Un fenomeno politico molto italiano nato nel 1944 nella parte del Paese liberato
a metà. Autore: Guglielmo Giannini, commediografo. Il motto: “Abbasso tutti”
LA RIVOLUZIONE “QUALUNQUISTA”.
UN BOOM FINITO IN UN FLOP
di PAOLO DEOTTO
“Qualunquismo”: Movimento politico che prese nome dal settimanale L'Uomo Qualunque fondato a Roma nel 1944 da Guglielmo Giannini. In una più ampia accezione, il rifiuto di ogni qualificazione politica e di ogni impegno ideologico
Abbiamo tratto la definizione dal “Dizionario Enciclopedico Rizzoli” ed. 1995. Una definizione asettica, ma che ha già in sé stessa una nota di biasimo con quel “rifiuto di impegno”. Se poi dal dizionario della lingua italiana passiamo al “politichese”, troveremo sempre il termine “qualunquista” usato in modo decisamente spregiativo, per affibbiare all’avversario un’accusa, se non infamante come quella di “fascista”, comunque pesante e tale da additare al pubblico disprezzo. Il “qualunquista” è un uomo gretto, un egoista che pensa solo al proprio tornaconto, alla difesa dei suoi interessi. Ovviamente, con sì limitati orizzonti, non può essere né progressista né democratico.
Negli ultimi anni, ringraziando il Cielo, il clima politico e culturale è mutato: se una certa sinistra elitaria e radical chic è tuttora convinta di essere investita della missione divina di assegnare patenti di democraticità e progressismo, tuttavia trova sempre meno uditorio. E chi sulla sponda opposta cerca di imitarla nello stesso malvezzo, non trova miglior sorte.

Il gran rimescolamento avvenuto nel panorama politico italiano nell’ultimo decennio ha fatto nascere partiti e persone nuovi (sui quali ci asteniamo da ogni giudizio, non
Clicca sulla immagine per ingrandire
Il simbolo dell’Uomo Qualunque
essendo questo il luogo) e ha fatto cadere tante categorie precostituite, tante definizioni usurate dalla muffa di una ripetitività acritica, che serviva solo a soffocare il dibattito vero, costruttivo.
Tuttavia certe definizioni, ormai passate alla Storia, sono rimaste. E ciò è tanto più facile per chi, come il Fronte dell’Uomo Qualunque e il suo fondatore, Guglielmo Giannini, ebbero vita politica tanto intensa quanto breve. Sepolti nei ricordi (quanti, soprattutto tra i giovani, oggi saprebbero dirne qualcosa?), sopravvivono solo come fantasmi e sinonimi, come vedevamo sopra, di una negatività indeterminata, ma comunque di una negatività. Non abbiamo la pretesa di “render giustizia”; ma pensiamo che faccia parte del nostro dovere di storici rileggere con attenzione, come sempre attenendoci ai fatti, gli avvenimenti più significativi della Storia. Sarà poi il lettore a valutare.
Il 27 dicembre 1944 usciva a Roma un nuovo settimanale, intitolato “L’Uomo Qualunque”. Nell’Italia, ancora in guerra al Nord, la capitale era già stata liberata dagli Alleati dal 4 giugno e stava faticosamente riprendendo i suoi ritmi normali.
La ritrovata libertà di stampa, seppur esercitata con le autorizzazioni dell’amministrazione militare alleata, (che effettuava un controllo di merito e stabiliva le assegnazioni di carta) aveva consentito la nascita di numerose nuove pubblicazioni, quotidiane o periodiche, molte delle quali, sorte sulla scia dell’entusiasmo, non avevano però suscitato l’interesse del pubblico e avevano avuto vita breve o brevissima.

L’Uomo Qualunque” non fu tra queste: dopo una prima tiratura di diecimila copie, le pressanti richieste dei rivenditori obbligarono l’editore a stamparne subito altre venticinquemila, poi altre venticinquemila, fino ad arrivare, in tre giorni, alla vendita di ben ottantamila copie. Un successo che stupì lo stesso fondatore-editore e direttore del settimanale, Guglielmo Giannini, che nell’articolo di fondo spiegava:
Questo giornale non è organo di nessun partito. Le vere forze politiche italiane non si sono ancora rivelate, come non si sono ancora rivelate le ben più importanti e decisive forze politiche europee. Non esistono partiti, ma programmi, sui quali uomini volonterosi operano per formare dei partiti. Quei programmi sono tutti affascinanti; le idee dalle quali nascono sono tutte nobili… Libertà, prosperità e giustizia sono generosamente promesse da tutti e, in teoria, non c’è che l’imbarazzo della scelta del più virtuoso tra tanti partiti tutti ugualmente perfetti. In pratica assistiamo all’ignobile spettacolo di un arrivismo spudorato, al brulicare di una verminaia di ambizioni, a una rissa feroce per conquistare i posti di comando dai quali poter fare il proprio comodo e i propri affari”.
“Questa rissa, cui l’Uomo Qualunque non partecipa, si svolge tra uomini politici professionali, che vivono di politica, che non sanno far altro che politica, e che, per ragioni di pentola, hanno trasformato la politica in mestiere… il fascismo, che ci ha oppressi per ventidue anni era una minoranza. Lo abbiamo combattuto con la resistenza passiva e lo abbiamo logorato, tanto che è andato in frantumi al primo colpo serio che gli angloamericani gli hanno vibrato. L’antifascismo e il fuoruscitismo hanno fatto enormemente meno… antifascisti e fuorusciti erano e sono costituiti da ‘uomini politici professionali’ avversari e nemici degli ‘uomini politici professionali’ che costituivano il fascismo…


Circa le epurazioni, che facevano parte del programma del governo presieduto da Ivanoe Bonomi e costituito dai sei partiti del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale),
Clicca sulla immagine per ingrandire
Guglielmo Giannini in comizio
Giannini scriveva: “… il fascismo ha offeso e ferito tutta la massa degli italiani, non soltanto gli antifascisti e i fuorusciti. Sono i 45 milioni di esseri umani che hanno il diritto di fare giustizia, non una parte più o meno numerosa dei 10.000 politicanti ansiosi di rifarsi delle delusioni subite e delle occasioni mancate”. E infine chiudeva l’articolo di fondo con una dichiarazione di sfiducia verso tutti i politici:
“… da quasi mezzo secolo si vive nel nostro Paese una vita d’inferno a causa della gelosia di mestiere tra i politici d professione. Rivolte, attentati, scioperi, agitazioni, inflazione industriale,caro-vita, interventismo, crisi del dopoguerra, speculazione sulla crisi, fascismo, aventinismo, fuoruscitismo, dittatura, guerre per consolidare la dittatura, catastrofe per liberarcene, sono, per tutti gli italiani, conseguenze del rabbioso litigio fra i 10.000 pettegoli. Siamo finalmente rovinati: cos’altro vogliono da noi gli autori di tutti i nostri mali? Che sopportiamo altri esperimenti, che altri pazzi provino sulle nostre carni le loro teorie?… Noi non abbiamo bisogno che di essere amministrati: e quindi ci occorrono degli amministratori, non dei politici… (ci serve) un buon ragioniere: non occorrono né Bonomi, né Croce, né Selvaggi, né Nenni, né il pio Togliatti, né l’accorto De Gasperi… (ci occorre) un buon ragioniere che entri in carica il primo gennaio e se ne vada al 31 dicembre e che non sia rieleggibile per nessuna ragione”.

La citazione è stata un po’ lunga, ce ne rendiamo conto, ma era necessaria perché in questo editoriale era condensata buona parte della ragione del grande successo della rivista settimanale “L’Uomo Qualunque”, che nella testata pubblicava quel disegno che sarebbe divenuto famoso: un ometto schiacciato da un enorme torchio, mosso da anonime mani e dalle cui tasche schizzavano fuori, nella stretta, le poche monetine che aveva.
Già il titolo della Rivista era quanto mai azzeccato: L’Uomo Qualunque era l’uomo della strada, il cittadino qualsiasi che aveva subito una guerra, non voluta e non sentita, che aveva assistito sconcertato alla caduta del Regime ad opera degli stessi fascisti (nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943), al ribaltone di alleanze, per cui i tedeschi da “camerati” e alleati erano divenuti nemici (e con quale ferocia). Poi questo cittadino qualsiasi aveva visto il suo Re scappare, seguito in vergognosa fuga dal Governo; se era sotto le armi, questo cittadino qualsiasi aveva accolto come una liberazione l’invasione da parte angloamericana del “sacro suolo della Patria” (basti ricordare il comportamento di tanti nostri reparti allo sbarco alleato in Sicilia…).
E poi ancora, erano risorti i personaggi rimasti per anni nell’ombra (o, peggio, rapidamente riciclatisi… ) che si erano autoeletti rappresentanti della nuova Italia libera. Il CLN, non scordiamocelo, non aveva alcuna base elettorale. In tutto questo sconvolgimento, avvenuto nell’arco di pochi mesi, il cittadino qualsiasi, l’uomo della strada, doveva lottare col quotidiano problema della sopravvivenza, in un Paese spaccato in due, in cui molte famiglie avevano subito lutti o ignoravano la sorte di congiunti dispersi, inquadrati in qualche reparto militare lasciato privo di direttive dopo il tragico 8 settembre del 1943.

Insomma, c’erano tutte le condizioni perché uno scontento generale superasse ampiamente la soddisfazione per la caduta della dittatura. Quanto alla guerra, se quella voluta da Mussolini non era mai stata amata dal popolo, l’ansia di partecipazione alla lotta contro i tedeschi a fianco degli angloamericani, espressa dal nuovo governo italiano, si traduceva nel fatto che per l’uomo qualunque la guerra continuava.
Giannini aveva dato voce, nel modo più diretto possibile, a quel coacervo di frustrazioni, risentimenti, stanchezza che agitava l’animo di una popolazione che desiderava solo una ripresa di vita normale. Le ottantamila copie vendute diventeranno, come vedremo, ben di più con i numeri successivi, finché addirittura l’Uomo Qualunque diventerà un partito politico, che per un breve periodo avrebbe dato non poche preoccupazioni ai partiti “di massa” (segnatamente democristiani e comunisti). Perché anch’esso fu, come vedremo, un fenomeno “di massa”. Ma non anticipiamo i tempi; vediamo piuttosto chi era Guglielmo Giannini.
Nato a Pozzuoli, presso Napoli, il 14 ottobre 1891, da madre inglese e da padre napoletano, il giornalista Federico Giannini, era stato da quest’ultimo introdotto alla professione, dopo aver esercitato i mestieri più svariati, da muratore a commesso. Da subito il giovane si era rivelato una penna brillante. A soli 19 anni iniziava le sue collaborazioni a diverse testate (il Giornale del Mattino, il Domani e altre), occupandosi soprattutto di cronaca mondana, con una prosa vivace che gli diede rapidamente popolarità.

Ma Guglielmo Giannini trovò le sue maggiori soddisfazioni nel campo dello spettacolo; infatti, dopo una lunga parentesi di vita militare (nove anni, tra guerra di Libia e prima guerra mondiale), si affermò come commediografo e regista cinematografico. Fu
Clicca sulla immagine per ingrandire
Il “fondatore” controlla
le bozze della rivista dell’UQ
anche autore (sotto lo pseudonimo di Zorro) di diverse canzonette di successo. Scrisse una cinquantina di commedie, “rosa” e soprattutto poliziesche; di quest’ultimo genere teatrale è considerato il creatore in Italia.
Costituì anche diverse compagnie teatrali, che rappresentavano le sue stesse commedie e per quest’attività ricevette i contributi del ministero della Cultura popolare. Questi contributi erano erogati a moltissime compagnie e furono l’unico argomento su cui si basò un processo di epurazione intentatogli nel 1945 e finito con un nulla di fatto. Peraltro Giannini fascista non fu mai; fu piuttosto, come lui stesso si rimprovererà, un “disimpegnato” che sopportò il fascismo, dedicando il suo ingegno, come abbiamo visto, allo spettacolo di intrattenimento, che d’altra parte era l’unico consentito dal regime, oltre ovviamente a quello apologetico, nel quale il futuro fondatore dell’Uomo Qualunque non volle mai mischiarsi.
Anche Giannini era un “uomo qualunque” quando il 10 giugno 1940 Mussolini prese la rovinosa decisione di entrare in guerra a fianco della Germania nazista; ormai troppo avanti negli anni per essere chiamato alle armi, la guerra lo colpirà in modo terribile, con la morte del figlio Mario (“una meravigliosa creatura d’amore… che cessò di vivere all’età di ventuno anni, undici mesi, ventisette giorni, nel pieno della salute e della bellezza, il 24 aprile 1942. Una versione ufficiale dice che egli cadde nell’adempimento del proprio dovere verso la patria, ma in realtà fu assassinato insieme a milioni di altri innocenti esseri umani da alcuni pazzi criminali che scatenarono la guerra”).

Questa tragedia condizionerà tutto il resto della vita di Giannini, le sue scelte e i suoi comportamenti. Come egli stesso ebbe a scrivere, riferendosi ad alcuni tentativi di aggressione che aveva subìto da parte di avversari politici, finiti malamente per quest’ultimi, “doveva esserci qualcosa nella mia espressione che faceva capire che ero così disperato da non aver paura di nulla”.
E l’uomo qualunque Giannini viveva a Roma quando Mussolini venne licenziato ed arrestato, e quando i tedeschi, dopo l’otto settembre, occuparono militarmente la capitale. Sentendo nascere confusamente dentro di sé l’esigenza di “fare qualcosa”, aveva iniziato il giro dei vari partiti politici che venivano alla luce con la caduta del fascismo. Aveva corso i suoi non indifferenti rischi, collaborando, ancora sotto occupazione tedesca, alle pubblicazioni clandestine del Partito Repubblicano, che era quello a cui si sentiva inizialmente più vicino, data la sua netta pregiudiziale antimonarchica, che verrà rinforzata dalla penosa fuga del Re. Ma ancora Giannini non aveva una “sua” linea politica. Il desiderio era quello di “fare qualcosa”. “sarei entrato, per servire l’Italia, nel partito comunista, monarchico, repubblicano, democristiano, demolaburista, azionista, socialista, liberale, trotzkista, senza nessuna preoccupazione oltre quella di servire…
E in effetti Giannini iniziò una lunga peregrinazione tra tutti i partiti politici, conclusa con la massima delusione perché, a suo dire “dovunque mi sono imbattuto in gente vogliosa solo di essere deputato od altro. La più untuosa e ipocrita falsa modestia esala da moltissimi di questi uomini come un cattivo odore personale”.

Insomma, la ritrovata libertà era dai rinati politici colta come occasione non per servire la patria, ma per conquistare posizioni di potere. Al desiderio di “fare qualcosa” si
Clicca sulla immagine per ingrandire
Giannini parla al popolo
del nuovo partito
aggiungeva un disgusto per l’arrivismo dei nuovi politici, per la facilità di cambiar bandiera, e per quel clamoroso boomerang che furono, per i nuovi partiti antifascisti, i “processi di epurazione”.
E qui il lettore ci perdonerà se la nostra narrazione non scorre in modo lineare; ma la complessità del periodo che stiamo trattando ci impone qualche deviazione e digressione per chiarire gli argomenti che via via vengono in luce. Con la liberazione di Roma, i partiti politici riuniti nel CLN (comitato di liberazione nazionale) richiesero, in ciò appoggiati dagli Alleati, le dimissioni del governo Badoglio, considerandone esaurita la funzione, mentre Vittorio Emanuele III si ritirava dalla scena, con l’espediente della “luogotenenza del Regno” affidata al figlio Umberto. Il 18 giugno 1944 nasceva il governo presieduto da Ivanoe Bonomi, con la partecipazione di alcune personalità che avrebbero poi segnato profondamente la Storia del nostro Paese: De Gasperi, Saragat, Togliatti, Sforza erano ministri senza portafoglio.
Nel successivo Governo, sempre guidato da Bonomi, di più marcata impronta politica, troviamo Togliatti alla vicepresidenza, De Gasperi ministro degli Esteri, Gronchi all’Industria, commercio e lavoro. Infine, per il periodo che per ora ci interessa, il 21 giugno 1945 diviene presidente del consiglio un esponente di spicco della resistenza, Ferruccio Parri. De Gasperi e Gronchi mantengono i rispettivi ministeri, mentre Togliatti diviene ministro della Giustizia.

Con l’incarico di ministro per la Costituente entra al governo un altro importante personaggio: Pietro Nenni. I sei partiti del CLN (Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito socialista italiano di Unità Proletaria, Partito Liberale, Democrazia del Lavoro, Partito d’Azione), uniti nella comune lotta al fascismo, divisi da profonde differenze ideologiche, concordavano però sulla necessità di “epurare” lo Stato dagli elementi maggiormente compromessi col regime fascista.
Parlavamo di “boomerang” perché l’epurazione da subito si palesò come un processo praticamente impossibile da attuarsi, anche per i differenti modi di intenderne l’estensione e gli obiettivi. Per le sinistre “epurare” voleva dire anzitutto abbattere l’alta borghesia capitalista, apoditticamente indicata come la maggior responsabile del fascismo, iniziando così una radicale trasformazione in senso classista della società italiana. Per i liberali e per buona parte della Democrazia Cristiana il rinnovamento della società passava anche attraverso l’epurazione, ma senza sconvolgerne quegli equilibri fondamentali ereditati dal vecchio stato prefascista.
Ma soprattutto “epurare” dopo un ventennio di dittatura, che aveva coinvolto profondamente tutto il Paese in un’identificazione del partito fascista con lo Stato, poteva portare all’assurdo risultato che tutti erano colpevoli e quindi nessuno lo era. Non si può scordare infatti che il regime fascista ebbe il suo apice di popolarità con la proclamazione dell’Impero, ma comunque aveva costruito pazientemente il consenso popolare negli anni, migliorando il tenore di vita generale.

Non solo, aveva anche dotato il Paese di un sistema previdenziale e assistenziale, dando agli italiani la sensazione (o l’illusione) di essere una grande popolo, temuto e stimato nel mondo. L’antifascismo restò sempre un fatto elitario e se questa constatazione può essere spiacevole, considerando che porta con sé inevitabilmente un’altra constatazione, ossia che il popolo italiano non pativa più di tanto il fatto di essere sollevato dal compito di pensare e decidere, è un dato di fatto che il fascismo fu abbattuto dai fascisti stessi (nella seduta del 25 luglio 1943 del Gran Consiglio del fascismo) e solo sulla spinta del disastro bellico in cui l’Italia si era cacciata.
L’epurazione fu così un processo parziale, capriccioso, che colpì soprattutto quei livelli più bassi della amministrazione pubblica, ossia quanti, privi di conoscenze e di benemerenze antifasciste di recente acquisizione, non erano stati in grado di rifarsi alla svelta una verginità politica. Anche nel campo della “avocazione dei profitti di regime” i nuovi governanti rimediarono magre figure, sia per l’esiguo numero di sequestri effettuati (334 su oltre tremila istruttorie aperte), sia perché i lavori della apposita commissione, presieduta da Carlo Sforza, conobbero il tipico fenomeno italiano dell’insabbiamento: in altri termini, nessuno infine voleva approfondire troppo un capitolo che aveva interessato troppi vecchi fascisti e nuovi antifascisti.

Per questi motivi parlavamo di “boomerang”: perché i partiti del CLN, oltretutto ancora privi di una legittimazione popolare (il primo test elettorale si sarebbe avuto solo il 2 giugno del 46, con il referendum e le elezioni per l’Assemblea Costituente) ottennero,
Clicca sulla immagine per ingrandire
Saggio sull’Uomo Qualunque
come solo risultato dell’epurazione, quello di suscitare scontento e sfiducia. La “Nazione del Popolo”, organo del CLN toscano, scriveva il 15 gennaio 1945: “… bisogna smetterla di prendersela quasi con predilezione con i manovali delle ferrovie, con i cantonieri stradali, con gli impiegatucci del ministero: il numero vastissimo di sospesi dal lavoro non ci soddisfa, né chiediamo di ampliarlo. Non è il numero delle vittime che chiediamo, ma la qualità di esse.
Non dateci trecentomila disoccupati in più: dateci tremila punizioni esemplari…”

In questo clima, ci è più facile comprendere i motivi del successo immediato che la rivista “L’Uomo Qualunque” riscosse. Giannini diceva, e lo diceva con irruenza, col gusto della provocazione che sempre caratterizzerà la sua prosa, quello che molti pensavano, ma che nessuno osava dire. Il fascismo, lo ha condannato la Storia, e l’infausta alleanza con Hitler mise Mussolini su una strada senza ritorno, in fondo alla quale non poteva esserci che la distruzione. Ma è anche il caso di notare che pure gli uomini che risorsero politicamente dopo la caduta del Duce venivano comunque da un ventennio in cui si erano formate consuetudini malsane, dalle quali non potevano essi stessi essere del tutto immuni.

Prima fra esse, era la consuetudine per cui il Potere restava un fatto di pochi, un’emanazione dall’alto, che il popolo non poteva che accettare. Questo distacco tra “Paese reale” e politica, che ancor oggi affligge la nostra Italia, ha radici antiche. Se il fascismo con le “adunate oceaniche” dava al popolo l’illusione di partecipare alla vita politica della nazione, non molto diverso era l’atteggiamento dei politici risorti alla fine della dittatura, che comunque sollecitavano il popolo a credere, obbedire, combattere e discutere il meno possibile. Certo, il tutto avveniva all’interno di una nuova dialettica, per cui i partiti erano tra loro in competizione e il rischio della dittatura era eliso dalla possibilità di ricambio.
Ma l’atteggiamento di fondo, la mentalità elitaria, la convinzione di avere una Verità da dispensare, non erano mutati. Giannini cercò anche di inserirsi nelle redazioni dei nuovi giornali che andavano sorgendo o risorgendo, ma da tutti fu messo “con maggiore o minor cortesia” alla porta. Fu il suo amico Renato Angiolillo, proprietario del “Tempo” di Roma, a spiegargliene il perché e a dargli il consiglio giusto. In sostanza, nessuno voleva un giornalista che andava manifestando idee politiche in verità un po’ confuse, di sicuro non nostalgiche del passato regime, ma di sicuro ferocemente critiche del nuovo clima politico. L’editore che lo avesse assunto correva il serio rischio di vedersi sopprimere il giornale dopo poche uscite, di subire conseguenze giudiziarie o, molto più semplicemente, di vedersi tagliata l’assegnazione della carta. Non restava a Giannini che una soluzione: fare un proprio giornale. Meglio ancora, suggerì Angiolillo, sarebbe stato chiedere l’autorizzazione a pubblicare un giornale tecnico, che non avrebbe impensierito nessuno: un giornale di cinematografia, o di teatro, o di narrativa.

L’ufficio angloamericano di controllo sulla stampa era diretto dal giornalista italiano Ettore Basevi, al quale Giannini, testardamente, presentò dapprima richiesta di autorizzazione per pubblicare un settimanale politico dal titolo “L’Uomo della Strada”. E Basevi gli ripeté il consiglio di Angiolillo: “lei perde il suo tempo, per un settimanale politico non le daranno mai l’autorizzazione. Chieda di fare un giornale tecnico, lei è anche uno scrittore di novelle, di commedie, faccia qualcosa in quel campo”. Giannini si decise; chiese l’autorizzazione a pubblicare “La novella poliziesca”, un settimanale di racconti gialli; ma, affezionato comunque alla sua idea di un giornale politico, chiese in subordine anche l’autorizzazione a pubblicare “L’uomo Qualunque”, titolo che gli piaceva di più dell’Uomo della Strada.
E la sorpresa arrivò di lì a un paio di mesi. “La novella poliziesca” non poteva essere pubblicata perché, come Giannini apprese in seguito, un’autorizzazione per lo stesso titolo era già stata chiesta da altri; ma in compenso, probabilmente senza averne granché capito la natura, veniva autorizzata la pubblicazione del settimanale “L’Uomo Qualunque”. E si arrivò a 27 dicembre 1944: Guglielmo Giannini, fino a quel momento apprezzato commediografo e regista, stupiva l’Italia con un nuovo settimanale che si staccava dal coro di osanna alla risorta libertà e pubblicava tra l’altro, in prima pagina, la vignetta di un omino che sul fondo di un muro dove campeggiavano scritte del tipo ”Abbasso Mussolini”, “Abbasso Hitler”, “Viva Togliatti”, “Viva De Gasperi”, scriveva “Abbasso Tutti”.

Durante l’occupazione tedesca di Roma, Giannini aveva già delineato le grandi linee del suo pensiero scrivendo un libro, dal titolo “La Folla”, un curioso trattato di storia e politica, che si può trovare tuttora nelle librerie. In questo libro la “Folla” è la protagonista
Clicca sulla immagine per ingrandire
Un testo politico di Giannini
vessata e usata, in millenni di Storia contraddistinti solo dall’uso che i Capi, i Politici, per soddisfare la loro ambizione di potere, fanno della Folla, desiderosa solo di vivere tranquillamente, di lavorare, di godere un poco di benessere, di non essere seccata da nessuno. Il libro è da Giannini dedicato al figlio Mario, morto in guerra: “una meravigliosa creatura d’amore… che cessò di vivere all’età di ventuno anni, undici mesi, ventisette giorni, nel pieno della salute e della bellezza, il 24 aprile 1942. Una versione ufficiale dice che egli cadde nell’adempimento del proprio dovere verso la patria, ma in realtà fu assassinato insieme a milioni di altri innocenti esseri umani da alcuni pazzi criminali che scatenarono la guerra”. Riportavamo già prima questa struggente dedica: la perdita del figlio indubbiamente rafforza quelle convinzioni sostanzialmente anarcoidi e libertarie che covavano in Giannini. La guerra (“con esclusione di quelle condotte da tribù per necessità di vettovagliamento e di bottino”) sono tutte definite da Giannini come un “affare dei Capi”, dai quali La Folla, sia che faccia parte dei vincitori, sia che faccia parte dei vinti, non ha da trarre nessuno utile; anzi, La Folla sacrifica la vita per le beghe e le liti tra i Capi.

Giannini demolisce così senza ritegno anche i miti più inossidabili della Storia patria, comprese le guerre risorgimentali e in particolare la Grande Guerra. Lo stesso irredentismo è dissacrato: “… la sconfitta, realtà per i Capi che perdono lo stipendio, è soltanto un’opinione per la folla. Supponiamo che l’Italia dovesse cedere il Veneto alla Jugoslavia, e che la Jugoslavia fosse tanto sciocca da prenderselo. Cosa accadrebbe per la Folla? Niente. L’autore di libri continuerebbe a vendere i suoi libri nel Veneto, dove i libri jugoslavi non potrebbero esser venduti, perché nessuno li saprebbe leggere. Chi commerciava con Treviso, Udine, Padova, continuerebbe a commerciarvi.
Su tutto il territorio ceduto si continuerebbe a fare l’amore, nascerebbero dei bimbi che imparerebbero a parlare l’italiano con accento veneto, e andrebbero poi a studiare, nelle scuole italiane, delle sciocchezze poco diverse da quelle che studierebbero se il provveditore agli studi dipendesse da Roma anziché da Belgrado… dall’Italia si continuerebbe ad andare in viaggio di nozze a Venezia, così come prima della guerra ci si andava dalla Jugoslavia. Gli sposi comprerebbero ricordi di Venezia con piacere e profitto dei venditori… Unico vero cambiamento: il prefetto di Venezia sarebbe jugoslavo anziché napoletano o piemontese. E cosa importa alla Folla che un prefetto si chiami Milan Nencic anziché Gennaro Coppola o Alberto Rossi? Deve dare la vita dei suoi figli e la sua per così poco?…


Il primo numero dell’ Uomo qualunque riscosse il successo che vedevamo. E incassò anche il primo attacco feroce dall’Unità, con l’immancabile accusa: Giannini è fascista. Ma fu proprio un comunista, Celeste Negarville, che dopo un’inchiesta ordinata dal commissario all’epurazione, Grieco, escluse che al commediografo potesse essere seriamente mossa l’infamante accusa, che avrebbe comportato l’immediata radiazione dall’albo dei giornalisti, con la conseguente impossibilità a dirigere un giornale. Inoltre la legge prevedeva anche la possibilità della soppressione della testata incriminata di filofascismo. (e ci sia qui consentita una divagazione, non del tutto inutile, se si vuole capire Giannini e il suo tempo: l’ordine dei giornalisti fu lo strumento con cui il regime fascista esercitò il controllo sulla stampa; lo stesso strumento fu disinvoltamente usato in clima di diffuso antifascismo, sempre esercitare il controllo sulla stampa… )
La tiratura aumentava e con la fine di febbraio 1945 si arrivò al traguardo di duecentomila copie. Al boicottaggio di alcune associazioni di edicolanti, Giannini rispose invitando i lettori ad abbonarsi o a venire a comprare il giornale in redazione. Polemico con tutti, estroso, vivace, il commediografo napoletano vedeva la sua popolarità aumentare di giorno in giorno e non si può (nessuno è perfetto… ) dire che il successo, così veloce e comunque di dimensioni ben maggiori del previsto, non gli prendesse un poco la mano. Giannini criticava comunisti e socialisti perché li accusava di aspirazioni totalitarie, attaccava i liberali (pur riconoscendo in Benedetto Croce “un maestro”) perché avevano aderito alle leggi retroattive sui crimini fascisti e alla politica di epurazione.

Sparava a zero sui democristiani per la loro “acquiescenza” verso i comunisti, ma non risparmiava critiche neanche ai repubblicani, ricordando loro il periodo in cui flirtavano con Badoglio. Trasportato dall’onda del successo di pubblico, Giannini dimostrò anche la sua ingenuità, dicendo cose che tutti sapevano, ma delle quali era meglio non parlare. La
Il mercato nero
della carta era
alimentato
da una miriade
di riviste
semisconosciute,
ma “ortodosse”
vendita della carta per stampa era contingentata e quindi in molti si chiedevano: dove trova L’Uomo Qualunque tutta la carta necessaria per poter continuare ad aumentare la tiratura? Semplice, scrisse Giannini: “La compriamo al mercato nero”. E il mercato nero della carta era alimentato da una miriade di riviste semisconosciute, ma “ortodosse”, dirette da chi aveva i giusti appoggi politici. Il gioco era semplicissimo: la rivista che stentava a vendere un migliaio di copie aveva però assegnazioni di carta per venti o trentamila copie.
Sicché, stampava le sue mille copie per mostrare che esisteva e giustificare l’assegnazione successiva, e rivendeva a prezzo maggiorato la carta eccedente. Pubblicare le verità sgradevoli non è mai buona politica per chi vuole vivere in pace. Ma Giannini non voleva assolutamente vivere in pace e infatti iniziò una campagna di stampa che rischiò di segnare la fine prematura dell’ Uomo Qualunque. Il settimanale si schierò con decisione contro l’intervento degli italiani a fianco degli angloamericani: “… gli angloamericani non sono i nostri alleati, ma i nostri vincitori. Il soldato italiano, dopo aver combattuto per tre anni e mezzo con onore, non deve essere umiliato con l’incarico di portare le salmerie delle armate angloamericane…

Giannini aveva dato il destro a quanti desideravano mettere il bavaglio all’ Uomo Qualunque. E i guai infatti arrivarono, non dagli angloamericani, ma dagli italiani, come del resto aveva previsto lo stampatore – editore Umberto Guadagno. Il sottosegretario alla stampa, Libonati, ordinò al prefetto di Roma di sopprimere il settimanale. Libonati apparteneva al partito liberale ma agiva, come scrisse successivamente Giannini, “in spirituale concordia coi cameragni”. Sì, non è un errore di stampa, abbiamo scritto proprio “cameragni”: era uno dei tanti neologismi creati da Giannini, con l’unione delle parole “camerata” e “compagno”.
Ne coniò tantissimi e molti ebbero successo: così i democratici cristiani divennero i “demofradici cristiani”. Nenni, conterraneo di Mussolini fu battezzato “il romagnolo di turno”. I “cameragni” erano peraltro i seguaci del “comunfascismo” e il loro leader Palmiro Togliatti, serio, freddo, intellettuale, con atteggiamenti quasi sacerdotali, era “il pio Togliatti”. I nomignoli, insieme alle famose “parolacce”, con cui gratificava spesso i suoi avversari, (la più famosa delle quali fu “panscremenzio”) avevano caratterizzato lo stile unico dell’ Uomo Qualunque ed erano stati uno degli elementi del suo grande successo.
Ma ora, come dicevamo, erano arrivati i guai seri: il settimanale veniva soppresso perché ritenuto “insidioso per lo sforzo bellico della Nazione” e il direttivo dell’associazione della stampa deferiva Giannini alla commissione per l’epurazione.

Ritornava l’accusa di “fascismo”, in base alla discutibile equazione per cui Giannini, essendo contrario all’intervento di truppe italiane a fianco di quelle alleate contro i nazifascisti, era favorevole a quest’ultimi.
Era il 20 febbraio 1945. La grande avventura dell’ Uomo Qualunque era durata solo tre mesi e sembrava già terminata.
Ma l’aiuto arrivò a Giannini proprio da uno dei suoi più fieri avversari, da un uomo che non aveva mai nascosto la sua avversione all’estroso commediografo napoletano: l’avvocato Giovanni Selvaggi, esponente del partito repubblicano, antifascista da ben prima del 25 luglio 1943, che, nel clima avvelenato di quelle giornate, seppe dare una rara prova di lealtà e di libertà intellettuale.
(1 - Continua)
 
>>