenuta innestando sugli insegnamenti religiosi ricevuti dalla famiglia, un attento studio della dottrina e una metodica e quotidiana riflessione. La parola di Cristo fu accolta e divenne il nutrimento indispensabile della sua vita; una fonte inesauribile da cui poter attingere la linfa vitale dell’esistenza. Gli elementi portanti del suo sentimento religioso sono essenzialmente due. Innanzitutto la “convinzione razionale” dell’esistenza di Dio, inteso come espressione di verità, di giustizia e di amore totali. Per Olivelli servire Dio significava servire la verità, la giustizia e l’amore; esaltare e servire questi princìpi assumeva al contempo il valore di onorare Dio. E’ un rapporto di reciprocità che si ripete anche quando si valuta la seconda componente della sua religiosità che è data dal modo di concepire l’uomo e dalle considerazioni sui legami che intercorrono fra quest’ultimo e il trascendente. Tutta la riflessione e l’azione di Olivelli ebbero al centro l’idea della sacralità della persona umana pienamente riscattata dal sacrificio di Dio fattosi uomo, della verità tramutatasi in elemento concreto e visibile. La persona era da lui ritenuta espressione del Divino e pertanto destinata, a prescindere dai caratteri individuali che la contraddistinguevano, a partecipare ai valori universali dello spirito: solo partendo dalla persona, massima espressione della realtà, era possibile secondo le sue parole risalire “la piramide dell’essere” per giungere fino a Dio. Il percorso era però lungo e irto di ostacoli; la gioia poteva perciò essere assaporata solo mediante uno sforzo costante nel tentativo di varcare i limiti della natura umana e di vincere la sofferenza cui il destino dell’uomo è indissolubilmente legato. La consapevolezza dell’ineluttabilità del male e del dolore, anziché indurlo ad una rassegnata accettazione, lo spinsero così ad agire nel tentativo di migliorare, per quanto possibile, le condizioni umane perché, come sottolineò in una sua lettera, era “ nei cantieri della terra che cammina(va) la città di Dio”. La presenza del dolore, oltre che veicolo di crescita spirituale, era anche l’incessante riproporsi della passione di Cristo.
Ai suoi occhi il Divino trovava proprio in questo momento la sua massima espressione; sicché la difesa dei più deboli, dei malati, dei sofferenti si tramutava in un atto di fede verso Dio e verso il suo gesto sacrificale, assunto a modello dell’amore più puro. Animato da una fortissima tensione morale, che si traduceva in un carattere rigoroso e coerente, dopo la laurea in Diritto Amministrativo, conseguita nel 1938, si impegnò attivamente nelle istituzioni culturali del regime di Mussolini per assumere poi una netta e decisa posizione antifascista. L’adesione al fascismo può essere compresa solo tenendo in dovuta considerazione la sua radicata e cosciente fede cristiana e, sotto un punta di vista più generale, considerando l’atteggiamento assunto dal mondo cattolico durante il magistero di Pio XI, al quale Olivelli, membro dell’Azione cattolica, non poteva che richiamarsi. L’atteggiamento di Olivelli, secondo il quale “la subordinazione intelligente dei mezzi a un fine acquista(va) un valore dal valore del fine”, si trovava perfettamente in linea con quello assunto dalla maggioranza dei cattolici e pertanto una sua adesione al regime non può certo destare stupore; per lui il momento religioso rimaneva momento preminente rispetto a quello politico. Una considerazione che trova conferma se si valuta il comportamento da lui assunto nei confronti della guerra civile spagnola. Nel conflitto in terra iberica Olivelli vide direttamente minacciata la cristianità dal pericolo comunista tanto da spingersi fino a ipotizzare una sua partecipazione al conflitto come volontario in difesa dei “valori indistruttibili dello spirito, per salvare il divino in noi, per impedire all’eresia che devasti, per reagire alla bruta forza del male, per eliminare l’antiumano, l’anti-Cristo”. La lotta in Spagna gli apparve come un’ora cruciale per i destini della cristianità, ora nella quale era necessario troncare ogni indugio e assumersi un impegno integrale in difesa della religione.
Una presa di posizione impulsiva e che ricalcava il giudizio espresso sulla guerra dalla maggioranza del mondo cattolico. L’adesione di Olivelli al regime, nata da princìpi e valori distanti dal fascismo stesso, non si tradusse comunque in acritica accettazione. Egli, infatti, si mosse nell’ambito della cultura fascista, che ne riconobbe i meriti nonostante la sua eterodossia, con la precisa intenzione di influire sul fascismo cristianizzandolo. Nonostante questo è necessario ricordare che la sua azione avvenne comunque all’interno del fascismo con la conseguenza, come ha notato il suo primo biografo Alberto Caracciolo, che egli ne “assorbì le idee, lo spirito, lo stile stesso”. Ad ogni modo, così come molti giovani della sua generazione, accettò il regime più per quello che avrebbe dovuto essere che per quello che era realmente, tentando di modificarlo in funzione dei propri valori. Significative in proposito sono le sue posizioni espresse in merito alla questione della razza, cui cercò di attribuire un significato diverso da quello del semplice dato biologico, tentando di conferirgli un senso universale.
Quando si trasferì dopo la laurea a Torino, in qualità di assistente alla cattedra di diritto amministrativo presso l’Università di quella città, si era appena conclusa la parabola della politica a sfondo razzista condotta dal fascismo. Questa aveva preso le mosse nel corso del primo semestre del 1936 ed era stata seguita dall’allontanamento dalle posizioni pubbliche degli ebrei e da un’intensa polemica condotta mezzo stampa.
Nel corso del 1938 il regime si era fortemente impegnato nel rendere concreta la discriminazione razziale e al Manifesto degli scienziati razzisti, nel quale era affermata l’idea dell’esistenza di una razza italiana ariana e la non assimilabilità a questa degli ebrei, aveva fatto seguito in ottobre la Dichiarazione sulla razza, documento attraverso il quale il Gran consiglio trasformava i provvedimenti discriminatori assunti contro gli ebrei da parziali in generali.
Nel febbraio del 1939, Olivelli fu invitato a tenere presso la Casa dello studente di Torino una relazione avente come titolo “Romanità e razza”. Vi partecipò, come ebbe a scrivere allo zio, nel tentativo di “rettificare certe idee” facendo così opera cristiana e concluse il suo intervento negando l’esistenza in Roma del concetto di razza. Nei mesi successivi ebbe modo di intervenire ancora sul tema rafforzando ulteriormente le sue idee e, in occasione dei Littoriali di Trieste nei quali fu comunque proclamato littore, criticò l’impostazione razziale formulata dal nazionalsocialismo e condivisa dalle frange estreme dello stesso regime fascista.
Nel suo intervento Olivelli definì la razza come il risultato ottenuto dall’unione di due fattori distinti. La prima componente era individuata dall’insieme delle caratteristiche biologiche comuni a un determinato gruppo; la seconda era invece rinvenuta nel prodotto delle esperienze maturate tramandatesi di generazione in generazione.
La razza così concepita risultava quindi essere l’espressione dell’intera tradizione accumulata; sul periodico “Libro e moschetto” scrisse che essa era la “tradizione di vita” comune a un dato aggregato sociale. Un’idea che portava, come logica conseguenza, al riconoscimento di diverse razze quante erano in pratica le nazionalità. Porre l’accento sulla razza come elemento costitutivo aveva per Olivelli il significato di accentuare i valori comuni rafforzando il vincolo di appartenenza in modo che fosse così consolidata la “solidarietà dell’uomo con la stirpe, la storia, la terra”. Questa impostazione portava a far coincidere la razza con la patria e, a suo giudizio, si integrava con gli indirizzi anti individualistici e comunitari formulati dal fascismo e che contribuivano a rinvigorire la coscienza nazionale mediante la soppressione di ogni “vanità esterofila”. L’aspetto puramente fisiologico era perciò per Olivelli un dato secondario e il gruppo, in quanto realtà spirituale, era destinato a trascenderlo dando vita in continuazione a nuove tradizioni. Era una visione della razza dinamica ed evolutiva che prevedeva lo sviluppo di caratteristiche già acquisite e nel contempo l’accoglimento di nuove esperienze. Il dato naturale non andava quindi ad intaccare “la comunanza a tutte le genti dei valori universali dello spirito”, nei confronti dei quali, tutti gli uomini rimanevano uguali. Questa visione aveva dunque, poiché fondata sull’idea di una tradizione in continuo movimento e formazione, un carattere inclusivo che contrastava con la posizione esclusiva del razzismo biologico che invece poneva alla sua base il principio del dato permanente e immutabile; un approccio statico che egli non esitava a definire nefasto e che lo portava, in generale, non solo a distinguere nettamente il fascismo dal nazismo, ma a giudicare i due sistemi inconciliabili e posti di fatto l’uno contro l’altro.
Secondo il suo pensiero mentre la prima posizione conduceva infatti al predominio dello Stato, nutrito di eredità storica, di elaborazione culturale, di razionalità giuridica, capace di fare proprie le manifestazioni particolari per generalizzarle nell’interesse comune, la seconda portava alla supremazia del popolo, visto come espressione di un’etnia vincolata dal sangue, e al principio del capo assoluto. Questa distinzione lo indusse fin da subito a formulare un drastico giudizio del nazismo da lui ritenuto un “movimento torbidamente misticheggiante, idolatria bruta della razza, negazione della persona, antilatinità, imperialismo”. Nonostante questo giudizio sul nazismo, l’impostazione di Olivelli sull’argomento costituisce un’ ombra pesante della sua storia. Anche il cercare di attenuare le impostazioni più radicali, o semplicemente di migliorare l’impostazione teorica del fascismo a riguardo di tale materia, comportava infatti l’accettazione di un’idea razzista di fondo o per lo meno di valori discriminanti.
Il fascismo continuò a lungo ad alimentare le speranze di Olivelli e a godere della sua fiducia, tanto da portarlo ad assumere diversi incarichi culturali. Dopo essere stato proclamato littore fu nominato rappresentante del Partito nel Consiglio superiore della demografia e della razza al Ministero dell’Interno, poi segretario del servizio studi presso l’Istituto di cultura fascista, infine membro e primo segretario dell’Ufficio Studi e Legislazione a Palazzo Littorio. Numerose furono anche le sue apparizioni in Convegni aventi al centro i problemi della razza, le tematiche giuridico-sociali, gli argomenti politici. La fedeltà al regime continuò immutata anche a conflitto mondiale già iniziato come attestano due scritti, apparsi nel novembre del 1940 e nello stesso mese dell’anno dopo, rispettivamente su “Civiltà fascista” e “Roma fascista”.
I due articoli avallavano l’intera politica fascista e nazista condotta in Europa ed interpretata come il tentativo di realizzare un’unità armoniosa del continente avente nell’ “idea corporativa elastica e coesiva” lo strumento capace di forgiare “la nuova forma mentis europea”. In questo progetto costitutivo il ruolo guida avrebbe dovuto essere assunto dal fascismo italiano, sia perché in possesso di un’ idea di Stato inteso come “ unità nella varietà, rivoluzione nella conservazione”, sia in considerazione delle sue tradizioni che lo spingevano per natura verso l’idea di impero. L’Italia fascista - e dato che a scrivere è Olivelli bisognerebbe aggiungere l’aggettivo cattolica - possedeva in pratica una visione universale capace di accogliere le diversità e di elaborarle in nuove forme di civiltà di tipo sovranazionale, un compito che non poteva essere invece assolto dalla Germania considerata incapace di uscire dai ristretti limiti dei propri confini etnici. Queste idee mostrano tutta l’ingenuità e l’utopia di Olivelli ancora convinto che il regime fascista potesse in qualche modo imporre la propria guida alla Germania o anche solo condizionarne la politica. Come ha scritto Caracciolo: “C’è qualcosa di generosamente assurdo nel suo tentativo di redimere ciò che non si poteva redimere”. Nel fascismo Olivelli vide il depositario della tradizione cattolica e solo quando questa visione cominciò a venire meno, sovrapponendosi ai problemi di ordine morale sollevati dalla guerra, allora Olivelli recise definitivamente i propri legami con il regime.
Nel valutare il suo comportamento nei confronti della guerra, ancora una volta non è possibile prescindere dal suo pensiero schiettamente religioso. La lotta contro l’ateismo e la difesa della religione unite all’accettazione dei destini della patria, lo spinsero a fare sua la crociata antibolscevica che lo condurrà a combattere in Russia. Siamo comunque di fronte ad una fase tormentata. Se infatti in occasione dell’aggressione compiuta dalla Germania ai danni della Cecoslovacchia non mancò di esprimere la propria contrarietà per via del “ripetuto strangolamento di popoli”, nel maggio del 1940, poco prima dell’intervento italiano, valutò positivamente l’eventuale partecipazione dell’Italia a una guerra in chiave anti-inglese nell’area mediterranea, credendo che ciò avrebbe permesso al paese di riguadagnare la sua influenza sui paesi posti al sud della penisola. L’attacco italiano contro la Grecia gli apparve invece del tutto ingiustificato e dettato da “ imprudenza” e da “leggerezza” inducendolo a scrivere: “Questo sangue sia seme di resurrezione. Se non lo fosse, ricada sui colpevoli”.
Cominciavano dunque a farsi strada le prime riserve anche sul fascismo e quanto l’animo di Olivelli fosse attraversato da dubbi e perplessità emerge ancora una volta da una lettera dell’aprile successivo. In tale occasione, scrivendo allo zio, espresse tutte le sue riserve verso quegli Stati che si definivano cristiani, ma il cui operato di fatto si limitava ad un semplice omaggio formale dei valori religiosi. Nonostante le apparenze questi regimi, e il riferimento al fascismo è chiaro, gli sembravano molto distanti dal cogliere l’essenza del cristianesimo, mentre altri “nonostante i tragici investimenti, nel gigantesco sforzo di instaurare ad ogni costo e pure nel sangue un’umanità giusta fino all’impossibile (erano) più vicini agli imperativi della coscienza cristiana moderna”.
In quel momento Olivelli si era però già arruolato volontario nell’esercito. Nel febbraio del 1941 era stato aggregato a Gorizia al 13° Reggimento di Artiglieria e, dopo il trasferimento in diverse località italiane, nel 1942, assieme ad altri cinque ufficiali, fu scelto per la campagna in Russia. Il 10 settembre si trovò sulla linea del fronte. Preso contatto con la realtà sovietica, questa gli apparve meno negativa di quanto se l’era immaginata rimanendo stupito dal “gigantesco” impegno industriale, dal “considerevole” sforzo sociale e soprattutto dall’importanza assegnata dal comunismo all’istruzione: “In ogni villaggio trovai ampie e moderne scuole.(…) Fra i giovani, in una nazione in cui l’ottanta per cento erano analfabeti, nessuno ho trovato che non sapesse leggere e scrivere”. Nel medesimo tempo non poteva però che rimanere colpito negativamente nel constatare la totale assenza di Dio fra i giovani privi, inoltre, sia di un adeguato spirito critico sia di appropriate conoscenze sulle culture di altri paesi.
In Russia Olivelli giunse in qualità di ufficiale della Divisione Tridentina, uno dei raggruppamenti del corpo d’armata alpino che, assieme alle forze di fanteria, costituivano l’ottava armata italiana schierata sul fiume Don. Il corpo d’armata alpino fu l’ultimo ad essere investito dalla schiacciante offensiva sovietica, incominciata l’11 dicembre 1943, resistendo sulle proprie posizioni fino a quando, il 17 gennaio successivo, ricevette l’ordine di ripiegamento. La ritirata dell’esercito italiano, come è noto, fu terribile. Olivelli faceva parte della 31ª batteria cui erano assegnati compiti di retroguardia. Dopo uno scontro con una colonna sovietica, che decimò il battaglione Morbegno, si assunse il compito di organizzare il trasporto dei malati e dei feriti che crescevano sempre più, giorno dopo giorno, rallentando la ritirata.
Olivelli si prodigò nello sforzo di procurare a tutti cibo e adeguati ripari; per due volte perse il contatto con la colonna trovandosi isolato nel deserto gelato della steppa russa e riuscendo a riagganciarla solo con sforzi eroici; lottò contro l’inverno, contro l’esercito nemico, contro coloro che pur di salvare se stessi erano disposti ad abbandonare al loro destino i più deboli. Giunto a Gomel fu finalmente rimpatriato e il 20 marzo arrivò a Tarcento, in provincia di Udine, dove fu messo in quarantena per circa due settimane. Nella ritirata il corpo d’armata alpino aveva perso quasi la metà dei suoi uomini: dei 57 mila soldati di cui si componeva ne tornarono infatti solo 30 mila. Un sacrificio enorme che gli apparve da subito “troppo grande” e “troppo difficile” da giustificare; a quel profondo dramma egli non era capace di attribuirgli né un senso né una qualsiasi utilità. Il rapporto fra Olivelli e il fascismo era di fatto irrimediabilmente compromesso anche se, una svolta radicale nel suo atteggiamento fu compiuta solo dopo l’annuncio dell’armistizio.
Una volta tornato in Italia apprese di essere stato nominato, a soli ventisette anni, Rettore presso il Collegio universitario Ghislieri, incarico che a causa del ritorno alle armi fu costretto ad abbandonare molto presto. Posto alla guida del 2° Reggimento Artiglieria Alpina fu trasferito nel luglio prima a Merano, poi a Montefiorino e infine a Vipiteno. Qui il 9 settembre, come conseguenza dello sfascio dell’esercito, fu catturato dai tedeschi con l’intera batteria e rinchiuso in un campo di prigionia a Innsbruck. Dai campi in cui fu trasferito Olivelli cercò ripetutamente la fuga; per due volte fu catturato subito dopo pochi giorni. Giunto a Markt Pongau tentò nuovamente l’evasione che, questa volta, fu coronata dal successo:
“Esco dai reticolati ardente e lacero, - scrisse nel suo diario- rotolo al buio, ebbrezza eterna della riattinta libertà”. Era il 20 ottobre 1943. Dopo una breve sosta a Udine, presso una famiglia che gli diede ospitalità, arrivò a Brescia nella prima decade di novembre e prese immediatamente contatto con i comandi del Cln che gli affidarono il compito di mantenere i collegamenti tra le forze partigiane dislocate fra Cremona e Mantova. Gli spostamenti fra le due località furono incessanti, frequenti anche le visite al Rettore dell’Università cattolica di Milano, padre Gemelli, al quale narrava le gesta eroiche dei giovani rifugiatisi in montagna. Il periodo della lotta clandestina contro il fascismo fu segnato da un lavoro febbrile e da comportamenti audaci perché, come scrisse, “la prudenza (era) nemica della Provvidenza”, ma fu destinato a chiudersi nel giro di pochi mesi. Olivelli fu infatti arrestato a Milano il 27 aprile dell’anno successivo e rinchiuso nel carcere di San Vittore.
Nel frattempo aveva contribuito, assieme al gruppo che aveva fondato il foglio “Brescia Libera” e che si era disciolto in seguito ad alcuni arresti, alla nascita del giornale “Il Ribelle”. Nel secondo numero, datato 27 marzo, Olivelli espose la piattaforma programmatica del giornale. Nell’articolo, dal titolo Ribelli, era portata in superficie tutta la rabbia e lo sdegno della nuova generazione cresciuta e formatasi sotto il fascismo. Era uno scritto di alta intensità nel quale si riflettevano le vicende dell’autore giunto, dopo un lungo cammino all’interno del regime, su posizioni antifasciste. Ad un anno di distanza dalla ritirata in Russia, la critica di Olivelli prendeva la forma di una decisa rivolta morale “ contro un sistema e un’epoca, contro un modo di pensiero e di vita, contro una concezione del mondo” che segnava, fra coloro che intendevano proseguire l’esperienza passata e quanti invece puntavano a distaccarsene, un “abisso inadeguabile”.
Tutta la prima parte dell’articolo Ribelli è caratterizzata da una lunga, intensa e decisa requisitoria contro i costumi che avevano dominato un ventennio di storia italiana. Nulla era tralasciato. Lo Stato onnipotente che aveva annichilito la persona, la classe politica che aveva utilizzato per i propri fini di potenza le istituzioni, una cultura servile, gli ideali dell’apparire, le masse apatiche e passive e, per finire, i fascisti irriducibili che, in onore ai loro ideali, si erano tramutati in “ prezzolata appendice dello straniero” ; tutto era travolto da una critica che partiva dalla consapevolezza dell’impossibilità di poter salvare qualcosa del vecchio mondo e dall’orgoglio di aver ritrovato, nel fondo delle coscienze, la capacità di ribellarsi ad un ordine tirannico. Di fronte al crollo morale e sociale del paese, che aveva raggiunto il parossismo con lo scoppio della guerra civile, la parola d’ordine era rompere con “una tradizione decaduta a retorica per riprendere ab intus ed ab imis l’edificazione della personalità e della cultura” in modo da “riprodurre in termini nuovi l’ordine delle convivenze” e realizzare così una società “più libera, più giusta, più solidale, più cristiana”. Tutti, senza alcuna preclusione politica, di partito, di classe o di fede religiosa, erano chiamati a partecipare alla costruzione del nuovo ordine contribuendo sia con il braccio sia con la mente, “coll’idea e con le armi”, prendendo parte attiva al processo di liberazione senza attenderla in dono da alcuno e permettendo così di innestare un processo di autoliberazione, l’unica forma in cui potesse esprimersi concretamente la vera libertà. Questo rinnovato vigore, unito alla fede della propria scelta, assumeva il significato di una rottura totale con il passato più recente, consentendo ai ribelli di conquistare con il proprio coraggio e con il proprio sacrificio una piena dignità personale che assumeva anche i caratteri di un risorgimento nazionale; tale scelta radicale dava infatti a chi si ribellava il diritto di rappresentare pienamente la nazione.
Un altro momento importante nell’esperienza fatta da Olivelli con la testata è rappresentato dalla diffusione, con il terzo numero del giornale, del foglio contenente la sua “Preghiera del ribelle”, il più alto documento spirituale della guerra partigiana. In questo scritto la passione di Cristo era la fonte da cui attingere sia la forza per ribellarsi sia il coraggio di sopportare i sacrifici più grandi contro l’ingiustizia in nome dell’amore e della libertà, della verità, della giustizia e della carità. La fede in Dio si traduceva nella fiducia in un domani migliore contraddistinto dalla pace e dalla speranza di vedere concretizzarsi una patria capace di essere benevola, rispettosa dell’uomo e al contempo moralmente rigorosa. Nelle mani di Dio, ragione di gioia anche nei momenti più cupi e dolorosi, erano affidati gli affetti più cari, i compagni di lotta, la resurrezione della nazione:
“Signore che fra gli uomini drizzasti la Tua croce, segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti, la sordità inerte della massa, a noi oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te fonte di libere vite, dà la forza della ribellione.
Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intesi, alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura. Noi Ti preghiamo, Signore.
Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocefisso, nell’ora delle tenebre ci sostenti la tua vittoria: sii nell’indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell’amarezza. Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti.
Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci non lasciarci piegare.
Se cadremo fa che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.
Tu ce dicesti : Io sono la resurrezione e la vita rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa.
Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu, sulle nostre famiglie.
Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare.
Dio della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore”.
L’articolo Ribelli e la successiva preghiera costituiscono i due momenti salienti dell’impegno intellettuale di Olivelli nella lotta partigiana, due momenti che avevano finalità strettamene legate alla guerra in corso. La sua riflessione e il suo lavoro erano però anche concentrate sul futuro. Nei primi mesi del ’44 furono diffusi due schemi dai titoli: “Schema di discussione di un programma ricostruttivo ad ispirazione cristiana” e “Schema di impostazione di una propaganda rivolta a difendere la Civiltà Cristiana e a propugnare la realizzazione della vita sociale”. In questi due lavori, che furono pubblicati dal “Ribelle” solo nel numero commemorativo dedicato ad Olivelli e stampato nel giugno del 1945, erano delineati i tratti principali che avrebbe dovuto assumere la società futura. Il nuovo ordine, di fronte alla “decomposizione e risoluzione” dell’epoca economica e mercantile, doveva ispirarsi “a un effettivo e non declamatorio spirito cristiano ove la persona umana (doveva essere) principio e fine dell’ordinamento delle solidarietà”. I punti basilari di questo nuovo assetto democratico, liberale e pluralista, erano individuati nella libertà e nell’eguaglianza, quest’ultima intesa come uguali possibilità iniziali per sviluppare la propria personalità. Per ciò che riguardava il lavoro si affermava che avrebbe dovuto esprimere il valore della persona la quale, tramite di esso, avrebbe portato a termine il suo principale dovere politico. Era anche ripreso un tema caro al pensiero cattolico sociale, cioè la compartecipazione operaia agli utili, strumento consequenziale al principio di una società a base interclassista. Gli altri punti sottolineavano la legittimità della proprietà e il ruolo fondamentale della famiglia ritenuta il nucleo fondante dello Stato.
A quest’ultimo era affidato il compito di garantire la difesa della persona e assegnato il dovere di promuoverne la crescita, nonché la funzione di indirizzare le diverse attività della società al conseguimento del bene comune.
Dato che i valori cristiani dovevano costituire il nucleo fondante di questa nuova società, era indispensabile compiere un’intensa opera di propaganda e di educazione che, una volta sconfitto il fascismo, doveva permettere di resistere e vincere l’assalto ordito dalla propaganda comunista. L’esempio da seguire, per superare tale sfida, era quello di imitare il comportamento assunto in passato dai cattolici liberali nei riguardi del liberalismo e compier un’ “opera di purificazione, rielaborazione, assimilazione” in modo da accogliere quegli elementi di verità presenti nella dottrina comunista. Appariva poi necessario elaborare un adeguato sistema di idee e un programma che permettessero di fronteggiare e risolvere il problema sociale che, dal punto di vista di Olivelli, in passato non era stato compiutamente affrontato dai cattolici criticati, in modo particolare, per aver trascurato “l’humanitas” e “l’ansia di perfettibilità del mondo umano”. L’attenzione di Olivelli alla questione sociale ebbe la sua piena formulazione nel manifesto “Cristo operaio agli operai” diffuso nei primi mesi del 1944. Lo scritto si concludeva con un appello all’unità dei lavoratori attorno alla figura di Cristo, punto di partenza necessario per avviare una profonda rivoluzione cristiana fondata sulla pace, la giustizia e una comunione feconda e operosa.
A San Vittore Olivelli fu sottoposto a tortura senza però lasciarsi sfuggire nulla che potesse compromettere i suoi compagni di lotta. Sulla parete della sua cella, dalla quale a detta del bibliotecario del carcere scaturiva “qualcosa di soprannaturale e di mistico”, furono incise una croce e la testata del “Ribelle”. La cella diventò presto luogo di preghiera, di meditazione, di discussione, di sogni e progetti in vista della ricostruzione su basi cristiane della società. Ai genitori giunse a scrivere che le carceri erano “ piene di Dio” e gli amici furono invitati a non fare rumore intorno alla sua persona evitando di intercedere in suo favore presso le autorità. La detenzione nella prigione milanese durò poco più di un mese: fra l’8 e il 9 giugno Olivelli fu trasferito a Fossoli, nel comune di Carpi, in provincia di Modena. Nel campo, pur essendo proibita qualsiasi manifestazione religiosa, Olivelli si fece promotore dei gruppi domenicali per la lettura e il commento del Vangelo. Essendo possibile sia ricevere pacchi sia usufruire della presenza di una dispensa, assieme ad altri compagni organizzò una specie di mensa comune grazie alla quale erano distribuiti i viveri in parti uguali dando così soccorso e aiuto a quanti versavano in condizioni peggiori.
Il 12 luglio fu stilata una lista di settanta prigionieri che avrebbero dovuto essere trasferiti ma che invece, il giorno seguente, furono fucilati. Fra questi avrebbe dovuto esserci anche Olivelli che però, intuendo le reali intenzioni dei tedeschi, si nascose in un magazzino per i pagliericci dove rimase, protetto dai compagni che gli procuravano qualche razione di cibo, fino al 5 agosto. Vani furono i tentativi di farlo evadere dal campo dato che, ogni volta, sorsero problemi e ostacoli che impedirono l’attuazione del progetto.
Fu casualmente scoperto durante la smobilitazione del campo che i tedeschi avevano deciso di spostare a Bolzano. Punito duramente, tanto che le percosse non gli permisero per alcuni giorni di reggersi in piedi, non si perse d’animo e durante il trasferimento tentò invano la fuga. A causa di tale gesto alla sua divisa fu applicato, oltre al triangolo rosso che contraddistingueva gli internati politici, un dischetto rosso sul dorso con il quale era segnalata la tentata evasione e la pericolosità della sua persona resa, in tal modo, ancora più esposta alla violenza degli addetti dei campi. A Bolzano rimase un mese cui seguì il trasferimento nel campo di annientamento di Flossenburg. In entrambi i lager si offrì come interprete intervenendo in favore dei prigionieri ogni volta gli fosse possibile e attirando su di sé l’odio dei tedeschi. Continuò ad organizzare gruppi del Vangelo, a prestare la sua assistenza spirituale facendo recitare il rosario nelle baracche; intervenne per migliorare il vitto e le condizioni dei malati, si privò in continuazione delle proprie razioni alimentari per cederle a chi soffriva di più, ogni qual volta ci fosse una situazione da alleviare Olivelli era presente tenendo fede alla promessa di “essere utile ai fratelli” e di “sentire la voce del Signore, se non nella magnificenza del Creato, nella miseria che atterra e nella carità che redime”. Il suo nome era ormai diventato sinonimo di speranza e di amore. A Flossemburg, secondo i ricordi di padre Agosti, Olivelli “fu il nostro rappresentante capo, l’idolo di tutti. Egli prese un tale ascendente sugli stessi tedeschi dirigenti, che questi lo rispettavano e lo temevano”.
Il 1° ottobre fu trasferito a Hersbruck, tappa conclusiva del suo calvario, in un campo di lavoro dislocato a pochi chilometri da Norimberga. Vi giunse in condizioni fisiche precarie con la sua massiccia corporatura ormai distrutta dalla fame e dalle botte, gli occhi infossati, il volto cadaverico. Nonostante ciò, nell’ultima lettera composta ai genitori pochi giorni dopo, cercava di tranquillizzarli scrivendo di essere “sano e lieto”.
Per comprendere Hersbruck è giusto ricordare che solo sei prigionieri ogni cento sopravvissero a quell’inferno. Tutto era proibito dal fazzoletto al cucchiaio, dall’assistenza spirituale e morale all’assistenza materiale, al rispetto tra prigioniero e prigioniero. La razione alimentare quotidiana forniva al massimo 1300 calorie e prevedeva mezzo litro di infuso di tiglio alla sveglia, un litro di zuppa con patate e rape a metà mattinata, 35 grammi di pane raffermo e 18 grammi di margarina la sera. Nel campo era diffusa la tubercolosi, lo scorbuto e il tifo. La dissenteria era perenne.
Anche qui Olivelli lottò con tutte le sue forze ripetendo i nobili gesti che lo avevano contraddistinto nei mesi passati. In una realtà ancora più orribile delle precedenti e segnata dal totale disprezzo verso la vita, non esitò per l’ennesima volta a donare tutto ciò di cui disponeva, in pratica se stesso, in favore dei propri simili al fine di mitigarne le sofferenze. Più volte si interpose fra gli aguzzini e i prigionieri dividendo le battiture; seppur stremato dalla fame, dalla fatica, dal cronico deperimento, era lui che si occupava dei malati ripulendo e lavando loro piaghe e ferite. Sorpreso a donare parte della propria razione di cibo, atto compiuto di nascosto in pratica ogni giorno, fu adibito ai lavori pesanti riuscendo anche lì a trovare la forza e il coraggio di pensare più agli altri che a sé.
Ma soprattutto era presente al capezzale dei più sofferenti, negli istanti finali della loro vita, donando l’ultima immagine d’amore a uomini che avevano avuto la disgrazia di conoscere l’odio e la brutalità nella loro forma più radicale. Proprio mentre portava conforto ad uno di loro fu selvaggiamente percosso da un kapò. In seguito al pestaggio, e ormai completamente debilitato nel fisico, morì il 12 gennaio 1945, pochi giorni dopo il suo ventinovesimo compleanno.
Degli ultimi mesi della sua vita sono rimaste le testimonianze dei sopravvissuti che hanno condiviso con lui quella drammatica esperienza e il suo testamento nel quale “di gran cuore” perdonava tutti i mali subiti: “Ho consumato il mio corso, ho osservato la fede, ho combattuto la buona battaglia. Se qualche incremento al regno di Dio è venuto o verrà per opera mia la mia gioia sarà completa”.
Fu questo l’ultimo capitolo di una vita, a tratti anche contraddittoria, spesa per amore di Dio e dell’uomo, in uno slancio costante che si era fatto più deciso e radicale con il procedere dei mesi e con l’aumentare delle difficoltà.
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BIBLIOGRAFIA- Teresio Olivelli, di A.Caracciolo - La Scuola, Brescia1975.
- Teresio Olivelli. Ribelle per amore, di N.Faretti – Edizioni Figlie di San Paolo, Milano 1992.
- Teresio Olivelli. Un progetto di vita, di G.Landi - Massimo, Milano 1983.
- Teresio Olivelli. Il ribelle dagli occhi puliti, di A. Scuranti - San Fedele Edizioni, Milano 1995.
- Nei lager vinse la bontà, di G.Agosti - Artemide, Milano 1987.
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